Venerdì, 16 Aprile 2021

Editoriale: Gente così - di Pietro Bagnoli

Aggiunto il 02 Giugno, 2016

Ed eccoci arrivati ai dieci anni di vita; non saremo ancora maggiorenni, e in realtà mi piace pensare che non lo saremo mai, ma è un periodo adeguatamente lungo per provare a fare qualche bilancio.
Non vi starò a tediare ancora con la storia del sito; ce la siamo raccontata mille volte e probabilmente non interessa più nessuno. Rimane da capire se le intenzioni che avevano portato alla creazione si sono tradotte in effetto.
Io credo di sì, almeno in discreta parte.

È probabile che non abbiamo avuto la costanza che hanno dimostrato tanti altri in altre testate cui, per tale impegno, vada il mio rispetto incondizionato; ma ci abbiamo messo cuore e passione, e in fondo è quello che conta.
Siamo rimasti attaccati sempre alla Storia esecutiva; in questo, la devozione al disco come archetipo dei mezzi di conservazione della testimonianza musicale ha acquisito una valenza quasi simbolica.
Lo avevo detto nel primo editoriale: potranno esserci voci più o meno fonogeniche, ma il disco non mente perché è testimonianza oggettiva. E, soprattutto, l’evoluzione del disco e dei sistemi di conservazione in senso lato, ci spiega perché non si può più cantare come ai tempi di Caffariello.
Questo è sempre stato un punto per noi insindacabile, totemico.
Il rispetto, la venerazione per i Grandi del passato si accompagna alla constatazione che la pretesa di restaurazione di una ipotetica Età dell’Oro del canto è più che velleitaria: è impossibile, e proprio per ragioni analoghe a quelle che riguardano qualunque altra forma d’arte.
Quali ragioni?
Ne abbiamo parlato tante volte, non voglio tediarvi con la loro reiterazione; basti la banale considerazione che anche la rappresentazione dell’arte subisce un percorso evolutivo come qualunque attività dell’essere umano; e che deve essere conosciuto se si vuole capire di cosa stiamo parlando.
Fuori da questi paletti, ogni considerazione è velleitaria e antistorica;

paradossalmente, se si considera che chi nega l’evoluzione come valore è nominalmente attaccato alla Storia, ma è una Storia cristallizzata e, quindi, in definitiva, una non-Storia.
La Storia, quella vera, è il racconto di un percorso evolutivo, di un cammino e ha insite le ragioni per cui dobbiamo accettare l’hic et nunc come uno dei tanti fotogrammi, non come non plus ultra.

Nei giorni scorsi parlavo di opera in un piccolo paese dell’Oltrepò.
Mi trovavo a riflettere sul fatto che uno come Puccini, che oggi consideriamo un classico imprescindibile, avesse fatto irritare alcuni contemporanei con la modernità di un linguaggio nel quale l’autore pescava tutto ciò che di anche solo vagamente teatrale trovava in giro e lo rielaborava in modo frenetico, filtrandolo con la propria sensibilità.
Schoenberg disse di lui: “Puccini fu sempre avanzato in campo armonico”; Ravel dava la partitura di Fanciulla ai propri studenti come libro di testo.
Se erano avanzati gli autori, perché non devono esserlo gli esecutori?
Perché gli esecutori dovrebbero essere tenuti a rimanere attaccati a modelli di trenta, cinquanta, cento anni fa?
Quindi: mai rinnegare il passato, anzi, tenere la Storia come paradigma indispensabile per capire come siamo arrivati a Kaufmann partendo da Tamagno; ma nemmeno fare del passato l’unica ragione di vita e pensare che l’arte dell’esecuzione debba fermarsi a chi ha guadagnato punti ai nostri occhi solo perché è in pensione o, meglio ancora, è morto.

Proprio mentre stavo andando nell’Oltrepò, un vecchio amico mi chiedeva via WhatsApp (il riferimento preciso al social non è casuale, come leggerete poco più sotto) se avessi mai sentito la cantante XY, attiva nella sua tranquilla mediocrità negli Anni Sessanta, in “Casta Diva”.
La risposta che non sono riuscito a dargli, a causa delle mani impegnate sul volante, per di più diluviava che Dio la mandava, è un deciso no: non l’ho

mai sentita in quella parte, né mai la sentirò perché già era poco interessante nelle cose “sue”, figuriamoci in un repertorio per lei lontanissimo. La Storia ci insegna che chi era mediocre nella propria epoca, non diventa interessante negli anni successivi solo perché invecchiato. Non sarà mai antiquariato di classe: al limite sarà solo modernariato, per quel poco che può valere.
Diverso è il caso di chi è stato impropriamente ritenuto mediocre per contingenze geografiche o per questioni di quella che chiamiamo scuola (il minuscolo è fortemente voluto); se c’è un assunto sul quale su questo sito ci siamo spesi è che non esiste la tecnica unica e buona per tutti gli usi, così come non esiste un unico modo di cantare, ed è proprio la Storia dell’esecuzione a dimostrarci che c’è stato spazio e tempo per istanze apparentemente lontanissime da loro, e nello stesso repertorio.
E a chi mi facesse notare che sarebbe comunque dovere di chi vuole documentare, il fatto di documentarsi a propria volta su tutto, rispondo che mi spiace ma la vita è troppo breve per poter ascoltare anche la brutta musica e le esecuzioni da ascoltare per pretesa e malintesa par condicio; chi scrive ha ormai 50 anni e gli anni disponibili, prima che l’otosclerosi o l’Alzheimer gli rovinino definitivamente il già scarso comprendonio, sono necessariamente troppo limitati per aver voglia di includervi anche gli ascolti mediocri.

Il cambiamento del nostro modo di fruire lo spettacolo teatrale dell’opera ha comportato un ampliamento di orizzonti, con la progressiva inclusione della regia. Noi su questo sito siamo stati fra i primi a studiare con attenzione il ruolo del regista che, nell’organizzazione dello spettacolo teatrale, non può essere inferiore a quello del direttore. Non mi dilungherò nemmeno su questo aspetto, tranne che per una fugace considerazione: se oggi in Italia si parla di Carsen, Jones, Tcherniakov, Guth, Warlikowsky e tanti altri con un minimo di

cognizione di causa, un po’ lo si deve anche a noi, e soprattutto all’applicazione in tal senso di Matteo Marazzi e di colui che si cela dietro al nom del plume di un grandissimo scrittore inglese del secolo scorso.

Quindi, arte antica e fruizione moderna.
Lungo i nostri primi dieci anni siamo passati dal disco, che dà il nome al nostro sito, al DVD, al Blu Ray, ai file scaricati dai canali di condivisione. La velocità con cui stanno progredendo i nostri mezzi di conservazione e rappresentazione dell’arte è tale da rendere obsoleta la stessa piattaforma da cui parliamo, tanto da renderne necessario un importante ripensamento.
E così arriviamo al dunque, ciò cui facevo cenno qualche riga sopra quando avevo citato WhatsApp.

Al di là degli aspetti grafici sui quali stiamo ragionando, il sito rimarrà tale nella sostanza della parte dei contenuti da database.
Quello che invece scomparirà, perché ormai ampiamente sorpassato dai tempi, è il forum; e la decisione è irrevocabile.
Non è una decisione facile, ma è inevitabile.
Ne rimarranno i contenuti storici, anche perché le “lenzuolate” di alcune meravigliose penne di Operadisc sono troppo belle per andare disperse; ma, d’ora in avanti, chi vuole discutere di ciò che si scrive sul sito lo farà su Facebook e, successivamente, forse anche su Twitter e Instagram.
Il forum, a suo tempo fortemente voluto dal mio meraviglioso, insostituibile amico Matteo Marazzi, è nato in un momento in cui non esistevano ancora i social che, con il loro essere felicemente importuni nella nostra quotidianità, hanno cambiato profondamente il nostro modo di vivere i rapporti umani e gli scambi di informazioni. Pretendere di mantenerlo in vita adesso appare francamente anacronistico, oltre che estremamente costoso, specie per una realtà come la nostra che si automantiene.
Mi è stato fatto notare che qualcuno “non ha” Facebook, il che mi suscita le stesse reazioni che

provo quando qualcun altro, con una punta di snobismo, mi fa notare che “non ha” la televisione: be’, ragazzi, scelte vostre, non so cosa farci.
Chi “non ha” Facebook, se vuol discutere di quanto scriviamo, lo avrà, e si aprirà un account che magari potrà utilizzare solo per quello.
Oppure lo farà su Twitter.
Oppure ancora su Instagram.
Ci vorrà ancora un po’ di tempo per mettere in atto i cambiamenti, ma con oggi finisce ufficialmente l’epoca del forum del nostro sito.
Triste?
Brutto?
Non so. Alfred Edward Perlman diceva: “Dopo aver fatto sempre la stessa cosa nello stesso modo per due anni, inizia a guardarla con attenzione. Dopo cinque anni, guardala con sospetto. E dopo dieci anni, gettala via e ricomincia di nuovo tutto”.
Noi di Operadisc siamo gente così.
Gli Amministratori:
Pietro Bagnoli
Francesco Brigo
Marco Delfini Strozzi
WS Maugham
(....in rigoroso ordine alfabetico)

Categoria: Editoriale

 

Chi siamo

Questo sito si propone l'ambizioso e difficile compito di catalogare le registrazioni operistiche ufficiali integrali disponibili sul mercato, di studio o dal vivo, cercando di analizzarle e di fornirne un giudizio critico utile ad una comprensione non sempre agevole.