Mercoledì, 23 Gennaio 2019

Verdi di Placido Domingo

Aggiunto il 03 Novembre, 2013


Elenco delle tracce:

1. Perfidi! All’Anglo contro me v’unite… Pietà, rispetto, amore
2. Pari siamo! Io la lingua, egli ha il pugnale
3. Cortigiani, vil razza dannata
4. Alzati! Là tuo figlio… Eri tu
5. Di Provenza il mar, il suol
6. Plebe! Patrizi! Popolo dalla feroce storia
7. Ecco la spada!
8. È questo il loco?
9. Oh, de verd’anni miei
10. Tutto è deserto
11. Il balen del suo sorriso
12. Qual suono! Oh ciel! Per me ora fatale
13. Son io, mio Carlo
14. Per me giunto è il dì supremo
15. Che parli tu di morte?
16. Morir! Tremenda cosa!
17. Urna fatale del mio destino
18. E s’altra prova rinvenir potessi?

VERDI
PLÀCIDO DOMINGO

Orquestra de la Comunitat Valenciana
PABLO HERAS-CASADO

Con: Angel Joy Blue, Aquiles Machado, Gianluca Buratto

Luogo e data di registrazione: non noto, 2013
Ed. discografica: Sony, 1 CD a prezzo pieno

Note tecniche di registrazione: ottima
Pregi: il coraggio nell’affrontare i capisaldi del repertorio baritonale verdiano
Difetti: Domingo NON è un baritono
Valutazione finale: images/giudizi/mediocre-sufficiente.png


Introdotte sulla copertina dal faccione senescente di Domingo, truccato da Peppino, ecco 18 tracce pescate fra il repertorio baritonale più classico, nazional-popolare e massiccio di tutto il repertorio verdiano; roba da far impallidire persino Leo Nucci che, di tale coté estetico, è stato sicuramente l’esponente più famoso degli ultimi vent’anni.
Non c’è dubbio che Domingo punti a questo ambito nelle sue scorribande pseudo-baritonali: infatti, non potendo contare su un mezzo vocale adeguato, il vecchio leone – e non ci sono dubbi che sia invecchiato – punta come al solito sulla comunicativa a basso prezzo che non sfigurerebbe in un discount.
Intendiamoci: non c’è nulla di male nel farsi capire senza porsi troppi problemi esegetici. Il fatto è che per questa tappa della propria carriera Domingo si è scelto un repertorio che ha tanti, troppi landmarks in un passato anche recente.
Per capirci: quando si è ritagliato un grande avvenire come tenore wagneriano, è andato a occupare il vuoto istituzionale dei tenori non-tedeschi, quelli cioè che erano stati annichiliti dai cantanti di Bayreuth che avevano dettato legge dai primi Anni Cinquanta sino a metà Anni Settanta. Lo fece, e lo fece sul serio, come tutte le cose in cui si è cimentato: certo, lo fece con una pronuncia che faceva un po’ il verso al gatto con gli stivali doppiato da Antonio Banderas, e che tanto stava in uggia ai puristi che millantavano (e millantano tuttora) conoscenze di tedesco. Ma quel suo tedesco un po’ arruffato e latinizzato lo portò anche sul Sacro Colle di Bayreuth per la consacrazione che le Vestali dure e pure non gli hanno mai voluto concedere.
Adesso però è tutto diverso.
Domingo si è messo in testa di ricavarsi una carriera senile da baritono, partendo dal presupposto che il baritono sia un tenore senza acuti. Tale presupposto è comune a molti soloni che pontificano sul baritono tale o talaltro parlandone come – appunto – di un “tenore corto”, senza acuti, quasi che essere baritono sia una soluzione di ripiego. Un vecchio maestro di canto che avevo conosciuto occasionalmente qualche anno fa, mi disse che il baritono doveva generare con la sua voce uno spostamento d’aria da ribaltare i leggi dell’orchestra. Se penso a gente come Titta Ruffo, Cornell MacNeil o Sherrill Milnes, non mi verrebbe mai in mente l’idea che quella baritonale possa essere una comoda soluzione di fine carriera per un tenore.
A Domingo, invece, questa idea sembra essere venuta, tanto da farne il sostegno per una seconda carriera che invece si desidererebbe non solo già finita, ma forse neppure iniziata, perché Domingo – discutibile finché si vuole, ma ingombrante e “storico” in molte delle sue declinazioni – come baritono semplicemente non esiste.
Non esiste perché non ha il colore di un vero baritono: si limita a cantare da… Domingo, scurendo e arrotondando un po’ le vocali.
Non esiste perché non ha né il fiato, né i gravi di un vero baritono (che dovrebbe arrivare, in basso, al la in seconda riga, molto raramente più sotto). Da questo punto di vista, particolarmente disastroso l’approccio alla grande aria di Renato, in cui la discesa a “L’universo avveleni per me” è particolarmente calamitosa, sguaiata e volgare.
Non esiste perché anche un cantante ha una sua vita biologica, e la sua è finita già da molti anni (tra l’altro, sentirlo biascicare le frasi come se avesse in bocca una protesi dentaria mobile, è qualcosa di cui l’appassionato di vecchia data farebbe volentieri a meno).
Quindi, ci si chiede, chi glielo fa fare?
Soldi? Può essere, ma non credo.
Fama? Idem come sopra: non ne ha bisogno.
Sfida a se stesso? Dimostrazione di poter essere sempre e ancora Domingo in altra veste? Alla fine, credo che si tratti proprio di una specie di narcisismo senile che denuncia in lui una vera e autentica… testa da tenore. Nonostante le pretese baritonali.

Il programma del CD, come detto, è quanto di più nazional-popolare si possa desiderare.
Il brano più riuscito – riuscito meno peggio, a seconda dei punti di vista – è “Plebe, patrizi, popolo”: gli manca l’ampleur che caratterizzava un grandioso cialtrone come Cappuccilli (dove per "cialtrone" intendo proprio la capacità di rendere il lato popolano del personaggio); gli manca anche la voce, ovviamente. È l’unico ruolo baritonale in cui l’ho visto dal vivo, per di più subito dopo l’intervento per il tumore del colon. Ero rattristato nel vedere il vecchio amico dibattersi in panni che non sarebbero mai stati suoi, ma nondimeno devo dire che, con il suo indubbio carisma scenico forse un filo ruffiano riusciva a creare una credibilità.
Gli regalo mezzo punto in più praticamente solo per questo brano e per il ricordo a esso correlato, perché invece per il resto per me è un disastro, totalmente inattendibile.
Si oscilla fra il senile abborracciato di “Di Provenza”, in cui pure riesce a fare le minime acciaccature; e il disastroso già citato di “Eri tu”, maltrattato ignobilmente per la totale incapacità di gestirne la scrittura, il legato, i passaggi ad alta quota e gli affondi in basso: il sedicente baritono Domingo riesce a sfangarla con i passaggi più declamatori, ma crolla miseramente alle prese con il vero canto verdiano.
Pessimo, da questo punto di vista, il “Pietà, rispetto, amore”, in cui il biascicamento senile è particolarmente sgradevole.
Pessimo l’arioso del Conte di Luna, vero banco di prova per tutti i baritoni.
Appena un po’ meglio “Oh de verd’anni miei”, ma solo perché batte in zone molto più acute che possono essere superficialmente scambiate per territorio di confine con l’area tenorile.
Tremendo il “Per me giunto”, altro brano che richiede un dominio diabolico del canto legato e della capacità di sfumare, che sembra mal declamato dal nonno di Posa.
La chiusa è dedicata ai tormenti di Don Carlo di Vargas. Ed è proprio “Urna fatale” a riassumere al meglio questo disco: l’inizio declamatorio è quello in cui Domingo riesce a rifugiarsi meglio, lo sviluppo di “dispero vada” richiede un dominio tecnico (baritonale, s’intende) ed espressivo totalmente estraneo a Domingo, che infatti vi si arrotola ignobilmente.

Poche parole sulla direzione, che è anonima nel suo essere assolutamente funzionale al difficile accompagnamento di un canto così problematico; e sui colleghi che accompagnano Domingo in questa tremenda scorribanda, fra i quali spicca – per la bellezza del mezzo vocale – tale Angel Joy Blue, che potrebbe essere una di quelle di cui si parlerà anche in futuro.

Disco inutile, falso, terribile, che ha il potere di azzerare nell’appassionato di mezza età (come il sottoscritto) tutto il bel ricordo legato a questo grandissimo visto mille volte sul palcoscenico e sentito anche di più in disco.
Quello vero.
Quello di una volta.

Pietro Bagnoli

Categoria: Recitals

 

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