Venerdì, 10 Aprile 2020

Clemenza di Tito

Aggiunto il 15 Febbraio, 2015


WOLFGANG AMADEUS MOZART
IDOMENEO

• Tito CHARLES CASTRONOVO
• Sesto VESSELINA KASAROVA
• Vitellia VÉRONIQUE GENS
• Annio MICHELLE BREEDT
• Servilia ALEXIA VOULGARIDOU
• Publio PAOLO BATTAGLIA

Chor des Bayerischen Rundfunks
Chorus Master: Robert Blank

Münchner Rundfunkorchester
PINCHAS STEINBERG

Ove Krüger, cembalo
Matthias Ambrosius, clarinetto

Luogo e data di registrazione: Philharmonie im Gasteig, Munich, 26-2-2006
Ed. discografica: RCA, 2 CD

Note tecniche sulla registrazione: complessivamente di alto profilo

Pregi: ovviamente Kasarova sugli scudi, ma sorprendentemente più che buono Castronovo

Difetti: direzione old style

Valutazione finale: images/giudizi/discreto-buono.png

Una registrazione di discreto interesse, a costo peraltro molto contenuto, che in Italia è ormai di difficile reperibilità, ed è un peccato perché ha nella scorrevolezza e nel canto i propri punti di forza principali. Stante la vicinanza temporale, si mette abbastanza alla pari con la quasi coeva registrazione di Mackerras per la DGG, cui l’accomuna l’analoga visione “pacificatrice” e tradizionalista, volutamente – mi verrebbe da dire – contro le istanze filologiche peraltro già ampiamente esperite, e proprio in questo titolo, da almeno 15 anni.
Perché “pacificatrice”?
Perché in un’opera come questa, di impianto fortemente illuminista e massone (pur ovviamente senza il simbolismo esoterico del Flauto Magico), si è sentita spesso l’esigenza di un alto sentire coturnato che facesse risuonare i sentimenti più profondi invece degli affetti esagitati di altre opere.
Oggi sappiamo che non solo non è così, ma che questa visione è profondamente sbagliata. Tito Vespasiano è un personaggio di estrema complessità, che vive una rete di affetti incastrati fra di loro e deve dirimere nella rete umana che lo circonda. Non basta più né appare francamente accettabile far vedere il principe incastrato in una nicchia come accadeva in alcune incisioni o rappresentazioni degli Anni Settanta (si pensi a Böhm o Davis); ed è ormai peraltro chiaro che, in un’ottica massone come quella cui facevamo riferimento, quella del sovrano illuminato non è un’icona da figurina Liebig, ma un ideale cui ambire in un processo iniziatico non diverso da quello di Pamina e Tamino.
Tuttavia, anni di filologia hanno portato probabilmente a una certa qual saturazione. Questo almeno è quello che evinco da due registrazioni come questa e quella già citata di Mackerras che sembrano tornare decisamente a un passato che – oggi come oggi – non ha più nessun senso, se non quello di “reazione” nel senso più deteriore del termine.
“Reazionaria” è infatti la direzione, che sembra voler portare pace in un’opera come questa che vive di molti più contrasti di quelli che immaginavamo un po’ di anni fa.
Ce n’era bisogno? Secondo me no, ma è chiaro che se – dopo la registrazione di Jacobs – saltano fuori ben due Clemenze old style, vuol dire che probabilmente sono la risposta a un bisogno, a una necessità.
Quale necessità?
Chiarezza espositiva?
Assenza di contrasti eccessivi?
Ritorno a una maggior semplificazione, per non dover usare troppo il cervello?
Quale che sia la ragione, c’è da riflettere.
Steinberg, poco più che settantenne all’epoca della registrazione, fornisce una lettura che avremmo potuto ascoltare, appunto, da un Böhm: niente di male, beninteso (sono sempre stato convinto assertore del Mozart di Böhm come espressione di un momento storico fondamentale), ma siamo tornati indietro anni luce. Si capisce che Steinberg conosce benissimo la materia, il che trattandosi di un’opera complessa come la Clemenza non è propriamente da tutti; ma, considerando quello che è stato fatto su questo titolo da Harnoncourt e Gardiner prima, e soprattutto da Jacobs poi, suona veramente un po’ troppo polveroso.
Non è che Mozart debba esser fatto a tutti i patti con orchestre barocche; e la Münchner Rundfunkorchester suona molto bene. Ma è un modo di suonare pletorico, placido, poco contrastato che suona irrimediabilmente datato; può andare bene ai passatisti acritici, oppure come documentazione di una serata qualunque della bassa provincia tedesca. Il problema è che, nel frattempo, molta acqua è passata sotto ai ponti, e non tutti sembrano essersene accorti
Certo, c’è uno splendido senso della narrazione e il canto viene accompagnato benissimo e con molto buon senso, ma può bastare questo in un periodo come questo che vive di ben altri fermenti? Fermenti che – peraltro – ci hanno fatto scoprire mondi di cui, sino agli inizi degli Anni Novanta, non avevamo nemmeno sospettato l’esistenza.
Sono francamente perplesso, ma sarei bugiardo se non riconoscessi di essermi discretamente goduto questa registrazione complessivamente gradevole, che si raccomanda proprio per equilibrio e omogeneità.
Il merito, ovviamente, come succedeva in una qualunque registrazione degli Anni Sessanta, è soprattutto del canto, qui di qualità non disprezzabile in genere, e addirittura eccellente in un componente, che è inevitabilmente Vesselina Kasarova, vale a dire uno dei migliori Sesto di tutta la discografia. Si configura quindi una sorta di “one woman show” che si discosta nettamente dal trend attualmente imperante, ma che può andar bene se si sta al gioco; anche perché il resto non è affatto disprezzabile.
Vesselina Kasarova, classe 1965 e nel pieno possesso dei suoi mezzi, è favolosa. Forse un accenno di risonanze poitrinées e di vibrato stretto nei passaggi in pianissimo; ma il canto è di primissimo ordine. Momenti come “Parto ben mio” e “Deh per questo istante solo” sono da antologia. Eccezionale inoltre è il recitativo accompagnato “Oh dei che smania è questa” con cui avvia il finale primo, e che mostra tutta la comunicativa e la solidità della sua vocalità.
Mi piace discretamente anche Véronique Gens, cantante che solitamente amo molto, anche se la sua Vitellia vive della stessa placidità emotiva della direzione. La linea di canto è come al solito molto bella e pulita, ma il suo personaggio, nella sua estenuazione floreale, ripiomba nettamente dietro a quello delineato – per esempio – da Julia Varady un bel po’ di anni prima. Si stenta veramente a credere che questa placida ragazza sia all’origine della congiura contro Tito.
Più che accettabile, anzi gradevole, anche la performance di Charles Castronovo, che urlacchia un po’ “Del più sublime soglio”, mentre risulta più centrato in “Se all’Impero”.
Complessivamente non male gli altri, in un contesto di aurea mediocritas che – se non dispiace mai veramente – comunque non finisce per entusiasmare se non nei passaggi in cui sale in cattedra Sesto.
Splendida Kasarova, davvero.
Non basta, ai nostri giorni, per rendere accettabile una registrazione; almeno secondo me
Pietro Bagnoli

Categoria: Dischi

 

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