Martedì, 23 Luglio 2019

Backstage: Attila alla Scala. Un anticipo di Macbeth...

Aggiunto il 07 Dicembre, 2018

Giuseppe Verdi: ATTILA

Direttore Riccardo Chailly
Regia Davide Livermore
Scene Giò Forma
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Antonio Castro
Video D-wok

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Coro di Voci Bianche dell’Accademia del Teatro alla Scala

CAST

Attila Ildar Abdrazakov
Odabella Saioa Hernández
Ezio George Petean
Foresto Fabio Sartori
Uldino Francesco Pittari
Leone Gianluca Buratto


Opera particolare e dalla gestazione difficile Attila, che segna la definitiva rottura tra Verdi e Solera e da alcuni (l’Osborne, per esempio) considerata opera “minore” per l’assoluta mancanza di temi melodici. E certo la struttura spiazza già dall’inizio: opera eroica e guerresca ma che non inizia con una solenne ouverture, scegliendo Verdi la via più intimistica del Preludio. E che preludio. Paradossalmente uno dei più struggenti e raffinati dell’intero patrimonio verdiano, per poi attaccare subito con un coro brutale e guerresco.

Chailly la legge invece come il capitolo centrale della “trilogia minore” composta anche da Giovanna d’Arco e da Macbeth, che non a caso aprirà la stagione nel 2021 a chiusura del cerchio.
Chailly propone l’edizione critica di Helen Greenwald del 2012, riprende l’aria di Foresto del III atto per La Scala 1846 e inserisce cinque battute composte da Rossini prima del bellissimo terzetto del terzo atto tra Odabella, Foresto ed Ezio. Alla parola “è tardi” di Foresto entra in Re bemolle la piccola composizione che Rossini realizzó prima di eseguire il trio al pianoforte perché “comme on fait toujours du bruit avant de commencer un morceau et que le tiens â ce qu’on ne perde rien de ce beau trio, je me permets d’y mettre six ou huit mesures de ritournelle”.

Le sonorità di Chailly sono sempre tenute tesissime, i volumi importanti su tempi per lo più dilatati e

distesi che qualcuno potrà anche trovare spenti ma portano chiaramente all’obiettivo prefissato. Tra l’altro ascoltare ogni tanto il cosiddetto Verdi degli anni da galera senza quella ossessione del ritmo, ritmo, ritmo senza significato è sempre una gran bella sensazione. In più la continua ricerca di oasi liriche anche nei momenti più concitati ha reso il lavoro di Chailly particolarmente prezioso.
Alcuni momenti restano assolutamente da ricordare. In primis un preludio struggente come mai avevo sentito prima e il
Finale I indimenticabile per pastosità e omogeneità timbrica.
Qualche clangore in meno nelle scene d’insieme potrebbe non guastare nelle repliche.
Meravigliosa l’orchestra con archi dalle cavate ricchissime e sempre perfetto l’apporto del coro così come quello delle voci bianche.

Luci ed ombre dalla regia. O meglio luci e rimpianti.
Davide Livermore sposta la scena in una atemporalità che ci racconta che in ogni tempo della storia qualcuno ha invaso e oppresso qualcun altro. E le immagini delle rovine di Palmira anziché di Aquileia ne sono viva testimonianza di questa società distopica. Come sempre Livermore realizza un lavoro strettissimo con il team delle scene degli architetti di Gió Forma (Picco e Boje) oltre ai video di Paolo Gep Cucco (D Wok). Il risultato finale - al di là di alcuni momenti magici come il ponte che divide “l’onestà” di Attila dalla figura meschina di Ezio, oppure i tableau del sogno - sa di un grande affresco un po’ incompiuto con citazioni qua e là che però non arrivano a chiudersi in una visione ben chiara.
Restano alcune immagini bellissime di puro edonismo e la continua idea di trovarsi su un set cinematografico che diventa di volta in volta quadro, fumetto per poi ridiventare magicamente film.
Sorprende invece una certa mancanza nel guidare i movimenti dei cantanti.

Ildar Abdrazakov è sicuramente la migliore scelta possibile al momento per il

ruolo di Attila. La voce è cremosa ed è più scura di qualche anno fa, per esempio nello stesso ruolo con Gergiev. Ottima la resa nel sogno e in tutta la grande aria così come nella cabaletta. Molto bravo nella scena finale della morte, anche se credo più per autonoma capacità che per coordinata azione registica.
E ovviamente il pubblico ha ripagato il basso baschiro con un clamoroso successo.

Chi ci segue e ha avuto la pazienza di leggere una mia recensione sulla Gioconda del circuito Emiliano sa cosa penso da tempo di Saioa Hernandez. Che di fronte a un debutto triplice (ruolo, teatro, inaugurazione) da far tremare i polsi si è rivelata straordinaria. La tremenda scena e cavatina iniziale (con il salto discendente di due ottave pericolosissimo anche per l’intonazione) ha mostrato grande sicurezza e un registro acuto ai limiti dell’insolenza. Densi e ricchi centri e note basse che le hanno permesso di saturare il teatro anche nelle grandi scene di insieme. E giustamente il pubblico la ripaga con una ovazione. Se qualcuno è in cerca di una Lady Macbeth per completare la trilogia, la Hernandez si pone come nome di riferimento.

George Petean aveva sostituito un po’ in sordina qualche mese fa il baritono originariamente previsto. Dalla sostituzione ci abbiamo sicuramente guadagnato. Baritono chiaro ma di bella contabilità, quasi elegante che ha reso con giusta vocalità e piglio un ruolo, quello di Ezio, al quale Verdi non ha dedicato sicuramente le parti migliori dell’opera. Bravo e sicuro nell’aria “Dagli immortali vertici” con una puntatura finale un po’ ai limiti.

Sicuramente inferiore ai tre colleghi il
Foresto di Fabio Sartori un po’ insicuro nell’intonazione soprattutto nel prologo e nel I atto. Molto più a suo agio nella seconda parte dell’opera, anche nell’aria “O dolore” inserita in sostituzione della tradizionale “Che non avrebbe il misero”. Alla fine comunque anche per lui il pubblico ha avutobuoni consensi.

Completavano il cast Francesco Pittari, Uldino e Gianluca Buratto.

Alla fine successo importante, forse il più alto nell’era Chailly al pari - guarda caso - di Giovanna d’Arco.

E l’anno prossimo, Tosca con Anna Netrebko.

flipperinoDoc

Categoria: Backstage

 

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