Lunedì, 23 Luglio 2018

Requiem

Aggiunto il 23 Dicembre, 2015



Giuseppe VERDI
MESSA da REQUIEM
• Anja Harteros (soprano)
• Daniela Barcellona (mezzo)
• Wookyung Kim (tenore)
• Georg Zeppenfeld (basso)
Philharmonischer Chor München
Münchner Philharmoniker
LORIN MAAZEL
registrazione live, 6-7, 9 Febbraio 2014 - Philharmonie, Munich, Germany
Ed. discografica: SONY, 2 CD [51’.09” + 41’.08”]

Note tecniche sulla registrazione: registrazione praticamente perfetta. Profonda, ampia, di grande spaziosità. Rumori di fondo attenuati in una atmosfera naturale.
Pregi: il vero testamento musicale di Maazel. Orchestra. Coro
Difetti: Quartetto vocale non irreprensibile
Valutazione finale: images/giudizi/ottimo-eccezionale.png


Ci si può ancora emozionare sensibilmente all’ascolto di una registrazione della Messa da Requiem di Verdi? Sicuramente sì, se si tratta di questa registrazione. E i motivi sono molteplici. Uno strettamente personale per la grande ammirazione verso Maazel. Uno invece “storico” legato al fatto che questo è il testamento del direttore americano, essendo la sua ultima registrazione di febbraio 2014, poco prima della scomparsa.
Il terzo, sicuramente il più importante, è strettamente artistico. A livello orchestrale e corale è probabilmente una delle migliori esecuzioni del Requiem degli ultimi venti anni. Non diventa l’edizione di riferimento a causa del quartetto vocale, decisamente non irreprensibile.
Partiamo da Maazel. Molti avranno sicuramente sentito, su youtube o dal vivo, almeno una delle sue innumerevoli esecuzioni “live” del capolavoro verdiano. Chiarissimo quindi è il forte legame tra la partitura e il direttore di cui, detto senza giri di parole, conosce anche le pieghe più nascoste. Quello che è profondamente diverso è l’approccio, meno edonistico, meno “seduto” sulla mostruosa maestria tecnica. Siamo insomma davanti ad uno dei suoi capolavori. Come sorta di testamento sofferente Maazel legge il Requiem di Verdi come la sua ventinovesima opera.
Le note iniziali del Requiem aeternam sono dolcissime, sorrette da un vibrato molto largo. Le tre semplicissime note iniziali Mi, Do, La vibrano e piangono. Gli archi danno immediatamente la cifra stilistica dell’interpretazione: una sofferenza raccolta, squarciata da momenti che lacerano l’anima, per poi rientrare in oasi più rasserenanti.
E’ nel “Dies Irae” però che Maazel ci lascia senza parole. L’accordo iniziale non è bombastico come in quasi tutte le edizioni. Tutt’altro. E’ quasi un accordo timoroso, non staccato, la nota si posa dolcemente sulle nostre orecchie che attenderebbero invece un suono più intenso: che arriva invece nella risposta in levare della grancassa, quella sì sconvolgente per la sua forza e la sua intensità deflagrante, al limite della barbarie.
Luminosissimo il colore dei fiati nel “Tuba Mirum”, che apre uno squarcio di luce dopo tanto “tremor”. Bravo Zappenfeld (sicuramente il migliore dei quattro solisti) nel Mors Stupebit. Voce non scurissima ma ben governata, dizione sicura, scansione granitica.
La Barcellona invece delude un po’ rispetto ad altre prestazioni. La voce rimane sempre corposa ma più affaticata con un frequente utilizzo delle note di petto per dare più intensità alle note gravi: la difficoltà si avverte chiaramente nel “Liber Scriptus” sulle note del “nil inultum remanebit”.
Magico poi l’intreccio di voci, quasi cameristico, nel Quid Sum Miser. L’ingresso delle tre voci è caratterizzato da un leggerissimo rallentando con un effetto straniante. L’impasto timbrico tra il mezzo e il tenore è robusto e corposo, l’ingresso del soprano rende il tutto più dolce e ci porta velocemente ad un Rex Tremendae davvero inquietante nella sua tesa drammaticità. Gli interventi del coro maschile sono realmente imponenti e fanno da contraltare al canto dei solisti più dimesso e in secondo piano.
Il “Recordare” mette purtroppo in evidenza le difficoltà del mezzo di cui parlavamo prima ma anche, e soprattutto, la totale estraneità della Harteros alla musica di Giuseppe Verdi. Non migliorano le cose nell’Ingemisco dove il tenore Wookyung Kim, a fronte di un timbro vocale soggiogante, esibisce una linea di canto discretamente sconnessa: il Sib4 finale suona fibroso e affaticato, nonostante Maazel cerchi di soccorrerlo con un tappeto sonoro incantato.
Il “Confutatis” è intenso, spaventoso, secco: le dinamiche sono rispettate alla perfezione, il suono mobilissimo, avvolgente e il basso si inserisce alla perfezione. Il Dies Irae ritorna portato al suo estremo parossismo: le note in battere sono leggere, quelle in levare sono intense, spaventose, a tratti perfino grottesche, nell’accezione migliore del termine.
E’ però nel “Lacrymosa” che Maazel compie il suo capolavoro. La transizione dal numero precedente è resa con un suono luminoso, caldo, sempre più lento e solenne. Il “morendo” in partitura è sottolineato con un rallentando continuo fino al primo Sib del Lacrymosa. Qui Maazel rallenta vistosamente e crea una atmosfera sospesa, spiazzante. Il Fa del mezzosoprano giunge quasi come una liberazione al nostro orecchio che non riesce più quasi a reggere l’atmosfera straniante creata dal Maestro. Un vero colpo di genio e insieme una incredibile dimostrazione di bravura tecnica nel tenere insieme tutto con tale semplicità.
L’Amen finale è liberatorio. Le forcelle dinamiche mutano continuamente e il ppp finale lo immaginiamo come una temporanea chiusura del sipario.
Sipario che idealmente si riapre sull’Offertorio. La fusione tra solisti, orchestra e coro è intensissima e ci porta al “Sanctus” più sconvolgente mai udito in vita mia. La fuga a due cori eseguita così andrebbe inserita di diritto in ogni cattedra di direzione e composizione di ogni conservatorio. La precisione ritmica, la chiarezza, la nitidezza del suono, la fusione delle sezioni che cameristicamente mantengono un suono proprio lascia letteralmente senza fiato. Grande, grandissimo Maazel qui, che ci riporta alla mente i suoi trascorsi di grande esecutore di Falstaff.
Nell’Agnus Dei e nel Lux Aeterna i solisti migliorano sensibilmente, trascinati dal Direttore guida.
Il Libera me Domine finale – probabilmente una vera e propria aria d’opera per soprano e coro – necessiterebbe di un soprano diverso. La Harteros è brava ma manca di quell’accento nella voce per dare il giusto peso alle parole, senza contare che il Do3 di “Et… terra” risuona vuoto e senza alcun suono così come le stesse note gravi nel “Tremens…”
Maazel la soccorre all’inverosimile circondandola di un cuscino delicatissimo, trasparente, un velo impalpabile di suoni impagabile. L’ultimo Dies Irae è una apoteosi di suono e ritmo travolgente e corre veloce all’Andante finale. Qui l’Harteros inizia benissimo. Il Fa suona splendidamente, Requiem Aeternam è delicato, sospeso, estatico. Maazel ricrea una magia che prepara al Si acuto del soprano. Purtroppo la Harteros rovina la magia con un suono orrendo che ricorda tanto i problemi già esibiti nella recente Aida.
La fuga finale ripete invece il miracolo del Sanctus.
Dei solisti ho già detto. Resta da dire di una orchestra splendida, duttilissima, pronta a farsi plasmare da Maazel e di seguirlo in questa sua visione così teatrale del capolavoro verdiano. Il coro di copre di gloria anche grazie ad una dizione latina perfetta senza quei suoni duri cui talvolta ci hanno abituato i cori tedeschi, soprattutto sulle consonanti.
In conclusione un Requiem imperdibile. Il testamento di un gigante che ci lascia una pietra miliare dell’interpretazione, per di più dal vivo. Con un quartetto vocale migliore, avremmo avuto una delle versioni definitive.
Flipperinodoc




Categoria: Musica Sacra

 

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