Sabato, 22 Settembre 2018

Mefistofele

Aggiunto il 27 Febbraio, 2018


Arrigo Boito
MEFISTOFELE
Opera in un prologo, quattro atti e un epilogo proprio
Libretto di Arrigo Boito, da Goethe
Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 5 marzo 1868 (seconda versione: Bologna, Teatro Comunale, 4 ottobre 1875)


Elena: Montserrat Caballé
Margherita: Mirella Freni
Marta: Nucci Condò
Faust: Nicolai Ghiaurov
Mefistofele: Luciano Pavarotti
Wagner: Piero Palma
Nereo: Robin Leggate
Pantalis: Della Jones

The London Opera Chorus
The London Opera Chorus
Choir of Trinity School
National Philharmonic Orchestra
Direttore: Oliviero de Fabritiis

Luogo e data di registrazione: Walthamstow Town Hall, London, agosto 1980 e gennaio 1982
Edizione: Philips (2 CDs; 67:11+78:49)

Note tecniche sulla registrazione: buona, anche se in alcuni punti il balance a vantaggio di orchestra o voci è preponderante rispetto all’insieme
Pregi: il testamento di De Fabritiis; Freni e Pavarotti
Difetti: il tardo Mefistofele di Ghiaurov; un generale sentore di noia circa l’opera boitiana

Valutazione finale: images/giudizi/buono-ottimo.png


““Mefisotofele” è un’opera aperta. Se non si conosce il mito, il “Mefistofele” di Boito non si comprende facilmente. Questa opera aperta è una delle grandi conquiste della seconda metà dell’Ottocento: è l’opera che tende a coinvolgere lo spettatore in modo sia pure indiretto, gli si rivolge cioè presupponendo che sia già al corrente, magari in modo sommario, di quanto è già accaduto prima e di quanto accadrà dopo lo svolgimento degli eventi presentati sulla scena, in quanto ciò è necessario alla comprensione di questi. L’opera si trasforma in un messaggio non si limita a riflettere la società qual è, aderendovi e giustificandola, bensì comincia a metterla in discussione. Il “Mefistofele” proprio per questa ragione, si presenta come una serie di “scene dal Faust” piuttosto che come un melodramma teatrale coerente.”*
Boito voleva far sua la proposta di Goethe di una nuova tragedia “per scene”, priva in apparenza delle unità classiche ma coesa nel suo sviluppo profondo, provocatoriamente a lieto fine, in versi, strutturata tanto a livello architettonico che nei contenuti, negli spazi, nei tempi e nei personaggi, su uno schema duplice e bipartito, commisto di alto e di basso, di antico e di moderno, di soggettivo e di oggettivo, di sacro e di blasfemo.
Come già altri hanno scritto prima di me anche su questo stesso sito, l’opera di Boito in questione non è un capolavoro. Ci sono molte idee, seppure per fortuna meno rispetto alla perduta prima versione presentata al Teatro alla Scala nel 1868, ma quel che manca è appunto un senso di profonda coesione come ben messo in luce dalla citazione appena tratta da un articolo di Carlo Marinelli. Detto questo però è, personalmente, titolo di grandissimo fascino che merita di essere non solo conosciuto ma anche degno di interesse da parte dei maggiori teatri.

Questa registrazione montata a più riprese tra il 1980 e il 1982 è dedicata al m° De Fabritiis che scomparve il 12 agosto 1982. Credo che proprio a lui dobbiamo la buona riuscita del capolavoro boitiano, una registrazione che aggiunge qualcosa di nuovo sia al vertice raggiunto con il trio Siepi-Del Monaco-Serafin (la Tebaldi invece mi pare totalmente fuori fuoco) sia con quella che verrà di Muti, ove l’allora direttore scaligero creò un “Mefistofele” inarrivabile per concezione teatrale grazie anche alla presenza del grande Ramey, ma purtroppo come spesso accadde a Muti montò un cast in gran parte inadeguato.
De Fabritiis ci lascia una visione così piena di ricerca del dettaglio da sorprenderci: bellissima la raffinatezza del prologo in cielo, mai condotta con magniloquenza ma anzi con trasparenza; pulitissimi e altresì vivacissimi i cori del primo atto; stupende le morbidezze nel secondo atto mentre condotti con giusto piglio i sabba, per tornare alle dovute raffinatezze nel finale. Il direttore romano non cerca, a mio avviso giustamente viste le premesse fatte all’inizio, di unificare la visione delle scene, quanto piuttosto di collocare Boito e la sua variopinta arte all’interno del panorama culturale coevo. La ricerca del wagneriano è tesa a una plastica italianità di fondo, trasparente e lirica, mai pedante; sentiamo poi il puccinismo dei due duetti dell’opera e ancora presagi su quelli che saranno gli esiti dei cori di “Cavalleria Rusticana”. Giustamente Verdi lo si sente meno: Boito voleva distaccarsi dai modelli verdiani per giungere a forme più innovative. Ci riuscì solo in parte da quello che desumiamo essere la prima versione dell’opera; la seconda credo sia più una fucina di idee in essere, come De Fabritiis ci vuole mostrare. Credo le pagine più riuscite siano però il prologo ed epilogo: una sorta di ritorno ciclico, ove però De Fabritiis vede un percorso di redenzione e forse intravede già il fine della propria vita.
E poi ci sono la Freni e Pavarotti, due voci che incarnano al meglio la giovanile età vocale richiesta dai personaggi interpretati. Manco a dirlo la voce cristallina di big Luciano da il meglio negli ampi squarci lirici della partitura: dal fresco e comunque malinconico “Dai campi, dai prati che inonda” fino al magnifico “Giunto sul passo estremo”, ove la voce del modenese si fa giustamente più scura e calda. Nelle arie e nei passi a solo, forse Pavarotti manca un po’ di interpretazione e in fondo in crede poi molto al personaggio reso da Boito, come non dargli torto, ma come si fa a giudicarlo per questo dopo tutto quel bendidio vocale che si è ascoltato? Poi al secondo atto entra la Freni e con Pavarotti credo dia suggello all’apice della registrazione con il duetto del secondo atto che solo in parte si ripete nel terzo. Nel secondo atto la Freni fa di Margherita già un personaggio celeste, giustamente malinconico e dimesso, ma solo dal punto di vista intepretativo mentre la voce è così calda, ricca e avvolgente. Molto curati sono come sempre dizione e fraseggio.
La registrazione è impreziosita dalla presenza di Montserrat Caballé anche se non aggiunge molto di personale rispetto alle splendide voci di Pavarotti e Freni. La Caballé canta bene, cercando di differenziare il personaggio di Elena, per quanto Boito lo consente, da quello di Margherita ma la sua prova rimane alquanto approssimativa, quasi volesse guardare da lontano quello che sta accadendo a Faust senza tentare nessun contatto fisico ed emotivo.
Nicolai Ghiaurov fece la storia del ruoli di basso e anche di quello del “Mefistofele”; veramente storica l’interpretazione del 1965 a fianco di Alfred Kraus, sotto la bacchetta di Sonzogno. Però purtroppo arriva tardi all’appuntamento con questa registrazione. La voce è sfibrata e sovente monocorde; spesso il fraseggio è faticoso come già nell’aria del fischio e ancor più durante i passi finali dell’opera. L’intenzione però non si è persa e ci tratteggia comunque un Mefistofele veramente tenebroso, arcigno, senza un pizzico di umanità che altri interpreti avevano mostrato (Ramey per primo).
Buone le parti di fianco, con menzione speciale per il leggendario Piero Palma, qui a suo agio nella parte di Wagner.

Nel complesso si tratta di una buona registrazione del titolo boitiano che però ha un non-so-chè di sentore generale di noia, di non comprensione dei personaggi del titolo, quasi di mancanza di fiducia in un titolo che non sarà certo un capolavoro da inserire in ogni stagione lirica, anche per le dovute difficoltà sceniche, ma che in ogni caso va conosciuto e apprezzato quale importante tassello della storia dell’opera italiana.

Fabrizio Meraviglia


* cit. C. Marinelli, “Faust secondo Gounod e Boito”, in A.A.V.V., Progetto Faust, Ente teatro comunale, Treviso 1991, pp. 68-69.

Categoria: Dischi

 

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