Mercoledì, 13 Dicembre 2017

Backstage: Aida (di) Muti

Aggiunto il 10 Agosto, 2017

Annunciata come l’evento dell’anno, del decennio, del secolo, della storia, insomma preceduta a Salisburgo da un battage mediatico senza precedenti o quasi, questa Aida rischiava di essere un clamoroso flop o un trionfo senza precedenti, insomma senza via di mezzo.
Proposta fastidiosamente come l’unica Aida possibile e immaginabile, l’unica che rispettasse le indicazioni, l’unica mai eseguita correttamente fino ad ora, insomma proposta come l’Aida di Muti (saltuariamente come quella di Verdi). Per chi però conosce Salisburgo e il suo festival è facilmente comprensibile: Muti qui è venerato al di là di ogni immaginazione. Metteteci anche il fatto che Aida non si rappresentava dal 1979 (Karajan, Freni, Carreras, Horne.. così giusto per dire) e capirete come l’attesa spasmodica fosse ben giustificata.

Dopo tutte queste premesse è però facile tirare rapidamente le somme. Non sarà l’Aida del secolo, del millennio, di quello che volete. Ma è una grandissima Aida. Di quelle poche che ricorderai per tutta la vita. Di quelle poche per cui vale la pena poter dire: “io c’ero”.

Ricordate la meravigliosa incisione EMI di Muti con Caballè, Domingo, Cappuccilli & co? Mettetela da parte e dimenticate quell’interpretazione, seppur stupenda. Muti ha completamente cambiato il modo in cui vede Aida, decisamente più intimista, meno da trionfo, addirittura quasi una versione oratoriale eseguita con una perfezione stilistica e tecnica da lasciare senza parole. Muti si diverte a “esplorare” la partitura, evidenziando la singola cellula timbrica, il piccolo particolare geniale, la forcellina, il rallentando. I momenti topici del trionfo, stupendamente incorniciati – anche troppo - ci sono tutti ma Muti stavolta ci parla di una Aida quasi contemplativa, sofferente, dove il potere è in secondo piano rispetto all’amore tra i protagonisti: amore filiale, amore eterno tra i due protagonisti, amore distrutto quello di Amneris. Alcuni momenti di rara

bellezza musicale si stagliano come un unicum indimenticabile. Già il preludio evoca colori nuovi, atmosfere soffici e rarefatte. Splendido il passaggio tra la I e la II scena del primo atto. Il tempio di Vulcano perde un po’ di solennità per assumere un doloroso colore. Radames è investito come comandante in capo ma la vittoria di Radames sarà comunque la sconfitta di tutti. E il colore di questa scena rende splendidamente la dicotomia. L’apertura del terzo Atto è magia pura. I flauti disegnano un colore orchestrale che ricorda i blu di Kandinskij e l’atmosfera rimane sospesa fino al recitativo di Aida. Strepitoso il finale, in cui Muti pare voglia riallacciarsi – quasi a mo’ di chiusura del cerchio – alle strepitose bellurie sonore della registrazione del ’74 (cosa sono quegli archi…).
Naturalmente questa strepitosa concezione deve essere supportata da un’orchestra altrettanto strepitosa e da un cast all’altezza. Parlare bene dei Wiener Philharmoniker è dire la più banale delle ovvietà. Parlare del feeling che c’è sempre stato tra Muti e l’Orchestra è una banalità altrettanto grande. Resta solo da ascoltare, ammirare, stupirsi e godere fisicamente della sovrumana bellezza del suono prodotto dai Viennesi.

Il cast è dominato da Anna Netrebko, al suo debutto nella parte di Aida. La voce è calda, svettante, sonora, perfettamente ben proiettata. Ci sono dei pianissimi che galleggiano nell’aria magicamente. Negli assieme la voce svetta potente e robusta. Tutte cose che già sappiamo e che notiamo ogni volta. Ma ogni volta ci stupiamo di come la sovrana bellezza dello strumento voce si sposi sempre meglio con la presa di possesso del ruolo di volta in volta interpretato. Questo è anno di importanti debutti per il soprano russo, ormai ufficialmente austriaco: dopo Adriana a San Pietroburgo e Aida a Salisburgo, arriverà Tosca al Met e poi Maddalena alla Scala. Bravissima la Netrebko anche nei movimenti scenici – nonostante una regia totalmente

disinteressata (o poco capace) ai movimenti scenici dei cantanti, ma di questo ne parleremo poi… Colpisce della Netrebko il sapere che è il debutto in Aida, perché invece sembra possederne il ruolo da anni e anni. Davvero un altro diamante da incastonare in carriera.

Francesco Meli è Radames e su di lui si poggiavano le perplessità maggiori per il tipo di vocalità. E’ vero che il Fancelli della prima (così poco apprezzato da Verdi) non era propriamente un tenore eroico… Meli canta bene, sovente anzi benissimo con un timbro lirico particolarmente adatto alla visione notturna di Muti. Esegue tutto quello che Verdi ha scritto, ma proprio tutto. Quel che manca è un po’ il lato eroico di Radames, l’eroe condottiero a vantaggio dello sfortunato conteso dalle due donne. L’intelligenza del cantante però lo porta a non forzare mai anche nei momenti più bombastici dell’opera: “sacerdote, io resto a te!” non è l’urlo sbruffone ma una resa anticipata al destino. Si può dire che sia lui la rivelazione della serata.

Non ho mai amato Ekaterina Sementschuk per quel suo modo un po’ troppo plateale e volgare di cantare, dotato però di una certa qual funzionalità, soprattutto in parti come Amneris. Se però si “imbriglia” questa caratteristica del mezzosoprano ci troviamo davanti ad una cantante davvero anonima, priva di interesse. La regia rende il personaggio ancora più “regale” di quanto non sia in partitura e paradossalmente la cantante ne soffre oltremodo.

Luca Salsi è il baritono del momento. Presente in ogni importante spettacolo dei principali teatri al mondo. E’ il classico baritono nobile, raffinato, dalla bella voce. Complice Muti realizza un Amonasro completamente diverso dalla tradizione. E’ molto “d’Aida il padre” e poco “degli Etiopi il re”. Il momento migliore sicuramente l’ispiratissimo duetto con la figlia. Molto interessanti alcune invenzioni, alcuni sussurri, alcune frasi a mezzavoce laddove normalmente siamo abituatiall’urlo becero.

Bene i due bassi Tagliavini e Belosselskiy (bellissima la sua interpretazione del IV atto, purtroppo un po’ indebolito da una stranamente debole Sementschuk). Segnalo nella piccolissima parte della Sacerdotessa la bellissima voce di Benedetta Torre, nome da tenere presente in futuro.

La regia è affidata all’iraniana Shirin Neshat, che in realtà più che una regista è una visual artist, e di quelle davvero brave. E si vede. Positivamente e negativamente. La Neshat da sempre è attentissima alla condizione della donna, soprattutto nell’Islam e delle condizioni degli emeraginati. Nelle note di sala Neshat afferma che “Aida è un’opera femminista e che le due donne sono il centro dell’opera (!)”. Il suo intento è quello di mostrare un Egitto anche dalla parte non europea. E sposta l’opera in un periodo non ben definitivo. In scena scompare l’Egitto da cartolina per lasciare spazio a due enormi blocchi bianchi che si spostano, si aprono, si chiudono, si ricongiungono. Cosa rappresentano i due blocchi? Oriente e occidente? Male e bene? Potere e amore? Guerra e pace? Ognuno ci vede quello che vuole. La grande abilità di Neshat è l’utilizzo di immagini per narrare una storia senza tempo. Alcuni fotogrammi da pugno nello stomaco, alcuni di una bellezza rara in un gioco di luce da lasciare soggiogati. Bravissimo in questo senso Reinhard Traub, anche nel finale che la Neshat vede come il tunnel in fondo alla luce, perché la scelta di morire è la scelta di due personaggi che resistono al potere. Non manca il riferimento ai migranti con alcune immagini di sicura presa. Quel che manca, secondo me, alla Neshat è l’uso corretto delle masse e dei movimenti dei protagonisti. Lasciati parecchio da soli. Chi è bravo (Aida e Amonasro) se la cava benissimo per i fatti suoi. Chi meno (Radames e Amneris) trova parecchia difficoltà, dando quasi la sensazione di non aver provato la parte scenica. Costumi anonimi di Tatyana van Walsum.

Come dicevo successo ai limiti dell’isteria. Ovazioni per Muti per i cantanti (Netrebko su tutti), un signore fischia timidamente la regia ma viene subitamente zittito.

L’opera verrà trasmessa su ARTE il 12 agosto. Servirà una grande regia televisiva per non perdere i singoli particolari del lavoro della Neshat. Così come una grande regia audio per non uniformare il suono in un forte o mezzoforte unico che non permetta di percepire i singoli piani sonori così ben sviluppati da Muti.

Stanno realizzando il DVD di questa produzione. Ed è proprio il caso di dire che ne avevamo bisogno. Siamo a un punto di svolta. Non è l’Aida definitiva, perché forse non esiste un’Aida definitiva. Ma stavolta ci siamo andati vicinissimo.
E poi diciamolo senza paura: snobbata, martoriata, sottoposta alle peggiori nefandezze, alle interpretazioni più disparate e alle regie più irritanti, Aida è e rimane un assoluto capolavoro.

L’Aida, quella di Giuseppe Verdi!

docflipperino

Categoria: Backstage

 

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