Martedì, 19 Marzo 2019

Requiem

Aggiunto il 04 Gennaio, 2014


Giuseppe VERDI
MESSA DA REQUIEM
per soli coro ed orchestra

Gwyneth JONES, soprano
Grace BUMBRY, mezzosoprano
Franco CORELLI, tenore
Ezio FLAGELLO, basso

Los Angeles Philarmonic Orchestra
Direttore Zubin MEHTA

Luogo e data di registrazione: Los Angeles 14-11-1967
Ed. discografica: MYTO 2 MDCD 0015 (il II CD contiene un bonus 12 brani – arie liriche, canzoni, romanze da salotto – eseguiti da F. Corelli)

Note tecniche sulla registrazione: Il suono è abbastanza buono

Pregi: L’insieme dell’esecuzione

Difetti: Certi limiti vocali della Jones e certe superficialità di Corelli

Valutazione finale: images/giudizi/discreto.png



Nel decennio ’60-’70 del secolo passato, la discografia del Requiem verdiano si arricchì di notevoli incisioni audio e video effettuate da noti direttori e solisti. Non che questa composizione abbia una discografia sparuta e limitata o priva di attrattive, ma proprio questo decennio vede una grande quantità di edizioni audio e video (tanto in studio quanto dal vivo), ma in questo decennio abbiamo avuto una sorta di incremento… demografico. Fra i direttori spicca in questo decennio un nome: C. M. Giulini che ha all’attivo ben 3 versioni: la prima del ’60 (già qui recensita) con la Sutherland, la Cossotto, Ottolini e Vinco, una seconda, meno famosa, riproduce un live del 1963 con A. Shuard, A. Reynolds, R. Lewis e D. Ward, mentre molto più celebre appare la terza (1964) con la Schwarzkopf, la Ludwig, Gedda e Ghiaurov, in studio. Non meno importante la presenza di Karajan del quale abbiamo il video con i complessi scaligeri con la Price, la Cossotto, Pavarotti, Ghiaurov del ’67. Ma da ricordare sono anche in quel decennio Solti, Bernstein, Ormandy, Barbirolli. Curiosità desta questo live del 1967 con il giovane Z. Mehta che, proprio in quegli anni negli USA, si affermava con alcuni titoli come Turandot (con la Nilsson, Corelli e la Freni), mentre in Italia (con i complessi dell’Opera di Roma) incideva opere come Aida avendo quale trio protagonistico la Nilsson, la Bumbry e Corelli. Direttore impetuoso e intenso ci offre una lettura del Requiem verdiano all’insegna del suono sfarzoso e del kolossal interpretativo. Il suono è buono e ci consente l’ascolto gradevole e sufficiente per affermare che siamo dinanzi ad una versione poco incline al pianissimo o alle mezzetinte. Se queste sono prescritte in partitura, esse sono ricomprese in un quadro apocalittico di più ampio respiro. A differenza di altre bacchette, Mehta non crea atmosfere o attimi di sospensione, ma tutto possiede una compattezza armoniosa in cui non abbiamo certo brutture, ma nemmeno momenti di particolare commozione (pensiamo ad esempio al lirismo di un Giulini, oppure alla meditazione sonora di un Karajan). È chiaro che, nell’esecuzione del direttore indiano, ad avvantaggiarsene sono i momenti più scopertamente drammatici in cui il suono è colossale e di un marcato dinamismo agogico. Tuttavia va dato atto a Mehta di aver impostato uno dei migliori “Sanctus” che abbiamo in discografia.
È chiaro che tutto fa poi blocco con i solisti fra i quali almeno tre avevano una personalità vocale più che spiccata. Appare strano che, guardando all’intera discografia in studio, Corelli non abbia mai inciso il Requiem, lo troviamo qui profondersi con la voce che sappiamo e con un’esattezza di attacchi non pari alla sua fama di grande tenore quale è stato. Ce ne avvediamo in qualche passo dell’Ingemisco e nell’Hostias dove spiana il trillo previsto nella frase “tibi Domine laudis offerimus” e stessa cosa si ripete alla successiva frase “transire ad vitam”. A tratti poi verrebbe da dirgli “Calma ragazzo!” vista la foga con la quale si getta su qualche frase a piena voce, a partire ad esempio dal “Kyrie eleison” iniziale. Insomma una prestazione che se si fosse realizzata in studio e con opportuni accorgimenti (di cui Corelli era maestro) avremmo il ruolo tenorile del Requiem meglio realizzato accanto a quello di Pavarotti (penso specialmente all’edizione Solti del 1967 in casa DECCA).
La Jones fino a che non canta da sola ci fa udire bei preziosismi vocali (compreso l’arduo “fac eas de morte transire ad vitam” che conclude l’Offertorio) ed inoltre un notevole affiatamento con la Bumbry (“Recordare” ed “Agnus Dei” sono notevoli). Inoltre più di Corelli la Jones rispetta i segni e i particolari della scrittura verdiana.
Giunta però al “Libera me” i caratteri peculiari del suo cantare vengono alla luce: intanto una dizione non eccelsa nel senso che è alterna con allargamenti e restringimenti nelle vocali, nel cantare piano il suono non è dominato alla perfezione e qua e là si sentono slittamenti di tono, il suono poi in alto rivela fissità, senza contare poi che, nel ‘bailamme’ orchestrale di questo brano, la voce risulta fagocitata dal contorno sonoro e poco udibile. Svetta però abbastanza agevolmente verso la fine del brano.
La Bumbry è molto brava, ma non è certo il Requiem a darle fama. Personalità carismatica e volitiva la cantante statunitense si è fatta conoscere per ben altri ruoli in carne ed ossa (Eboli, Amneris, Carmen) azzardando anche ardue parti sopranili (Medea, Salome Turandot, Norma).
Flagello è anch’egli efficiente per correttezza e giusta espressione nel suo “Mors stupebit” e nel “Confutatis”, ma è chiaro che altri bassi che hanno eseguito questa partitura hanno lasciato maggior segno.
Il Coro si disimpegna bene.
I 2 CD sono completati da un esteso bonus tutto dedicato alle prodezze atletico-vocali di Corelli, tratte da due recital del ’62 e del ‘67. Non parlo di brani d’opera e canzoni (molte napoletane), ma utilizzo proprio questa definizione giacché alla quantità di suono emesso, tale da lasciare impietriti corrisponde un’espressione davvero araldica messa in mostra, oltre che per i brani operistici fra cui spicca l’aria “O souverain o juge, o père” dal massenetiano Cid, come anche “Ah, la paterna mano” del verdiano Macbeth) anche per motivi più popolari (Core ‘ngrato, I’ te vurria vasà, A vucchella). Siamo dinanzi ad un prodigio che, più che un salotto canoro oppure il golfo di Napoli, evoca un grande stadio dove si assiste ad una grande manifestazione di atletica pesante e leggera dove il protagonista è lui: Corelli e lui solo (per la verità, ci sono due duetti di Bohème con D. Kirsten e di Andrea Chènier con la Tebaldi: svenevole la prima e un po’ mascolina la seconda) A tratti mette davvero i brividi perché l’ampiezza sonora da un lato, e lo squillo unito ad una grande capacità di flettere e piegare dall’altro, fanno davvero testo. Solo che … solo che dopo un po’ la saturazione fonica è dietro l’angolo senza contare che, per alcuni caratteri confidenziali richiesti da alcuni brani, l’esecutore è sceso armato con lorica e corazza. Il che è improprio.
Era un po’ lo stile di Corelli: tenore drammatico ed espada (come dicono gli spagnoli) che all’enfasi sapeva unire anche notevole abilità vocale. Ma talvolta eccedeva……
Faccio un ultimo rilievo circa il Requiem verdiano in disco inciso in studio: se si tolgono le edizioni del 1929 (diretta in studio da Sabajno) del 1939 (diretta in studio da Serafin) e la selezione del ‘live’ del 1940 diretto da De Sabata nella Basilica di S. Maria degli Angeli, le altre edizioni successive non hanno mai un quartetto solistico interamente italiano.


Luca Di Girolamo

Categoria: Musica Sacra

 

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