Domenica, 17 Ottobre 2021

Tosca

Aggiunto il 03 Maggio, 2009


GIACOMO PUCCINI
TOSCA

Tosca BIRGIT NILSSON
Cavaradossi FRANCO CORELLI
Scarpia DIETRICH FISCHER-DIESKAU
Angelotti SILVIO MAIONICA
Il sagrestano ALFREDO MARIOTTI
Spoletta PIERO DE PALMA
Sciarrone DINO MANTOVANI
Un carceriere LIBERO ARBACE
Un pastore PATRIZIO VERONELLI


Coro dell’Accademia Santa Cecilia di Roma
Chorus Master: Giorgio Kirschner

Orchestra dell’Accademia Santa Cecilia di Roma
LORIN MAAZEL

Luogo e data di registrazione: Roma, Giugno 1966
Ed. discografica: Decca, 2 CD

Note tecniche sulla registrazione: un gioiello di Chris Raeburn

Pregi: Nilsson e Fischer-Dieskau

Difetti: nessuno tragico

Valutazione finale: images/giudizi/buono-ottimo.png

Io non faccio testo: a me la Nilsson piace incondizionatamente anche nel repertorio italiano, che secondo me affronta sempre alla grandissima. La voce è la folgore che sappiamo, ma per di più lei non è affatto fredda: è sempre ricca di personalità e di debordante umanità, come quando faceva Brunnhilde, Färberin o Elektra. Certo, spesso la gamma espressiva si restringe all’ironia tagliente, il cotè espressivo che le riusciva meglio, ma si dà il caso che non solo per Tosca sia una prospettiva interessante, ma che qui ci stia particolarmente bene per fare da contraltare al vittimismo del tenore. Ed è quanto meno curioso che il cast sia stato assemblato mettendo insieme due declamatori della più bell’acqua e l’ultimo esemplare del tenorismo all’italiana.
Gli Anni Sessanta sono stati quelli che hanno visto imporsi l’astro della Nilsson nel grande repertorio lirico spinto e drammatico. Se possiamo dare complessivamente per scontati gli eccellenti risultati nel repertorio tedesco, nei grandi testi italiani l’immensa Birgit deve ancora – per così dire – dimostrare il proprio valore, giacché le si antepongono cantanti molto più idiomatiche non solo come linguaggio (e parrebbe scontato), ma anche come caratteristiche di fonazione. E tuttavia, se prendo in considerazione per esempio l’incisione del “Ballo in maschera” del 1961 con la direzione di Solti, non posso fare a meno di rilevare quanto sia più moderno ed incisivo il fraseggio della non idiomatica Nilsson, rispetto a quello rilassato sino ad essere lutulento di Bergonzi che, del ruolo, dovrebbe essere il riferimento, almeno a stare a quanto affermano i fan più turibolari del cosiddetto canto all’italiana in genere, e del tenore bussetano nello specifico. Parimenti, in questa “Tosca” il fraseggio aspro, nervoso ed espressionista della grande declamatrice che fu la Nilsson fa da stridente contraltare a quello aulico e coturnato di Franco Corelli, grande esperto del ruolo di Cavaradossi e immenso alfiere del tenorismo all’italiana che, negli Anni Sessanta, stava vivendo la sua ultima grande stagione.
Ora non vorrei passare per un detrattore a tutti i costi di Franco Corelli: la smorzatura del la acuto su “Le belle forme disciogliea dai veli” è ancora adesso un modello assoluto di riferimento, ed è un’acrobazia che – come abbiamo visto nella recensione dello spettacolo di New York 1962 (reg. Myto) – il tenore marchigiano sapeva benissimo fare anche dal vivo. Ma l’abuso di portamenti piagnucolosi; l’accento perennemente larmoyant con i singhiozzoni; l’abuso del vizio di trasformare per comodità le consonanti in sillabe (“l’ardeNEte amante mia”); il gusto che persino Beniamino Gigli avrebbe trovato superato; sono tutti aspetti che minano pesantemente alla base la resa esecutiva globale che pure, quando trova la strada dell’acuto non è mai meno che entusiasmante: “La vita mi costasse!” e il “Vittoria!” sono autentiche folgori, che nessun tenore mai è riuscito a rendere in questo modo. Ma non possono bastare se sono servite da un gusto esecutivo urfido, che mette la lagna in cima alla lista della paletta espressiva. E il confronto diventa tanto più stridente se, accanto a questo campione del canto all’italiana (dove per “canto all’italiana” si intende non tanto o non solo quello perfettamente appoggiato sul fiato eccetera, ma anche emesso con un gusto che rimanda a Claudio Villa, Luciano Tajoli o Enrico Musiani), ci si mette due declamatori di stretta osservanza come la Nilsson e Fischer-Dieskau.
Il soprano, per la verità, a confronto con una parte fra le più ricche di sviluppi teatrali del repertorio italiano, arrotonda molto l’emissione, sforzandosi di essere varia, languida, morbida e talora (con poco costrutto) anche sensuale. Il “Vissi d’arte” è corretto, ma onestamente poco interessante: sembrerebbe che una personalità pragmatica come quella della Nilsson sia ben poco interessata ad un brano che punta solo alla belluria dell’accento senza nessuna verità drammatica. Ma la forza della declamatrice, quella che maggiormente interessa l’appassionato, ovviamente viene fuori nei passaggi più arroventati del secondo atto, ove sono davvero poche quelle che le possono stare alla pari, tenendo anche conto del fatto che chi le sta di fronte è uno che parla il suo stesso linguaggio espressivo.
Fischer-Dieskau, infatti, fa uno Scarpia miracoloso e, di fatto, uno dei migliori di tutta la discografia, tutto giocato sull’estrema mutevolezza degli accenti. Voce chiara, persino algida, sorridente e sfacciata: il linguaggio è quello dei grandi baritoni tedeschi che hanno affrontato il ruolo con l’impostazione del rigido burocrate. Quello che schiaccia l’ascoltatore sulla sedia è lo scoppio improvviso d’ira che trasforma il burocrate nel sadico che gode della sofferenza altrui. Non c’è sensualità o lussuria in questo Scarpia espressionista, perfetto antagonista di cotanta Tosca: c’è invece violenza appena repressa sotto una lieve patina di perbenismo. E la violenza salta subito fuori alla prima occasione, come nella scena dell’interrogatorio a Cavaradossi, mantenuta per tre quarti su un tono assolutamente fatuo e salottiero, per esplodere poi in una violenza espressiva da brivido.
I comprimari sono scelti tutti fra il meglio della scuola italiana dell’epoca: lodare fenomeni come Piero De Palma, Silvio Maionica o Alfredo Mariotti sembra persino pleonastico se non fosse che questo mestiere continua a stupirci ad ogni ascolto.
Maazel, direttore geniale e discontinuo, manifesta qui come altrove una certa erraticità ritmica che lo porta di tanto in tanto a perdere il bandolo della matassa: una direzione non memorabile.
Concludiamo ricordando – a titolo di curiosità – che la Decca approntò una versione in lingua tedesca della stessa registrazione, sempre con la direzione di Maazel e con Fischer-Dieskau, ma con Anja Silja e James King al posto della Nilsson e di Corelli. Il disco, sotto forma di antologia, è stato distribuito solo per il mercato tedesco ed è interessante ovviamente solo per la prima donna, declamatrice ancora più esasperata della Nilsson, croce o delizia a seconda dei gusti degli appassionati

Categoria: Dischi

 

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