Domenica, 17 Novembre 2019

Roberto Devereux

Aggiunto il 22 Ottobre, 2006


• Elisabetta MONTSERRAT CABALLE’
• Roberto Devereux GIANNI RAIMONDI
• Sara BEVERLY WOLFF
• Nottingham WALTER ALBERTI
• Lord Cecil GUIDO FABBRIS
• Sir Gualtiero Raleigh CARLO MICALUCCI
• Un paggio CARLO PADOAN
• Un familiare di Nottingham PAOLO BADOER

Coro del Teatro La Fenice
Chorus Master: Corrado Mirandola

Orchestra del Teatro La Fenice
BRUNO BARTOLETTI

Luogo e data di registrazione: Venezia, 10/2/1972
Ed. discografica: Myto, 2 CD

Note tecniche sulla registrazione: ripresa audio verosimilmente amatoriale (prospettiva teatrale)

Pregi: probabilmente la migliore Elisabetta della Caballè

Difetti: nessuno in particolare

Valutazione finale: images/giudizi/ottimo.png

La lunga frequentazione di Montserrat Caballè con questo personaggio la dice lunga sull’affinità che il celeberrimo soprano catalano aveva con i ruoli Ronzi de Begnis scritti da Donizetti. Curiosamente, su questi ruoli ci rimangono paradossalmente più testimonianze che non sui ruoli Pasta (con l’eccezione – si capisce – di Norma), rivelando propensioni per il trucibaldo quanto meno abbastanza sospette in una cantante che la Natura aveva predisposto per altri cimenti.
Questa registrazione – che la Myto ripropone, con la consueta professionalità, nobilitandola con il miglior suono possibile – viene dalla celebri recite veneziane del 1972, e rendono al meglio la liquidità di una voce che viene prestata al canto sbalzato del personaggio di Elisabetta in modo non del tutto improprio, considerati i risultati. La cavatina d’ingresso - “L’amor suo mi fè beata” - è una di quelle melodie che esaltano al meglio le capacità straordinarie della Caballè di far flottare la voce in caduta libera e senza paracadute. La grande scena finale è un autentico capolavoro: a partire da “Vivi ingrato” sino a “Quel sangue versato”, tutta la scena è animata da un vigore straordinario, che nulla ha da invidiare alle più autentiche stiliste di area “Ronzi de Begnis”, e che fa pensare che forse tale distinzione, oggi come oggi, in assenza di autentiche esponenti di tale area espressiva, non ha più molta ragione d’essere.
È stato scritto (Elvio Giudici, “L’Opera in CD e video”, Ed. Il Saggiatore) che il canto della Caballè, mancando di quella percussione che sarebbe più adeguata in questo personaggio, si rifugia in una sorta di mestizia ricca di languore, è “il dolente rimpianto di chi nell’età matura riassapora un dolce ma lontanissimo ricordo”. Noi non la vediamo così: a parte il fatto che tale affermazione farebbe torto all’appropriatezza stilistica ed esecutiva di una delle massime interpreti di tutti i tempi del repertorio belcantistico, è altresì evidente lo sforzo, da parte della Caballè, di dare alla frase il giusto peso, e di “mordere” il canto di sbalzo, anche se è evidente che il peso della voce e del fraseggio non è adeguato a tali ambiti espressivi. Si tratta comunque non solo di una prestazione di notevole bellezza, ma probabilmente del miglior Devereux della Caballè testimoniato su disco; ed è un vero peccato che l’industria discografica ufficiale non abbia pensato di proporle di incidere questi ruoli nel periodo in cui lei ne era la più importante interprete.
Il resto del cast, fortunatamente, è all’altezza della situazione, a cominciare da Gianni Raimondi che rende giustizia alla parte fornendole un canto notevole per aplomb stilistico, sfolgorante negli acuti, ricco di nuances e di abbandono. Il suo momento solistico dell’ultimo atto (“Bagnato il sen di lagrime”) è una delle cose più belle di quest’edizione, intriso com’è di virile riserbo e di serena accettazione del destino che si approssima.
Beverly Wolff dipinge una splendida Sara, ben degna di comparire di fronte a cotanta Elisabetta.
Bravissimo, infine, Walter Alberti: il suo Nottingham è un autentico mattatore. Il timbro è chiaro e percussivo, la linea da autentico grand seigneur in puro stile Battisitini: si mangia quindi sostanzialmente in un sol boccone qualunque altro interprete del ruolo, almeno fra quelli testimoniati dal disco.
Bartoletti è davvero molto bravo nel dirigere una materia così bollente: sostiene amorevolmente il canto della caballè, ma lasciandole a disposizione tutto lo spazio che le occorre per risaltare a meraviglia. Lei non ne abusa, segno non solo di eccezionale maturità artistica, ma anche di splendido feeling con il direttore, ancora oggi uno dei più importanti nel repertorio italiano in senso lato

Categoria: Dischi

 

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