Venerdì, 24 Marzo 2017

Dolce vita di Jonas Kaufmann

Aggiunto il 09 Ottobre, 2016


Elenco delle tracce:

1. Caruso
2. Mattinata
3. Parla più piano
4. Passione
5. Un amore così grande
6. Il canto
7. Voglio vivere così
8. Catari’! Catari’! (Core ‘ngrato) (sic)
9. Ti voglio tanto bene
10. Non ti scordar di me
11. Fenestra ca’ lucive
12. Musica proibita
13. Parlami d’amore Mariù
14. Torna a Surriento
15. Volare (sic)
16. Rondine al nido
17. Con te partirò
18. Il libro dell’amore

DOLCE VITA
JONAS KAUFMANN



Orchestra del Teatro Massimo di Palermo
ASHER FISCH

Luogo e data di registrazione: Palermo, Teatro Massimo, Gennaio 2016
Ed. discografica: Sony, 1 CD a prezzo pieno

Note tecniche di registrazione: complessivamente più che buona. Purtroppo
Pregi: nessuno
Difetti: inadeguatezza del cantante a questo repertorio, arrangiamenti turgidi, totale mancanza di levità di tocco e di senso dell’umorismo
Valutazione finale: images/giudizi/mediocre.png


L’abbiamo già detto più volte, lo ripetiamo: le canzoni sono un problema spinoso per qualunque cantante lirico, soprattutto se tenore. E questo perché il tenore, abituato a indossare panni eroici per tre quarti dell’opera e a morire nel finale, userà la canzonetta come trampolino di lancio per acuti terrificanti, per far vedere che lui è potente ma si abbassa in modo umile, ma senti qui che canna c’ho se solo voglio, e via roccheggiando (nel senso siffrediano del termine).
Se il tenore è italiano, qualche volta (non sempre) va bene. Se avete la bocca buona e vi accontentate del tono piacione, della voce solare, del fazzoletto in mano; o, per contro, del timbro larmoyant da perenne emigrato che pensa alla mamma lontana, il gioco è fatto per tre quarti.
Certo, poi ci sono altre canzoni italiane, fatte nel modo giusto; ma è raro sentirle fare da un tenore. Prendiamo le canzoni napoletane: per belli che possano essere alcuni arrangiamenti, e per stratosferici che possano essere gli acuti di alcuni tenori, è praticamente impossibile sentire nelle canzoni napoletane la giustezza di un Roberto Murolo accompagnato solo dalla sua chitarra nella quale senti tutto il sound richiesto in quella particolare zona geografica: dai mandolini alla tamurriate, dalla luna a Marechiaro al silenzio delle strade assolate, passando attraverso il casino dei bassi di Forcella. E questo non lo sento nemmeno negli acuti sfolgoranti di Corelli, o in quelli meno prodigiosi ma più idiomatici di Pippo Di Stefano. E non vado volutamente oltre perché, su questo fronte, d’altro c’è proprio poco o niente.
Questo disco lo conferma impietosamente.

Che dire di un bavarese ormai quasi cinquantenne, che ha dato (uso volutamente il passato prossimo) il meglio di sé in Wagner, che si tinge capelli e barbetta finendo così per assomigliare (involontariamente?) a Pieraccioni, che affronta questo repertorio come si immagina possa piacere a un italiano?
Avete presente “La baia di Napoli”, film del 1960 con Sophia Loren? Ecco, qui il nostro cinquantenne assomiglia all’impacciatissimo Clark Gable, che decide di mollare l’America e vivere nel golfo. Le mandolinate schitarranti sono le stesse di quel vecchio film in Technicolor di quasi sessant’anni fa; manca solo qualche foto di Pulcinella che mangia la pasta Voiello come Totò in “Miseria e nobiltà” e poi c’è tutto.
Ma, santo cielo: perché?
Certo, per i soldi; ma Kaufmann vende bene qualunque cosa registri, è un asso, un califfo, non ha bisogno di arruffianarsi il proprio pubblico.
Quindi, credo che sia un disco più o meno inevitabile per un tenore che intenda proporsi nel repertorio nazional-popolare.
Il problema è che nasce da un errore di fondo, e cioè l’adeguatezza culturale.
Immaginate Grigolo che fa un disco di canzoni bavaresi accompagnate da fisarmoniche, tipo “Mariandl”, “So a Stückerl heile Welt” o “Übern Laurenziberg”? Certo che no, e non perché gli manchi la voce (al limite potrebbe essere un po’ carente in Yodel), ma perché gli manca la cultura, l’aplomb, il milieu culturale.
Ecco: è lo stesso problema, il principale (non l’unico) di questo brutto, bruttissimo disco.
Kaufmann, il tenore che amiamo in tante interpretazioni illuminanti (il suo disco wagneriano per me rimane un caposaldo dell’interpretazione moderna, ma direi lo stesso di tanti altri personaggi da lui illuminati), qui è disastroso per una tale mancanza di comprensione di questo repertorio da arrivare al fraintendimento, come succede in quello che in copertina viene chiamato “Volare” (!), e che in realtà è “Nel blu dipinto di blu”, di Modugno-Migliacci, 1958, tanto per mettere i puntini sulle “i”. In questo brano celeberrimo, che ha veramente fatto il giro del mondo, forse la canzone che maggiormente identifica la musica leggera italiana a livello internazionale, Kaufmann profonde così tanti singhiozzi e un tono talmente lugubre da farlo sembrare la parodia del “Lamento di Federico”, mentre invece è tutt’altro.
Questo atteggiamento esecutivo è un po’ il paradigma di tutto il disco; si ha quasi la sensazione che Kaufmann non sappia cosa sta cantando ma, nel dubbio, adotta un tono genericamente lacrimoso buono per tutti gli usi. Tanto, mettendo uno o due acuti – per lo più fuori posto, va detto – tutti i salmi finiscono in gloria.
“Caruso”, brano di andamento ritmico già di per se stesso piuttosto monotono, che viveva di rubati e di glissandi in bocca non solo al suo Autore, ma anche al compianto Pavarotti (uno che questo repertorio se lo gestiva a proprio piacimento, al limite anche in modo ruffiano), è una gnagnera noiosissima declamata con tono lugubre nei passi più discorsivi, vissuti esclusivamente come momento inutile in attesa dell’espansione del “Te voglio bene assaje”. Visto così, è la chiave di lettura di tutto il disco che non ha un solo momento di esaltazione, di ebbrezza, di quella gioia di cantare che invece Kaufmann impropriamente attribuisce al popolo italiano “mancia-spaketten” nel retro di copertina.
Altro esempio: “Un amore così grande”. Composta nel 1976 da Ferilli e Maggio, è stata destinata in prima battuta a Marione Del Monaco che ne ha fatto un manifesto anche un filo kitsch di estroversioni da… amore grande così, con tanto di vocali apertissime e consonanti vocalizzate come se fosse la versione maschile di (striNEgiti forte a me… un amore così graNEde…). Kaufmann è semplicemente inadatto a questo tipo di emissione; e il Kaufmann di adesso, poi, non regge una tessitura molto alta, centrata sul passaggio superiore, tant’è vero che deve prendere fiati supplementari nei punti dove il sessantenne tenore italiano espandeva la voce per un quarto d’ora senza nessun problema, anzi, dando l’impressione di poter continuare ancora. Lui invece non ce la fa proprio; ma allora, mi chiedo, perché mettere proprio un brano come questo?
Altro esempio di canto molto problematico è quello esposto in “Core ‘ngrato” (Cardillo-Cordiferro); che tale è il titolo della canzone, e non il sottotitolo come adombrato in retro di copertina alla traccia 8. Qui i singhiozzi sono talmente tanti da far sembrare Beniamino Gigli un esempio di misura e buon gusto, in aggiunta per di più a una lentezza pestifera le cui responsabilità, peraltro, sono da dividere con il direttore d’orchestra.
La scansione ritmica di “Voglio vivere così” è pessima: Kaufmann è perennemente in affanno e non riesce a star dietro all’incalzare della musica.
E si potrebbe continuare a lungo.
Aggiungiamo anche una pronuncia italiana – qui particolarmente indispensabile – più problematica del solito.
E aggiungiamo anche il vezzo di pessimo gusto – anche se credo concordato con il direttore – di interpolare acuti inutili e brutti. Si consideri per esempio il canto che dovrebbe essere intimo di “Parla più piano” che è concluso da un acuto stentoreo, per niente bello, davvero da posteggiatore.

Ora, credo sia inutile fare la disamina di ogni singolo brano, perché non di vivisezione si tratterebbe, bensì di autopsia.
È un disco falso, a cominciare dalla copertina, ma anche nei contenuti, cui non rende affatto giustizia.
È un disco inutile, perché non porta nessun contributo a una storia esecutiva che, anzi, ben poteva fare a meno di un bavarese totalmente privo di umorismo e che non sembra divertirsi affatto in quello che canta.
Ma è anche un disco che mette a nudo tutti i problemi vocali attuali di questo cantante, costretto ad annullare gli impegni per problemi alle corde vocali (come si legge nel suo sito). Da adesso in avanti, sarà meglio ripensare al repertorio che non può comprendere questi brani per i quali è totalmente inadatto.

Dicevamo della direzione: è spaventosa.
Orchestrazioni turgide, orge di decibel, mandolini schitarranti come se li possono immaginare i non italiani quando pensano a noi, alle nostre pizze e alla nostra mafia. Completo travisamento di tutti i brani ma, in particolare, di quelli napoletani, circa la cui più corretta e compiuta esegesi rimando al già citato Murolo.
Scenda l’oblio

Pietro Bagnoli


Categoria: Recitals

 

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