Lunedì, 22 Aprile 2019

Donna del lago

Aggiunto il 27 Giugno, 2007


Gioachino ROSSINI
LA DONNA DEL LAGO

• Elena CARMEN GIANNATTASIO
• Giacomo V (Uberto) KENNETH TARVER
• Malcolm PATRICIA BARDON
• Rodrigo di Dhu GREGORY KUNDE
• Douglas ROBERT GLEADOW
• Albina FRANCESCA SASSU
• Serano/Bertram MARK WILDE


Edinburgh Festival Chorus
Chorus Master: David Jones

Scottish Chamber Orchestra
MAURIZIO BENINI

Luogo e data di registrazione: Edinburgh, 18-8-2006
Ed. discografica: Opera Rara, 3 CD a prezzo pieno

Note tecniche sulla registrazione: ottima

Pregi: nessuno in particolare

Difetti: un’edizione totalmente priva di personalità, con alcuni interpreti pesantemente inadeguati

Valutazione finale: images/giudizi/mediocre.png

Il 24 Ottobre 1819 al Teatro San Carlo di Napoli andò in scena la Donna del Lago, ottava delle dieci opere scritte da Rossini per l’impresario napoletano Domenico Barbaja. Va precisato – è bene tenerne conto nella disamina della presente incisione – che non solo Barbaja forniva abitualmente a Rossini i migliori cantanti disponibili sulla piazza europea, ma anche che Rossini scriveva le parti su misura per le loro capacità. Nella fattispecie, la distribuzione dei ruoli fu la seguente: Elena fu interpretata da Isabella Colbran, Giacomo V da Giovanni David, Douglas da Michele Benedetti, Malcolm da Rosmunda Pisaroni e Rodrigo di Dhu da Andrea Nozzari.
Questo tipo di attribuzione assolutamente all stars, ai giorni nostri non può che creare problemi a chi si metta in testa di mettere in scena un’opera del genere. È ben vero che è difficile pensare di poter disporre di cantanti con caratteristiche analoghe ai fuoriclasse per cui l’Autore aveva scritto l’opera, ma è anche vero che, in opere del genere, tenacemente attaccate ai funambolismi degli esecutori più che alla linea melodica di facile richiamo, è particolarmente necessario il parterre di superstar senza le quali l’operazione non si regge in piedi.
Prendiamo Rodrigo, sicuramente il ruolo più scabroso: il suo esordio (“Eccomi a voi!”) presenta una spaventosa tessitura su una scala discendente che parte dal do acuto e copre due ottave e una terza. In tempi recenti l’unico in grado di dare una dignità esegetica affidabile ad una parte del genere è stato Chris Merritt, fortunatamente testimoniato da un disco abbondantemente sbeffeggiato dalla critica ufficiale che, evidentemente, non tiene conto del fatto che questi tremendi ruoli Nozzari non possono risolversi solo nei do, ma richiedono anche una scansione bruciante e un declamato da autentico baritenore d’agilità: altro che il verdiano Otello!
Qui invece abbiamo Gregory Kunde, un onesto professionista con un’onesta carriera alle spalle, che pure ha in repertorio proprio diverse recite di Rodrigo (a cominciare dalla Scala, 1992) ma, supponiamo, più per mancanza di reali alternative che per naturale propensione, visto che ci sembrerebbe più adeguato destinarlo a Giacomo V. La voce di Kunde non è particolarmente ampia e, pur dimostrando – more solito – una notevole facilità nel registro acuto, manca della necessaria forza negli affondi verso il basso. Ne deriva, nella migliore delle ipotesi, un’interpretazione monca, stilisticamente inadeguata e carente di peso specifico, oltre che generante un equivoco analogo e forse peggiore nell’attribuzione dell’altro ruolo tenorile, giacché essendo Rodrigo affidato ad un tenore di scarso peso specifico, Giacomo è appannaggio di una specie di zanzarina a nome Kenneth Tarver, letteralmente impiccato alle proprie corde vocali, che raggiunge i vertici della propria estensione per il rotto della cuffia e a prezzo di suonacci nient’affatto belli e totalmente privi di espressività; e questo è un ruolo dove, in tempi recenti, furoreggiava quel guascone di Rockwell Blake!
Sentite cos’è la Cavatina di questo Giacomo V: dov’è la serena regalità del personaggio? Dov’è la magnanimità che stempera la passione? Dov’è la forza del potere e del rango superiore che Rocky Blake faceva percepire appena apriva la bocca? Dov’è – last but not least – quell’ebbrezza virtuosistica che ci dovrebbe raccontare la superiorità di Giacomo e il suo protagonismo sui personaggi? Di tutto ciò non c’è assolutamente nulla: c’è invece un tenorino che emette le sue notine cercando disperatamente di non soccombere, accennando ogni tanto qualcuna di quelle cadenze che in bocca a Blake davano immediatamente l’esatta dimensione del personaggio.
Ora, è vero che di Merritt e Blake non ne nascono ogni decennio; però Giacomo V è uno di quei ruoli in cui l’attuale Divo dell’arte tenorile rossiniana Juan Diego Flòrez ha già detto se non la parola definitiva, quanto meno qualcosa di fondamentale (anche se – perdonate… se il pensier nostro è fello – Blake stava proprio su un altro pianeta); e la mancanza di un Rodrigo attendibile dovrebbe indurci tutti ad una serena pausa di riflessione sul ruolo che il tenore di Oklahoma City ha avuto in questo terrificante repertorio, invece di abbandonarci a considerazioni demenziali sulla sua scarsa musicalità.
Ma, soprattutto, senza interpreti adatti (e per “adatti” intendiamo non solo dotati della necessaria competenza tecnica, ma anche del carisma mostruoso indispensabile per questi ruoli che buttano di fatto il dramma lirico in pieno romanticismo), quest’opera non la si fa.
O meglio: magari si allestisce uno spettacolo anche globalmente interessante, ma non se ne fa l’oggetto di un’incisione discografica, per di più della prestigiosa Opera Rara, oltre a tutto in tre dischi (quella tanto vituperata di Muti ci sta comodamente in due), e – ciliegina sul dolce – con la nemmeno troppo recondita ambizione di porsi a modello di riferimento esecutivo. Invece, non solo non abbiamo un’edizione di riferimento ma, date le premesse che ci impediscono di essere moderatamente indulgenti, dobbiamo notare che non abbiamo forse nemmeno un’esecuzione discretamente interessante.
Carmen Giannattasio sarebbe Elena: un ruolo Colbran, la cui interprete più importante degli ultimi anni è stata June Anderson.
Ora, sarebbe ingeneroso dire che la Giannattasio canti male: è intonata, precisa, accenta con partecipazione, varia con discreto gusto, il dominio tecnico non è elettrizzante ma è ben più che decoroso e non manca persino una certa di malinconia che ben si adatta al personaggio. Basta tutto ciò a fare di lei un’Elena di riferimento? Nossignori, perché l’attenzione alla cura formale della frase musicale è tanto evidente da generare nell’ascoltatore la sensazione insopprimibile che il ruolo debba essere ulteriormente maturato per arrivare ad una padronanza che, magari, in futuro sarà completa, ma adesso proprio no. Certo, la si ascolta con piacere, ma non basta per farne – in questo momento – un’Elena di riferimento; magari in futuro, ma non adesso.
C’è anche l’onesta, seria e professionale Patricia Bardon; brava come sempre in tutto quello che fa, ma con lei Malcolm letteralmente scompare per anemia e linfatismo. È un po’ il destino comune di questo cast, ma della Bardon si fa proprio fatica ad accorgersi.
Maurizio Benini dirige bene, con gusto, attenzione e buon senso nell’accompagnamento al canto; naturalmente di dare a tutta la materia una caratterizzazione ben precisa, al limite anche un filo arbitraria come faceva Muti che rivestiva l’opera di Neoclassicismo, non se ne parla proprio.
Tirando le somme, dobbiamo accontentarci solo dell’Elena in fieri di Carmen Giannattasio. Ci sembra francamente un po’ poco per elevare quest’edizione alla dignità della sufficienza

Categoria: Dischi

 

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