Martedì, 19 Marzo 2019

Giuseppe Verdi - a musical journey di Rolando Villazon

Aggiunto il 07 Gennaio, 2013


Elenco delle tracce:

1. Oberto – Ciel, che feci!
2. I due Foscari – Qui ti rimani alquanto… Brezza del suol natio… Dal più remoto esilio… Odio solo ed odio atroce
3. Brindisi
4. L’esule
5. I Lombardi alla prima Crociata – La mia letizia infondere
6. In solitaria stanza
7. Il Corsaro – Eccomi prigioniero
8. Rigoletto – Questa o quella
9. Rigoletto – La donna è mobile
10. La Traviata – Lunge da lei
11. La Traviata – O mio rimorso
12. Un ballo in maschera – Amici miei, soldati!... La rivedrà nell’estasi
13. Don Carlo – Fontainebleau! Foresta immensa e solitaria!... Io la vidi e al suo sorriso…
14. Messa da Requiem – Ingemisco
15. Falstaff – Dal labbro il canto estasiato vola…


GIUSEPPE VERDI – A MUSICAL JOURNEY
ROLANDO VILLAZÓN



Orchestra del Teatro Regio di Torino
GIANANDREA NOSEDA
Con: Mojca Erdmann, soprano; Vicente Ombuena, tenore
Luogo e data di registrazione: Torino, Auditorium della RAI “Artuto Toscanini”, Settembre 2012
Ed. discografica: DGG, 1 CD a prezzo pieno

Note tecniche di registrazione: come standard attuale

Pregi: purtroppo, sostanzialmente non ce ne sono

Difetti: cantante attualmente inadatto a quello che ci si attende da un tenore verdiano

Valutazione finale: images/giudizi/mediocre.png


Attendevo con una certa curiosità questo disco di arie verdiane interpretate dal tenore più di copertina (e anche più discusso, diciamocelo) della scuderia DGG; curiosità alimentata anche dal fatto che, fino a poco prima dell’uscita, non era possibile trovarne da nessuna parte il programma.
La ragione è risultata poi evidente quando l’ho avuto fra le mani.
Dei brani proposti:
- due fanno parte del repertorio abituale del cantante (Traviata e Don Carlo, quest’ultimo peraltro nel solito italiano; e su un disco antologico si poteva fare qualcosa di più e meglio): tutto già fatto in contesti più gratificanti, davvero non si sentiva la necessità di una loro replica
- “Dal labbro il canto” richiede un’emissione vocalistica e ricca di mezze voci: niente di più lontano dall’attuale (e anche pregresso, diciamocelo) Villazón
- “La mia letizia infondere” richiederebbe un’emissione sognante, araldica, liquida che è lontanissima da quello che esprime adesso il canto del tenore
- Di Rigoletto vengono proposti “Questa o quella” e “La donna è mobile”, ma NON la grande aria del secondo atto, con relativa cabaletta, molto più interessante e funzionale alla comprensione dello stato vocale del cantante
- De “Un ballo in maschera” viene proposta l’aria del primo atto, e NON quella del terzo, anche in questo caso potenzialmente molto più probante. E comunque, di “La rivedrà nell’estasi” viene totalmente misconosciuto il lato sognante e intimo
- Altra aria estremamente impegnativa per un declamatore spolpo come l’attuale Villazón è l’Ingemisco: davvero non se ne comprende l’inclusione in un’antologia
- Incomprensibile pure la scelta dell’aria di Jacopo Foscari, conclusa con la cabaletta pensata originariamente per Roppa, e non invece con “Sì lo sento” e i suoi terribili mi bemolli scritti per il grande Mario. Certo, sarebbe stato un autogol (l’unico che abbia nobilitato questa cabaletta in tempi recenti è stato Merritt): ma allora perché scegliere quest’aria?
- Le tre romanze per tenore e orchestra sono interessanti, ma andrebbero messe in un disco a parte, non in una antologia come questa, perché tolgono spazio ai brani più popolari che un acquirente si aspetterebbe
- Alla fine, i brani più interessanti sono quelli dell’ “Oberto” e del “Corsaro”: niente che faccia gridare al miracolo, ma spiccano per essere le proposte più originali fra quelle del disco; o, quanto meno, quelle dove le doti del tenore, pur non facendo gridare al miracolo, sembrano applicarsi meglio

Ora, saremmo bugiardi se dicessimo che questo è un disco mal cantato: le note ci sono, il tenore si sforza di dar loro un senso ammorbidendo l’espressione, variando i colori e le dinamiche, tentando anche qualche mezza voce, ottimamente assecondato da Noseda e dalla sua orchestra.
Il problema è: cui prodest? Dove si vuole andare a parare?
Curiosamente, è in uscita per la Virgin un’altra antologia verdiana di Villazón assemblata – se possibile – con ancor meno criterio: un numero inferiore di brani, pescati per di più da altre registrazioni vecchie, con alcune ripetizioni di questo disco (Ingemisco, La mia letizia, Donna mobile, Traviata, Io la vidi) e qualche altro brano più interessante (Parmi veder le lagrime, Ah la paterna mano, Ma se m’è forza perderti), oltre a uno fra i meno riusciti di Verdi, e cioè “Odi il voto” di “Ernani”, invece della più logica e attendibile cavatina.

Ora, credo che si impongano due riflessioni.
La prima riguarda il canto tenorile verdiano. Il tenore verdiano è qualcosa che non esiste e che, in fondo, non è nemmeno mai esistito come tale se non nell’immaginario di chi crede di saperla lunga: e questa antologia sembra assemblata apposta per dimostrarlo. Però è altrettanto vero che l’appassionato attende tipicamente al varco il tenore nei momenti più classici; momenti che qui sono ampiamente disattesi, o perché non ci sono o perché sono tirati via in qualche maniera, pur di portare a casa un risultato purchessia.
La seconda riflessione riguarda proprio Villazón che non riesce a proporsi come tenore verdiano dei nostri tempi; e non tanto, o non solo per mere ragioni vocali. Io ho da obiettare anche su Bergonzi quale epitome verdiana, ma non si può negare che il tenore di Busseto si sia applicato alla materia in modo serio e variegato, spaziando fra più personaggi e mantenendo una cifra stilistica perfettamente riconoscibile che, pur non piacendo necessariamente a tutti, ha creato un’idea di “verdianità”. Certo, un’idea un po’ troppo “padana”, probabilmente un po’ superata e forse non sempre attendibile, ma pur sempre un’idea; anche se quell’idea era diversa dall’immagine che il quasi contemporaneo Corelli offriva degli stessi personaggi; e da quella di Tucker, o di Jadlowker, o di Wittrisch o, per arrivare a tempi più recenti, del tanto vituperato Domingo.
Personalmente attendevo Villazón al varco di Alvaro; o a una selezione più rilevante del “Ballo”. Oppure, al limite, a “Battaglia di Legnano” o “Luisa Miller”.
Invece, abbiamo questo disco insulso, inutile, anche un po’ furbetto (e mi riferisco in particolare alle tre romanze per tenore e orchestra utilizzate come riempitivo), che è cantato discretamente ma che non cambia né le sorti del canto verdiano, né il nostro punto di vista su un tenore che, su questo specifico aspetto (e temo anche su altri), non ha più nulla di particolare da dire
Pietro Bagnoli

Categoria: Recitals

 

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