Mercoledì, 20 Settembre 2017

Nabucco

Aggiunto il 01 Agosto, 2013


Giuseppe VERDI
NABUCCO

• Nabucco SCIPIO COLOMBO
• Abigaille GERDA SCHREYER
• Ismaele LAZAR JAVANOVIC
• Zaccaria WALTER BERRY
• Fenena JOSEFINE ZLABINGER
• Abdallo HUGO MEYER-WELFING
• Gran Sacerdote di Belo OTTOKAR SCHÖFER
• Anna HILDE VADURA



Wiener Staatsopernchor
Chorus Master: non indicato

Das Sinfonierorchester des Wiener Rundfunks
BERISLAV KLOBUCAR

Luogo e data di registrazione: Vienna, 1955
Ed. discografica: Cantus (e Walhall), 2 CD economici

Note tecniche sulla registrazione: Monofonica, ma molto buona

Pregi: una esecuzione ben compaginata con un protagonista molto valido

Difetti: la lingua e certa esteriorità che, paradossalmente, deriva dalla sostanziale correttezza ed inappuntabilità dell’esecuzione

Valutazione finale: images/giudizi/discreto.png



Un’edizione spiazzante e, potremmo dire, contraddittoria nella sua intrinseca validità. Questo Nabucco potrà anche non piacere, ma mentre in Italia solo 4 anni prima un teatro importante apriva una stagione lirica con quest’opera ponendo come Abigaille un soprano abituato al verismo più ostentato, qui c’è da stupirsi nel sentire un soprano che si esprime con un timbro sostanzialmente chiaro e che non si limita solo a scaraventare tonnellate di suono (che tra l’altro non possiede né in acuto, né nel registro grave che, anzi, soffre di aperture), ma offre giovinezza e nervosa energia ad un personaggio talvolta appiattito solo su suoni reboanti. Ma questo è solo un aspetto di un’edizione singolare che, sul piano orchestrale, anticipa certa solennità di stampo archeologico che riascolteremo in Sinopoli molti anni dopo.
La direzione di Klobucar è notevolissima nella precisione con una Sinfonia curatissima e con accompagnamenti corali che fanno blocco con un’impostazione severa e per nulla acquiescente al sentimentalismo, ma attentissima al dettaglio (il finale del terzetto Abigaille-Ismaele-Fenena acquista una dimensione di soliloquio perfettamente consono al momento in cui i tre personaggi comunicano attraversano le proprie esperienze personali e lo fanno senza alzare la voce). Inoltre anche nel concertato “Tremin gli insani” non abbiamo un generico suono d’insieme, ma ogni solista, esprimendosi nella propria lingua, evidenzia il sentimento del momento scenico.
Molto buono il finale I: compatto, stringato ma anche perfettamente equilibrato senza nulla sacrificare. Ben strutturato anche il concertato del II atto “Si appressan gli istanti” molto semplice, ma anche caratterizzato da una scansione simile a quella di un oratorio, tale da conferirle una solennità particolare. Singolare è poi l’approccio dato ad alcune scene, come ad esempio, la prima parte del duetto del III atto Abigaille-Nabucco “Donna chi sei” che, dapprima colloquiale, successivamente divampa. Il coro viennese è superlativo e ci offre un “Va pensiero” di nobile severità, ma arioso e soprattutto con una precisione che non scade nella metronomicità. Ma in linea generale gli interventi corali sono di alto livello. Ad essere pignoli (e noi lo siamo!) non tutto, nell’esecuzione formale, è perfetto: mancano i ‘da capo’ delle cabalette ed il commento orchestrale a “Salgo già del trono aurato” è tagliato e anche nel duetto Abigaille-Nabucco del III atto manca la ripresa. Altri limiti più profondi e di altra natura li vedremo al termine.
W. Berry uno Zaccaria cantato ed interpretato molto bene con tratti energici laddove occorre ed uniti ad una venatura di giovinezza. Gli si può rimproverare che essendo propriamente un bass-bariton, ha gioco facile nel settore medio-alto mentre in quello grave, pur non emettendo brutture, risulta un po’ mortificato. Però l’austerità e la robustezza ci sono tutte e le sfrutta al massimo come appare nell’incoraggiamento dato agli ebrei dopo che essi hanno rimpianto la “patria sì bella e perduta”.
L. Javanovic è un Ismaele molto guerriero e robusto e si esprime con toni più vicini a Radames e a Otello, ma non c’è una nota fuori posto ed il personaggio è molto ben servito; la sua perorazione ai fratelli ebrei nel II atto, lungi dal piagnucolio di qualche tenore famoso posteriore, appare molto vicina al nervosismo delle battute di Manrico prima della ‘pira’. In sostanza: più tenore che personaggio e, per giunta, iperdrammatico per un personaggio il cui eroismo è tutto nell’immaginario e non lo vediamo realmente in scena, se non nel vano tentativo di liberare la sua… bella.
L’unico italiano del cast – tenuto però ad esprimersi in tedesco – è Scipio Colombo, forse il nome più noto, oltre al citato Berry. Colombo non aveva difficoltà ad esprimersi in tedesco: veneto, è tuttavia però vissuto molto oltre confine dove è morto nel 2002 a Gernsbach (Baden-Württemberg) a pochi giorni dal suo 92mo compleanno (essendo nato nel 1910 a Vicenza). Carriera molto variegata e, discograficamente parlando, è noto soprattutto per il suo Scarpia di buon livello nell’edizione di Tosca diretta da Tieri con la Olivero e Fernandi, anche se esistono due edizioni di Falstaff – anni ’50 – dove interpreta Ford: la prima alla RAI diretta da Serafin accanto a Taddei (protagonista), alla Carteri, alla Moffo e alla Barbieri, l’altra addirittura con Vinay (protagonista) e R. Raimondi (Pistola) diretta da Gracis. Tornando al repertorio pucciniano, Colombo non si è limitato solo a Scarpia, ma ha cantato anche Lescaut e Marcello per poi frequentare Rossini (Il turco in Italia), la trilogia dapontiana di Mozart e, quanto a Verdi – oltre a Nabucco e Ford –, abbiamo Conte di Luna G. Germont, Rigoletto. Importante è anche il repertorio novecentesco (Il prigioniero di Dallapiccola, Cagliostro di Pizzetti) con la partecipazione anche ad alcune prime assolute: Marchese de la Force ne I Dialoghi delle Carmelitane di Poulenc diretti da Sanzogno, Balstrode in Peter Grimes di Britten diretto da Serafin con Prandelli (protagonista) e la Danco.
Qui è un ottimo Nabucco: grintoso dove occorre, dotato di ottimo e robusto timbro che tuttavia sa piegare bene ai piani e a fraseggi molto espressivi. Valido il suo ingresso con “Tremin gli insani”, di notevole impeto la scena dell’autoproclamazione a dio e seguente follia. Molto vario anche il duetto con Abigaille del III atto condotto dall’orchestra in modo grave, ma non pesante o enfatico. Qui Colombo alterna sapientemente gli accenti fieri e supplici senza prodursi in cattivi suoni.
Molto bravo è anche nella scena della ‘conversione’ che inizia il IV atto, sfoggiando accenti dapprima impetuosi, quindi di disperazione della prima parte. Il suo “Dio di Giuda” è molto eloquente. Molto buona (e guidata in modo davvero quarantottesco da Klobucar) la cabaletta “O prodi miei” conclusa con buon acuto.
La Schreyer è una cantante che non conoscevo, né sono riuscito a trovare particolari menzioni, salvo che ha partecipato ad alcune edizioni del Ring in Germania e a Vienna la ritroviamo come Irene in un Rienzi risalente al 1953 (con Treptow, Berry e la Rossel-Majdan, diretto da Heger) pubblicato dalla Walhall. Qualcosa si è detto precedentemente: voce di timbro chiaro che ne esalta l’indole giovanile unendo certa grinta, elementi che ci fanno intravvedere, in modo più plausibile di altre soliste preoccupate solo della potenza, la fragilità del personaggio che vuole essere volitivo e vendicativo ad oltranza, ma che poi ci rimette le penne… Un’Abigaille non possente, ma energica e scattante in cui la tenuta vocale tiene anche a costo di qualche incertezza: appena dopo l’ingresso, la tremenda frase “di mia vendetta il fulmine…” non è una perla, tanto che al primo ascolto ho pensato che, da un momento all’altro, le si spezzasse la voce. Ciò non accade, ma il disagio è notevole. Inoltre, pur non mancando negli appuntamenti più infocati, di certa grinta con suoni acuti decentemente eseguiti (salvo la frase del III atto: “Uscite o fidi miei” in cui la Schreyer fa una variante grave), la cantante non appare perentoria e, a tratti, alla virago, si sovrappone la ragazzina capricciosa e a rafforzare tale impressione è anche il suo timbro. Ciò lo si riscontra poi a conclusione dell’opera nel suo passaggio lirico “Su me morente, esanime…” che rivela un fondo addirittura soubrettistico. Un’Abigaille con l’intenzionalità adolescenziale di Salome.
Se si aggiunge che anche le parti di fianco, a partire dall’ottimo e perentorio Gran sacerdote di Belo di Schöfer e della Fenena della Zlabinger (“O dischiuso il firmamento” – unico momento di gloria di questo mite personaggio – è veramente ben eseguito, specie per l’espressione) si comportano bene, questo Nabucco, fermandosi alla mera esecuzione, si impone all’attenzione più dello storico dell’interpretazione che dell’ascoltatore, nonostante il mezzo secolo e oltre che ci separa da esso.
Ciò non significa, tuttavia, una personale approvazione incondizionata perché si è pur sempre dinanzi ad un Verdi in tedesco: si riapre la vexata quæstio. Personalmente sono molto contrario (e ciò vale per autori di altre lingue) e, sebbene interessante e sostanzialmente ben eseguito (e per i solisti, diciamo, fa comodo esprimersi nella loro lingua), questo Nabucco appare deformato e piuttosto lontano dalla nostra sensibilità. Lo stesso arcinoto brano corale “Va pensiero” diviene, nella sua correttezza e compitezza, molto esteriore. Se poi teniamo conto del contesto storico in cui Nabucco è stato originato (di profonda avversione all’Austria e, in genere, alla ‘germanità’) il senso di insofferenza e/o di disagio può sorgere legittimo. Ancora una volta: Verdi non è Wagner come quest’ultimo non è il Bussetano: ognuno tiri le proprie conclusioni. La mia è questa: se fossi stato il baritono protagonista (italiano per giunta) mi sarei rifiutato di cantare un Nabucco non nell’originale, anche se avessi conosciuto e parlato correntemente il tedesco.
Luca Di Girolamo

Categoria: Dischi

 

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