Sabato, 17 Agosto 2019

Don Carlo

Aggiunto il 26 Dicembre, 2009


Giuseppe VERDI
DON CARLO
(versione completa in 5 Atti in italiano)

 Filippo II ROBERTO SCANDIUZZI
 Don Carlo RICHARD MARGISON
 Rodrigo DIMITRI HVOROSTOWSY
 Il Grande Inquisitore ROBERT LLOYD
 Un frate ILDEBRANDO D’ARCANGELO
 Elisabetta di Valois GALINA GORCHAKOVA
 La Principessa Eboli OLGA BORODONA
 Tebaldo ELIZABETH NORBERG-SCHULTZ
 L’araldo reale RODERICK WILLIAMS
 Il Conte di Lerma ROBIN LEGGATE
 Voce dal Cielo SYLVIA MCNAIR


Chorus of The Royal Opera House, Covent Garden
Chorus Master: Terry Edwards

Orchestra of The Royal Opera House, Covent Garden
BERNARD HAITINK

Luogo e data di registrazione: Londra, 1997
Ed. discografica: Philips, 3 CD economici

Note tecniche sulla registrazione: suono sostanzialmente buono

Pregi: (pochi) il Tebaldo, il Frate, la Voce celeste e, tutto sommato, Filippo II

Difetti: (molti) la direzione e tutto il resto del cast

Valutazione finale: images/giudizi/sufficiente.png


Ascoltando quest’edizione discografica (risalente al 1997) ho fatto un’associazione di idee con uno spostamento di ambiente dalla Spagna all’Italia. L’associazione è data da un’operetta che i cultori di letteratura conoscono molto bene, ossia il Galateo overo de’ costumi il breve trattato scritto da Mons. Giovanni Della Casa (1503-56) probabilmente negli anni in cui si ritirò nell’abbazia di Sant’Eustachio presso Nervesa, nel trevigiano, tra il 1551 e il 1555, e pubblicato postumo nel 1558. Operetta il cui titolo ha coniato un nome - Galateo, appunto - con il quale si designa il complesso delle buone maniere che dovrebbero costituire l’identità di un gentiluomo. Ecco: questa edizione, tipicamente british evoca proprio queste buone maniere, ma resta da vedere se esse esprimano qualcosa, oppure annoiano o, peggio ancora nascondano vuoti e lacune. Ma in musica, c’è da chiedersi, le buone maniere sono accettabili ? Per questo Don Carlo valgono le ultime due considerazioni e ciò spiace perché ad artisti sostanzialmente validi, qui presenti, se ne affiancano altri molto modesti. Ad aggravare l’esame è il fatto che l’edizione è integrale in 5 atti perciò di momenti da superare – sia sul piano strumentale, sia su quello vocale – ce ne sono molti. La direzione di Haitink è sostanzialmente precisa e nitida, ma è di un grigiore e di una pesantezza davvero invadenti. Non c’è mai una pittura d’ambiente, mai un momento sfavillante, tutto è ‘messo in riga’ omologato e neppure la Canzone del velo – che l’unico momento di tutta l’opera frizzante e lieto – ci dona sapore di mediterraneità, lontano del resto dalla gelida Inghilterra e dalla civiltà che da lì ha preteso di far scuola a mezzo mondo. Poveri noi! Del resto, diciamo subito che sperare leggerezza e sensualità nella Borodina era da aspettarsi un miracolo… A tratti poi Haitink è lento ed alcuni episodi lo evidenziano (la morte di Posa nel IV atto e tutto il duetto del V atto fra Elisabetta e Carlo il famoso e poetico «Ma lassù ci vedremo»).
Ma quello che irrita maggiormente è l’atmosfera di una storia narrata a metà che qui si respira: vengono evidenziati solo i lati più drammatici senza rendersi conto che quest’opera è una tavolozza di colori molto varia, corrispondenti a varie situazioni e stati d’animo. Colpa del direttore sì, ma anche e soprattutto del cast in cui gli uomini, pur essendo migliori delle donne, non fanno gridare al miracolo.
Margison è un Don Carlo tipicamente british sul piano timbrico (cioè pallido, e anti-mediterraneo quanto basta per evocare il fumo di Londra) che sostanzialmente canta bene, ma l’interprete è pressoché inesistente, oppure vibra solo la corda della malinconia tanto che, a tratti, diviene una sorta di bimbo piangente: nel duetto «Io vengo a domandar…» nel II atto non dà l’idea di un giovane ardente. Del resto anche volendo come potrebbe dinanzi ad una Elisabetta simile ? Eh già ! Il Don Carlo ha anche questo personaggio, ma qui la frase di Flora della Traviata mai a calzato a pennello: «Meglio fora se avesse taciuto». La Gorchakova ha tutto per non essere quella creatura in bilico tra vaneggiamento, angelismo, sofferenza che costituisce Elisabetta e nell’unico momento in cui questo personaggio tenta di fare la voce grossa (la scena dello scrigno nel IV atto) son dolori, figuriamoci il resto: a parte il timbro ingolato e la dizione incomprensibile, questo soprano pare canti in un tubo facendoci ‘apprezzare’ dei suoni nel registro alto davvero sgradevoli ed oscillanti, senza contare che c’è poi poca, pochissima propensione a sfumare e a costruire una parvenza di piani e pianissimi. Da una organizzazione del genere si può immaginare come possono essere eseguite pagine come «Non pianger mia compagna» oppure «Tu che le vanità» senza contare l’intervento nel concertato del IV atto «Ah sia maledetto sospetto fatale», ma poi anche in basso le note sono gonfiate e addirittura quasi parlate. Ma poi tutto il personaggio è monolitico, roccioso, pesante e, potremmo dire, ‘orchesco’. La Borodina, che dovrebbe essere il contraltare di questa Elisabetta, ne riproduce invece sul piano sonoro, sebbene in misura minore, le stesse caratteristiche (lieve intubamento, dizione non eccelsa, ecc): il suo «O don fatale», non è né forsennato, né disperato e gli stessi suoni in alto sono furbescamente poco tenuti, senza contare poi che, nel dialogo «Pietà perdon per la rea che si pente», notiamo la poca differenza interpretativa e vocale con la Gorchakova. A livello interpretativo si sa che Eboli è passionale, vendicativa intrigante; qui al massimo c’è una buona educazione, qualche discreto suono in alto, ma ci si ferma lì. Delle donne insomma solo la Norberg Schulz e la Mc Nair possono essere apprezzate e nemmeno più di tanto. Hvorstovsky è un buon Posa, ma anche lui appare un po’ ingessato nelle buone maniere che quest’edizione distribuisce a piene mani. La voce è indubbiamente bella, ma Posa è un personaggio piuttosto complesso che chiede anche un perfetto dominio e conoscenza della parola che qui latitano.
Scandiuzzi è un Filippo II valido soprattutto nei ripiegamenti pensosi, un po’ meno quando il monarca deve esprimere la terribile potenza (scena dell’Autodafé) però anche non vibrando la corda regale, resta un personaggio signorile. Aggiungo, per inciso, una nota storico-discografica: in questa tipologia Scandiuzzi ha nobili precedenti; pensiamo a Raimondi che, specie nell’edizione diretta da Giulini, ci offre una dimensione liricheggiante priva di quella grandiosità di un Siepi, di un Ghiaurov e, a modo suo (per me molto e molto discutibile), di Christoff. Tornando a Scandiuzzi il suo monologo «Ella giammai m’amò» è ottimo proprio per il tono meditativo, i pianissimi e lo scavo della parola. Solo che poi entra l’Inquisitore e l’incanto si spezza, anche se Scandiuzzi dà significato ad ogni frase che canta con varietà di colori. R. Lloyd non mi mai entusiasmato e qui mira a darci un Inquisitore senza una vera e credibile dimensione che, inoltre, proprio nel duetto che lo vede antagonista del re, ci dà prova di suoni sbracati in basso (la frase «a voi parlerò sire» è orrenda) e di poca duttilità di accento e carenza di dizione.
Ottimo il frate di I. D’Arcangelo: sonoro e consistente quanto basta a darne la raffigurazione arcana ed intimidatoria che questo personaggio deve avere.
Di minore entità gli altri personaggi. Il Coro si adegua al grigiore diffuso. Il fascicolo accluso manca del libretto e si limita al bianco/nero delle foto e alla divisione dei tracks con l’elenco degli artisti. Un Don Carlo mediocre realizzato in uno dei teatri più in d’Europa.
Ecco che cosa producono, a volte, le buone maniere…

Luca Di Girolamo

Categoria: Dischi

 

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