Venerdì, 16 Aprile 2021

Gotterdammerung

Aggiunto il 10 Settembre, 2009


Richard Wagner
DER RING DES NIBELUNGEN

 Siegfried WOLFGANG WINDGASSEN
 Brünnhilde ASTRID VARNAY
 Alberich GUSTAV NEIDLINGER
 Hagen JOSEF GREINDL
 Gutrune GRÉ BROUWENSTIJN
 Gunther HERMANN UHDE
 Waltraute JEAN MADEIRA
 Woglinde LORE WISSMANN
 Wellgunde PAULA LECHNER
 Flosshilde MARIA VON ILOSVAY
 1. Norn JEAN MADEIRA
 2. Norn MARIA VON ILOSVAY
 3. Norn ASTRID VARNAY

Chor der Bayreuther Festspiele
(Chorus Master: non indicato)

Orchester der Bayreuther Festspiele
HANS KNAPPERTSBUSCH

Luogo e date d’incisione: Bayreuth, 1956

Ed. discografica Orfeo e altre

Note tecniche: ancora un ottimo riversamento, molto accurato e bilanciato

Pregi: il capolavoro esecutivo della Varnay

Difetti: non in particolare

Valutazione complessiva: images/giudizi/eccezionale.png


NB: per quanto riguarda le considerazioni preliminari, vedi l’introduzione al Rheingold

Ed eccoci al capolavoro, il vero motivo per tenersi stretti questi dischi non memorabili nelle tre giornate precedenti.
È noto l’afflato quasi misticheggiante che Knappertsbusch riusciva ad infondere alle pagine del “Crepuscolo”, ma è proprio qui, in questa circostanza che ci rendiamo conto di quanto questo soffio potente sia debitore a colei che ne incarnava l’essenza più profonda, e cioè Astrid Varnay. Siamo d’accordo: per la lunga frequenza sul palcoscenico di Bayreuth, la grande cantante svedese è probabilmente quella che vanta la maggior familiarità col ruolo di Brunnhilde nel Dopoguerra. Credevamo di aver ascoltato tutto quello che aveva da dire sul tema, e invece eccola qui, ispiratissima e tesa come una corda di violino, a compitare la più incredibile scena dell’Immolazione che si possa ascoltare in edizioni ufficiali e non; scena che – peraltro – nobilita e rende memorabile un’edizione del Ring non particolarmente baciata né dalla buona sorte, né dall’ispirazione dei suoi artefici, compresa la stessa Varnay che, sino a quel momento, non aveva dato segni di uscire da una buona routine. Ora, nel calcio il fuoriclasse è quello che magari gioca una partita di medio o anche buon livello per 89 minuti, e poi al 90simo ti inventa la giocata straordinaria, quella che manda in visibilio il pubblico e che giustifica da sola il prezzo del biglietto. Qui non c’è solo un minuto di “bel gioco”, ma tutta l’opera che conclude il ciclo del Ring, affrontata dalla Varnay in meravigliosa sintonia con un direttore che trova finalmente il proprio habitat e che le ritaglia sonorità terse, nitide e sfavillanti, in cui la voce d’acciaio di Astrid trova un’intonazione perfetta e un’emissione pulitissima, quella che non aveva avuto nelle altre due precedenti giornate. A ciò si unisce il taglio interpretativo come al solito molto drammatico, ma ricco di quella personalità che fa immediatamente riconoscere un cantante di rango.
Adesso probabilmente non è il caso di ripetere quello che abbiamo detto mille volte su questo sito: che, cioè, la riforma partita dai primi Anni Cinquanta nota come Neue Bayreuth si è basata, oltre che sul lavoro di Wieland, anche sul contributo di alcuni cantanti di notevole rango che hanno profondamente cambiato il modo di cantare Wagner. Questo dato – di fatto, sia ben chiaro – potrà dispiacere ai fanatici che metterebbero il canto all’italiana anche in bocca a Ozzy Osbourne, ma è il portato più rivoluzionario nell’ambito dell’interpretazione vocale wagneriana del XX Secolo. Poi si potrà discutere all’infinito su quale cantante sia stato più incisivo in questo rinnovamento, ma nessuno può negare ad Astrid Varnay un ruolo di primissimo piano nella codificazione di questo linguaggio che, finalmente, diventa quello con cui si esegue il repertorio wagneriano più o meno in tutto il mondo; e se qualcuno cercasse la dimostrazione di questo assunto, la può trovare proprio qui. Non si sa se apprezzare di più il meraviglioso duetto con Siegfried, la scena di Waltraute (veramente da brivido) o la già citata Immolazione, centro pulsante non solo di questo “Crepuscolo”, ma di tutto il Ring di Knappertsbusch. Che sia un “Crepuscolo” senza speranza, lo abbiamo già detto nell’introduzione: non c’è spazio per la redenzione nella visione cupa e triste di Knappertsbusch. Visione retrograda? Pessimista? Può essere tutto, per carità: da un certo punto di vista, Knappertsbusch sta nella storia di Bayreuth come un monolito e non si può nemmeno dire con assoluta sicurezza che sia l’espressione più convincente della sua epoca, visto che tre anni prima c’era stato il già citato Clemens Krauss che aveva una visione molto più serena del problema. Oggi, dopo tanta acqua passata sotto ai ponti, e magari tenendo presente l’ultima in ordine di tempo di queste grandi direzioni di Bayreuth (quella di Thielemann, ovviamente), giudicheremmo forse terribilmente demodé un Ring come questo, ma è una visione che ha un fascino strettamente legato alla personalità del grande interprete e, come tale, da accettare quale apax legomenon più che come tappa storica. Probabilmente Knappertsbusch non ha riformato il percorso interpretativo di questo capolavoro; nondimeno, come dicevamo nell’introduzione al ciclo, la presenza dell’anziano Kapellmeister ha dato al divenire della Neue Bayreuth la sicurezza dello sceriffo che fa sentire il peso della Legge agli scapestrati innovatori. Che poi il Ring, con le tematiche dell’eterno divenire introdotte proprio nel finale dal tema della Redenzione, sia cosa lontana dal gusto di Knappertsbusch, è ai miei occhi abbastanza lampante, ma è pur sempre una mia opinione e prego il lettore di trattarla come tale.
Gli altri fanno degna cornice a questa coppia titanica.
Del Siegfried di Windgassen abbiamo già parlato diverse volte. I fanatici del già citato “canto professionale” non riconoscono in lui un’icona perché non parla il linguaggio che essi vorrebbero fosse quello di qualunque Siegfried: a mille decibel. Io invece affermo che la poesia che promana da ogni nota splendidamente cantata da questo tenore è uno dei dati che meglio identifica il percorso esecutivo della Bayreuth di quegli anni e degli anni a venire.
La voce di Hermann Uhde appare persino sprecata in un ruolo come Gunther, ma probabilmente gli mancò quel quid di personalità che avrebbe potuto fare di lui un grande interprete.
Gré Brouwenstijn completa i ruoli biondi di questo Ring con una nota di femminilità repressa e con una voce che nessuno immaginerebbe adatta a questa tipologia di personaggio; ma lo fa molto bene.
Gustav Neidlinger è il solito grandissimo Alberich e Josef Greindl è probabilmente il più grande tieferbass mai comparso sulle scene di Bayreuth.
Anche qui – come nel Rheingold e nel Siegfried – c’è da notare la presenza carismatica ed attraente di Jean Madeira. Come Waltraute è appassionata ed impetuosa; come Prima Norna è solenne e molto più ricca di femminilità di quanto la parte non richieda.

Ancora una volta, splendida masterizzazione.

Categoria: Dischi

 

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