Lunedì, 18 Febbraio 2019

Trovatore

Aggiunto il 15 Giugno, 2014


Giuseppe VERDI
IL TROVATORE

• Manrico RICHARD TUCKER
• Leonora LEONTYNE PRICE
• Conte di Luna LEONARD WARREN
• Azucena ROSALIND ELIAS
• Ferrando GIORGIO TOZZI
• Ruiz MARIO CARLIN
• Ines LAURA LONDI
• Un vecchio zingaro LEONARDO MONREALE
• Un messo TOMMASO FRASCATI

Orchestra e Coro dell’Opera di Roma
ARTURO BASILE

Luogo e data di registrazione: Roma, 1959
Ed. discografica: originariamente RCA; poi URANIA records, 2 CD

Note tecniche sulla registrazione: si tratta di una registrazione sostanzialmente buona, ma a tratti o i cantanti o l’orchestra vengono in primo piano creando squilibri.

Pregi: Al primo posto la Price e Tucker

Difetti: uno capitale che è la direzione e due gravi: Warren e la Elias

Valutazione finale: images/giudizi/sufficiente.png

Negli anni ’50, la discografia ha prodotto gran numero di edizioni di opere di ‘cassetta’ dei nostri maggiori autori e Il Trovatore entrava di diritto in questi titoli amatissimi dal pubblico (un po’ meno dalla critica). Nel decennio 50-60 abbiamo ben 5 edizioni del fosco thrilling spagnolo di Gutierrez-Cammarano e musicato dal cigno di Busseto, più il video con Del Monaco e la Gencer. In tali edizioni (a partire dal 1951 con Lauri-Volpi per il l’anniversario della morte del Bussetano) tutti i tenori che andavano per la maggiore in quel tempo si sono cimentati: Björling, Del Monaco, Di Stefano e ognuno può esprimere il proprio gradimento. Si tratta di edizioni non del tutto esenti da pecche e sui quali la critica ha espresso pareri abbastanza negativi, anche se – a dire il vero – qualche pagliuzza aurea si trova (penso ad esempio alla Simionato, Azucena dell’edizione DECCA del ’56 insieme agli assi della scuderia di quella casa discografica: Del Monaco-Tebaldi. Assi, per certi versi, molto oggi ci sarebbe da discutere). Ultimo arrivato (e forse un po’ tardi) è appunto il Tucker della presente edizione. Grande cantante, soprattutto in solidità di suono ed interpretazione mai superficiale, Tucker ci offre un Manrico forse non poetico, né ‘bel tenebroso’ (come lo sarà Corelli agli inizi del ’60) ma di buon profilo. Notevole la precisione del «Mal reggendo all’aspro assalto», mentre un po’ meno singolare risulta essere l’«Ah si ben mio…». Buona è la pira e tutto il IV atto. Sarebbe buono anche il suo contributo nel terzetto finale del I atto, ma l’assurda concezione del direttore e la registrazione che pone in primo piano Warren (che non è un prodigio) lo relegano sullo sfondo con la Price. Un Manrico all’epoca da ritenere ‘funzionale’, che oggi, forse sarebbe il primo della classe anche perché qui appare veramente sprecato (pensiamo a cosa avrebbe potuto produrre se accanto alla Callas nell’edizione EMI con Karajan ci fosse stato lui, anziché il deficitario Di Stefano…).
La Price ha avuto nella sua carriera alcuni ruoli eponimi (Aida, Tosca, Elvira, Amelia, e le due Leonore verdiane) e appunto con questa registrazione inizia il suo itinerario di approfondimento della contesa dama verdiana. Ascoltare un fiume di suono bruno eppur luminoso è veramente confortante, anche perché la cantante americana, soprattutto nelle edizioni degli anni ’50 non aveva ancora acquistato quell’ovattatura che ne rendeva un po’ problematica la scansione delle frasi. Cantante di agilità non lo è mai stata (e qui lo si sente), però una interprete molto partecipe e passionale e qui il suo «D’amor sull’ali rosee» è davvero una meraviglia. La Price tornerà – in studio e ‘live’ – a questo personaggio, ma forse non raggiungerà più il livello che mostra in questa edizione in modo specifico nell’arioso del IV atto. Appare evidente che è la punta di diamante di tutto questo cast! Occorrerà attendere solo 3 anni e avremo la sua sensazionale Tosca con Karajan (e sempre con lui il Trovatore di Salisburgo con Corelli).
Di Warren quale Conte abbiamo un paio di testimonianze: la prima è un ‘live’ messicana con la Callas del 1950 (unico incontro con la cantante greca di cui abbiamo testimonianza), poi l’edizione del ’52 con la Milanov e Björling. Non ho fatto confronti di sorta, ma alla grande nobiltà che Warren – alle terza registrazione – mostra qui (e che, se si fa eccezione per Tagliabue, invano è da cercare in baritoni italiani coevi) si contrappone una certa rigidità di espressione, una dizione made in USA (ma anche Tucker non ne è esente) e anche il registro acuto (per cui Warren era famoso) non è esente da suoni che non sono omogenei, ma ‘vanno indietro’. Unica eccezione appare la frase «Leonora è mia» prima dell’attacco de «Il balen del suo sorriso», romanza clou del baritono in cui però i tentativi di cantare piano si traducono in suoni che sanno di afonia. Qualcosa di simile, se ci facciamo attenzione, accadrà anche a Milnes anni dopo.
La Elias è un’Azucena che inizia bene con uno «Stride la vampa» ben cantato e non esagitato in cui fa valere certa sensualità di timbro (il che non guasta per un personaggio così visionario, introverso ed enigmatico). Buona è anche la dizione. Però Azucena è un personaggio a tratti efferato e qui la Elias resta schiacciata dalla problematicità che la zingara verdiana si porta dentro. Sul piano interpretativo manca la dimensione dell’incubo e della fiamma (nel IV atto, la frase «Il rogo, il rogo, il rogo! Parola orrenda» è gettata via…) e questo è evidente perché il canto è sempre buono come qualità, ma abbiamo un’Azucena appena abbozzata. Il suo «Condotta ell’era in ceppi…» è preciso nell’esecuzione, facile nel suono acuto, ma non abbiamo la minima drammaticità allucinata che il momento richiede con tutto il corollario di violenza che i dettagli del bambino bruciato danno ad intendere. Qui – restando a quegli anni ’50 – resta, a mio avviso, insuperata la Stignani del ‘live’ con il trio Callas-Penno-Tagliabue e diretto da Votto alla Scala, risalente al 1953, in cui l’impeto e il suono sono davvero travolgenti (se vogliamo anche esagitati, ma forse maggiormente in sintonia col personaggio rispetto a quanto farà F. Cossotto all’incirca un decennio dopo), tenendo conto che per il grandissimo mezzosoprano italiano l’epoca aurea era già passata. Tornando alla Elias anche il suo «Ma nell’alma dell’ingrato … Se ancor ti spinge il fato» è pressoché insignificante per ferocia con l’aggiunta che la voce è in secondo piano e la direzione (pessima) … rompe le scatole. Anche la scena della tortura (e non parliamo della II scena del IV atto) non vanno oltre il compitino…
In sostanza abbiamo un mezzosoprano che sembra prestare ad Azucena i tratti di Carmen: zingara spagnola anche lei, ma assetata di vita e di ‘esperienze nuove’ più che di vendetta e rivalsa. Questo è francamente inaccettabile.
Tozzi è un Ferrando accigliato e violento e che non fa nulla – soprattutto nell’«Abbietta zingara» – per nobilitare questo personaggio.
La Londi canta bene come Ines e particolare personale: ne ho conosciuto la maestra che era un soprano fiorentino che è morta quasi centenaria e che visitavo nell’ultimo periodo di vita e me ne parlava. Non ne ricordo il nome, ma ne ho qualche arcaica foto (pensate che aveva cantato con l’Arangi Lombardi!) La Londi con il marito C. Meliciani sono spesso in giurie di concorsi lirici.
Di normale amministrazione gli altri (Carlin, Monreale e Frascati).
Ma la vera calamità di quest’edizione è la direzione di Basile e la concezione dell’opera che ne viene fuori: anzitutto i tagli (alcuni di tradizione, altri arbitrari), ma poi una spinta unidirezionale sulla violenza e sulla sbrigatività, unita ad una sensibile carenza di approfondimento, abbondando invece in sonori fragorosi. Abbiamo una sagra di finta teatralità. D’altronde gli stessi complessi romani si segnalano per trasandatezza (pensiamo al Don Carlo diretto 5 anni prima da Santini). Pessima direzione (e coro non tanto differente…) che rovina e travisa un’opera drammatica e bellicosa, ma anche ricca di atmosfere lunari alternati a lampi sinistri.
Ma c’è la grande Leontyne e appaghiamoci l’udito almeno con lei.

Luca Di Girolamo

Categoria: Dischi

 

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