Sabato, 14 Dicembre 2019

Norma

Aggiunto il 01 Maggio, 2007


V. Bellini (1801-1835)

NORMA

Personaggi ed interpreti

• Norma FIORENZA CEDOLINS
• Adalgisa CARMELA REMIGIO
• Pollione VINCENZO LA SCOLA
• Oroveso ANDREA PAPI
• Clotilde KATARINA NIKOLIC
• Flavio GIANCARLO PAVAN

Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”
Chorus Master: Carlo Morganti

Orchestra Filarmonica Marchigiana
Orchestra di Fiati della Banda Città di Ancona
FABRIZIO MARIA CARMINATI

Luogo e data di registrazione: Ancona, 1,4,7 Dicembre 2004
Ed. Bongiovanni, 2 CD

Note tecniche sulla registrazione: eccezionale, spaziata, luminosa

Pregi: Remigio

Difetti: provincialismo esecutivo della peggior specie

Valutazione finale: images/giudizi/mediocre.png


Ce lo siamo chiesti abbondantemente per altre registrazioni recenti nate da spettacoli italiani, e ce lo ripetiamo ancora: cui prodest?
I dischi d’opera, ce lo dicono e ce lo ripetono sino alla nausea, vendono pochissimo, a fronte di costi di produzione elevatissimi; e questa dovrebbe essere la spiegazione dei prezzi elevati al negozio. Ne dovrebbe derivare che, teoricamente, si dovrebbe registrare un disco d’opera quando:
- si deve fissare l’eccezionalità degli interpreti
- si deve fissare la rarità di un’opera
Ma allora, ce lo domandiamo ancora: perché questa registrazione?
L’unica spiegazione possibile dovrebbe stare nel nome della protagonista che si propose come una delle più interessanti interpreti di questo ruolo, grazie alla credibilità che si stava costruendo nel grande repertorio. Questa è stata una recita salutata da un buon successo di pubblico che sanciva la buona riuscita nel ruolo di una delle migliori cantanti italiane di questo periodo. Il ricordo era - ed è tuttora – buono nella memoria di chi aveva assistito. Perché rovinarlo con una registrazione che, togliendo il pathos della rappresentazione, ne mette crudamente a nudo i problemi derivati da una scarsa dimestichezza della protagonista con questo repertorio?
Perché questo si evince dall’ascolto attento e meditato della Norma della Cedolins: l’impressione di una prima lettura che non sceglie da che parte stare.
Conosciamo bene le caratteristiche di questa brava cantante, che abbiamo ammirato incondizionatamente in altre performances: soprano lirico di ottime qualità, generosa nell’emissione, di bella impostazione e di ottimo appoggio sul fiato.
Ma i passaggi di agilità, a cominciare da “Casta Diva”, sono affrontati con l’acqua alla gola e con l’ansia di non incespicare; il che, comprensibilmente, nuoce terribilmente alla loro resa (senza scomodare i mostri sacri del passato, si veda cosa riesce a fare Edita Gruberova con un mezzo assai più leggero di quello della Cedolins e con un’usura assai maggiore…).
Ma non solo: per il carattere del personaggio la Cedolins sceglie la strada di una generica concitazione che sembra rifarsi implicitamente alla Callas e alle altre grandi tragediènnes (Cigna, Milanov), mentre la sua organizzazione la porterebbe naturalmente verso sentieri più apollinei che, pur non potendo ambire a risultati analoghi a quelli di belcantiste tipo Caballé o Gruberova, dovrebbero comunque garantirle un alveo più personale in cui incanalare la sua prestazione, in modo non dissimile da quanto fatto udire – per esempio – nella sua Leonora del Trovatore. Così, invece, fa la voce grossa col risultato di non essere credibile in nessuno dei momenti più concitati, mentre invece si ritaglia qualche buon momento nel secondo atto con “Teneri figli” e “Qual cor tradisti”.
Complessivamente si tratta di una prova che, nella migliore delle ipotesi, è da definire interlocutoria e di solo avvicinamento ad un ruolo mostruoso che richiede doti tecniche precipue o, in alternativa, la capacità di costruzione del personaggio. Mancando la seconda, e non essendo splendidamente rifinite le prime, la prova non appare né memorabile, né particolarmente degna di essere affidata ad un disco. Da rivedere.
Analogo il discorso per La Scola, che pure – contrariamente alla collega – con Pollione ha un’affinità derivante da una più lunga frequentazione: l’emissione è come al solito molto curata, il tenore sceglie giustamente di cantare con la propria voce senza inventarsene una nuova per l’occasione, ma – analogamente alla Cedolins – è il personaggio a mancare. Nessuna presa di posizione ben precisa, ma un’emissione buona per tutti gli usi che non si segnala per nulla di particolare.
Peggio di loro indiscutibilmente Andrea Papi, che ha una strana emissione per nulla gradevole e fraseggia in modo assai scolastico e ben poco interessante; peccato, perché il materiale sembra invece abbastanza gradevole.
Sicché alla fine la migliore in campo risulta essere Carmela Remigio la quale, pur non facendo cose particolari né prendendo posizioni eccentriche o eccessive, finisce per cantare con gusto e con buon piglio animoso. Nel grande duetto con Norma del secondo atto (“Mira o Norma”), la Remigio prende decisamente in mano le redini riuscendo a ridurre le pulsioni emotive posticce della Cedolins e conducendo il momento se non nel consueto alveo della sublimità (per il quale occorrerebbero autentiche fuoriclasse), quanto meno ad un’onesta gradevolezza che lo porta ad essere il vertice di questa non memorabile esecuzione.
Senza infamia e senzo lode il Flavio di Pavan e la Clotilde della Nikolic.
Il coro non lascia nessun segno e l’orchestra è – a essere generosi – cameristica; la direzione di Carminati è anonima e genericamente asservita alle esigenze dei cantanti, nella più classica tradizione che si suole definire “di repertorio”.
Una registrazione – quindi – da destinare esclusivamente ai fans della Cedolins e per il resto di desolante inutilità, che in nessun aspetto si fa preferire non solo alle versioni classiche di questo monumento, ma nemmeno a quelle più discusse e discutibili, tipo quella di Muti o quella della Gruberova.

Categoria: Dischi

 

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