Lunedì, 18 Febbraio 2019

Aida

Aggiunto il 14 Marzo, 2016


Giuseppe VERDI
AIDA

• Aida HERVA NELLI
• Radames RICHARD TUCKER
• Amneris EVA GUSTAVSON
• Amonasro GIUSEPPE VALDENGO
• Ramfis NORMAN SCOTT
• Il Re DENNIS HARBOUR
• Il Messaggero VIRGINIO ASSANDRI
• Una Sacerdotessa TERESA STICH-RANDALL



Robert Shaw Chorale
Chorus Master: NON INDICATO

NBC Symphony Orchestra
ARTURO TOSCANINI

Luogo e data di registrazione: New York, 1949 (più seconda sessione di rifinitura Giugno 1954)
Ed. discografica: RCA GD 60600(3); RCA «Gold Seal» GD 60326 (collection) {7CDS};;; Urania URN 22.224 {2CDS} (2004); RCA 67893 (part of «Verdi - Complete Toscanini Recordings») {12CDS} (2006)

Note tecniche sulla registrazione: broadcast di buona resa complessiva

Pregi: direzione. Nelli da rivalutare

Difetti: manca, come sempre in Toscanini, abbandono e tenerezza

Valutazione finale: images/giudizi/ottimo.png

Toscanini – come noto – esordì nella direzione nel 1886 a Rio de Janeiro a soli 19 anni, durante una di quelle che oggi definiremmo “spedizioni punitive”, dopo che erano stati bruciati altri due direttori variamente incompetenti nel corso di una recita ove si partecipava come violoncellista. Narra la leggenda che, salito sul podio ove era stato trascinato a viva forza dagli stessi colleghi dell’orchestra, avesse chiuso lo spartito con un gesto quasi inconsapevole e iniziato a dirigere a memoria, come poi avrebbe fatto per tutto il resto della sua vita.
Logico quindi che il direttore abbia mantenuto un posto speciale per quest’opera nella sua vita che arriva, nel 1949, alla doppia registrazione non solo audio, ma anche video, la cui visione ci dà un’idea affidabile di quello che doveva essere la gestione complessiva di un’opera – per di più così complessa – da parte di Toscanini, sia pure ormai molto avanti negli anni.
A titolo di complemento va rilevato che Toscanini, ritiratosi ormai dal podio, tornerà nel Giugno 1954 a questa registrazione, incidendo nuovamente alcuni passaggi di sua non completa soddisfazione, chiudendo così definitivamente (e in modo simbolico) la sua carriera con la stessa opera con cui l’aveva iniziata.
Il senso bruciante del ritmo che anima le incisioni verdiane di Toscanini qui paga dividendi importanti in tutte le scene corali di cui il direttore parmense riesce a trasmettere non solo la teatralità viva e bruciante, ma anche l’importanza drammaturgica da altri direttori non sempre così esposta, con un’urgenza espressiva che ha pochissimi riferimenti nella discografia.
Non solo.
Essendo egli stesso un esule per scelta etica, ben conosceva la sensazione di sospensione, di smaterializzazione della propria essenza nonostante la fama giustamente arrisagli durante la permanenza in America.
Ne deriva quindi, per esempio, un incipit del terzo atto di struggente bellezza, con il successivo Notturno in cui l’atmosfera rarefatta evocata da Toscanini sopperisce, con la sua liquidità, al relativo prosaicismo della pur brava e sensibile Nelli.
Quello che invece manca, come quasi sempre nel Toscanini che conosciamo dalle registrazioni, è l’abbandono all’estasi, il superamento della mera logica ritmica serrata. In tal senso, il duetto del terzo atto e soprattutto il finale sono pesantemente deficitari anche però – va detto – per colpa dei cantanti.
La direzione di Toscanini è stata successivamente sorpassata sul piano della etnicità, dei colori orchestrali, dello struggimento sensoriale; ma il blocco compatto di una “colata” narrativa violenta e immediata è un’esperienza che in disco inizia di fatto con lui, e di questo gli va reso atto ancora a distanza di anni.
Del cast, Herva Nelli, Giuseppe Valdengo e Norman Scott erano abituati a lavorare con lui, e quindi ne conoscevano le esigenze e, ovviamente, anche le bizzarrie caratteriali; mentre Tucker e la Gustavson erano alla loro prima collaborazione con lui.
Singolare la scelta di Eva Gustavson, quando ci sarebbero state a disposizione nello stesso periodo cantanti potenzialmente più interessanti come Cloe Elmo, Claramae Turner, Margaret Harshaw o Blanche Thebom. La cantante norvegese – arrivata da un anno negli USA e subito “arruolata” da Toscanini – ripaga le attese con una prova disciplinatissima e molto attenta, pur se non eccessivamente fantasiosa. Il suo quarto atto è ricco di ottime intuizioni e di ordine, ma manca un po’ di furore emotivo; mentre nel finale il suo timbro un po’ troppo gutturale finisce per inficiare il risultato del lento sospendersi della trenodia.
Di Herva Nelli si dice normalmente tutto il male possibile, ma è un peccato perché ha un’ottima eloquenza. Non sarà l’Aida più rivelatrice del secolo, ma è attenta, sensibile e raffinata nell’emissione. Il problema, al limite, è nella qualità piuttosto limitata del registro acuto e in una certa qual inerzia interpretativa soprattutto nei momenti più patetici; ma, a parte questo, si tratta di un’interprete di tutto rispetto che meriterebbe, qui come altrove, di essere riconsiderata anche a prescindere dal tiranno parmense cui il suo nome è inevitabilmente sempre associato.
Stupisce un po’ la presenza di Richard Tucker invece del “solito” Jan Peerce (peraltro, come noto, suo cognato). Funziona bene, ma non è esattamente un Radames memorabile. A parte la pronuncia italiana mai stata all’altezza della situazione, l’interprete è decisamente compassato, forse anche più della Nelli. La loro scena conclusiva è veramente poco interessante, così come tutti i passaggi in cui è in gioco il sentimento amoroso. Sarà anche conseguenza delle scelte del Direttore, ma – dopo tanta acqua passata sotto ai ponti, e tante registrazioni illuminanti – sentire così tanta freddezza espressiva mette un po’ a disagio. Certo, nei momenti più eroici Tucker dice la sua: “Io sono disonorato!” è splendido, così come l’incipit del Quarto Atto che lo vede dignitoso e sicuro.
Tecnicamente è invece assolutamente all’altezza; è inoltre il primo della discografia a scegliere di toccare brevemente il si bemolle del “Celeste Aida” (non rispetta il “morendo”, ma bisognerà aspettare Vickers con Solti per cominciare a vedere qualcosa del genere) e mollarlo subito per riprendere la frase un’ottava sotto.
Prova interlocutoria di Valdengo: la voce è in difficoltà, a dimostrazione di quanto sia difficile Amonasro; ma lui accenta da vero Maestro, con sottigliezze espressive che, pur non toccando i vertici del suo Iago, sono tuttavia degne di rispetto.
Complessivamente ottimo il neanche trentenne Norman Scott, purtroppo destinato a una fine prematura.
Discreti gli altri, compresa la Stich-Randall, presenza di lusso nei panni della Sacerdotessa, che nella versione solo audio entra con leggero ritardo ma viene “recuperata” perfettamente dal Direttore.
L’orchestra suona perfettamente.
Il coro, sollecitato moltissimo dalla visione interpretativa del Direttore, risponde perfettamente con una compattezza non priva di una certa felpata agilità.
Pietro Bagnoli

 

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