Martedì, 11 Agosto 2020

DivaDivo di Joyce DiDonato

Aggiunto il 12 Marzo, 2011


Elenco delle tracce:

01 – Massenet, Chérubin: Je suis gris
02 – Mozart, Le nozze di Figaro: Giunse alfin il momento
03 – Mozart, Le nozze di Figaro: Deh vieni, non tardar
04 – Gluck, La clemenza di Tito: Se mai senti spirarti sul volto
05 – Mozart, La clemenza di Tito: Ecco il punto, o Vitellia
06 – Mozart, La clemenza di Tito: Non più di fiori
07 – Mozart, Le nozze di Figaro: Voi che sapete
08 – Rossini, Il barbiere di Siviglia: Contro un cor
09 – Gounod, Faust: Faites-lui mes aveux
10 – Berlioz, La damnation de Faust: D’amour l’ardente flamme
11 – Berlioz, Roméo et Juliette: Premiers transports que nul n’oublie
12 – Bellini, I Capuleti e i Montecchi: Ascolta… Se Romeo t’uccise un figlio… La tremenda ultrice spada
13 – Massenet, Cendrillon: Allez, laissez-moi seul…Coeur sans amour, printamps sans roses
14 – Rossini, La Cenerentola: Nacqui all’affanno e al pianto… Non più mesta
15 – Massenet, Ariane: O frêle corps… Chère Cypris
16 – Strauss, Ariadne auf Naxos: Seien wir wieder gut!

DivaDivo
JOYCE DIDONATO



Con: Edgaras Montvidas (tenore), Nabil Suliman (baritono), Elena Semenova (soprano), Pascale Obrecht (mezzosoprano), Paolo Stupenengo (basso)

Choeur de l’Opéra National de Lyon
Chorus master: Alan Woodbridge

Orchestre de l’Opéra National de Lyon
KAZUSHI ONO

Luogo e data di registrazione: Auditorium de l’Orchestre National de Lyon, 18-28 Settembre 2010
Ed. discografica: Virgin, 1 CD a prezzo pieno

Note tecniche di registrazione: eccellente

Pregi: esecuzione per lo più travolgente nei brani più scopertamente virtuosistici ed esuberanti; splendido accompagnamento di Ono

Difetti: la DiDonato fondamentalmente non è un mezzosoprano

Valutazione finale: images/giudizi/ottimo-eccezionale.png


C’era, durante l’ascolto di questo splendido disco, qualcosa che mi tornava insistentemente al ricordo. Ormai anch’io comincio ad avvicinarmi a quell’età in cui i cammellini della memoria (Filippo Martinez, “Altrove è l’unico posto possibile”, ed. del Girasole 1995; mediato da Gianluca Nicoletti) fanno avanti e indietro dalle mie orecchie per portarmi via i ricordi, ma io resisto stoicamente perché voglio dare un significato a quello che vedo, leggo e ascolto. Senza questo meraviglioso fil rouge della memoria il presente non avrebbe nessun senso; e senza la ragnatela che lo lega all’eterno divenire, il passato sarebbe solo una mummia rachitica che, dopo un po’, chiunque sarebbe stanco di vedere.
Il cammellino della memoria, dunque. La simpatica e quasi microscopica bestiola cercava di scappare dal mio orecchio destro portandosi sulla groppa il minuscolo pacchetto del mio ricordo, ma io sono stato bravo e l’ho afferrato per i ciuffi della coda mentre lui, placido e indolente, non faceva nemmeno finta di ribellarsi. Ho aperto il pacchettino e dentro ci ho trovato una vecchia amica, quella il cui ricordo cercavo disperatamente ascoltando la voce di Joyce DiDonato; una cantante che, come la quarantenne (mezzo)soprano del Kansas, alternava ruoli sopranili a Octavian del Rosenkavalier e il Komponist di Ariadne auf Naxos; un’artista di meravigliosa bellezza vocale, di suprema intelligenza e sensibilità, una di quelle che si riconoscono immediatamente appena aprono bocca. E, se ancora non l’avete indovinata, sappiate che mi sto riferendo proprio alla meravigliosa Sena Jurinac.
E badate: il brano del Komponist è solo l’ultimo di questa gran bella antologia, ma ne è la classica ciliegina sul dolce nonché – verosimilmente – l’ubi consistam.
Ma perché proprio la Jurinac?
Perché, come nel caso della cantante austriaca, è difficile trovare una reale “posizione” a una vocalità così peculiare e sui generis come quella della DiDonato. Sulla copertina del disco c’è scritto “mezzosoprano”, ma qui la bionda cantante del Kansas canta abbondantemente anche come soprano, come peraltro ha sempre fatto, e splendidamente; tanto che, ricordo, quando la vidi al Conservatorio di Milano per un’ “Alcina” in cui lei ricopriva il title-rôle, un sarchiapone di quelli che pensano di sapere sempre tutto affermò categorico: “È un soprano? Allora deve cantare Aida, Mimì e Tosca”. Non aveva capito nulla, ovviamente: Joyce sfugge alle categorizzazioni, esattamente come vi sfuggiva Sena Jurinac.
Non è un mezzosoprano; o, se lo è, è un mezzosoprano acuto. Le manca completamente risonanza e profondità di quel registro grave in cui suona afona e singolarmente priva di fascino. Da questo punto di vista, i passaggi bassi di “Non più di fiori” o quelli della cavatina di Romeo nei “Capuleti e Montecchi” sono veramente brutti.
Eppure, a pensarci bene, mezzosoprano lo sarebbe per i meravigliosi colori caldi e ambrati del registro medio, che invano cercheremmo in un soprano; e, se ci pensiamo, troviamo le stesse tinte delicatamente screziate anche nel registro medio di Sena Jurinac che pure come soprano cantò proprio molti di quei ruoli ipotizzati dal già citato sarchiapone.
È quindi un soprano? Sì e no. Contrariamente a quello che pontificava l’amabile sapientone, l’espansione del registro superiore non è quella che classicamente associamo a un soprano, ma non c’è dubbio che gli acuti siano raggianti e di una ricchezza di armonici soggiogante. Nella già citata “Alcina” milanese la presenza della sua voce era meravigliosa; tutti trattenemmo il fiato in un “Ah mio cor, schernito sei” di una bellezza talmente strepitosa per la varietà d’inflessioni che ci sembrava di ascoltarlo per la prima volta. E non è un caso che anche la Jurinac sia stata, a suo tempo, una grande interprete di quel repertorio barocco che era ancora al di là di una precisa definizione culturale.
Rispetto alla Jurinac, peraltro, la DiDonato può far valere gli atouts di un’organizzazione vocale che non è solo quella di una grande espressionista, ma anche di una vocalista di rango superiore: per intenderci, qualcosa di simile a una von Otter (non a caso grande Octavian e, contemporaneamente, splendida interprete di ruoli haendeliani), rispetto alla quale presenta però maggiore comunicativa, brio espositivo, sense of humour e girandola caleidoscopica di colori. Ne deriva che i brani più scopertamente vocalistici – soprattutto il rondò finale della rossiniana Cenerentola, un vero capolavoro – sono dominati con sapienza e ironia perfida, da vera ragazzaccia. E questa ironia perfida viene alla DiDonato dal cotè espressionista, quello maturato a contatto con gli autori novecenteschi che le calzano come un guanto (è già stata protagonista di almeno tre prime mondiali, ma è anche grande interpreti di ruoli come Sister Helen di “Dead man walking”).
E quindi, analogamente alla Jurinac, i ruoli en travesti sono dominati con il brio dissennato del maschiaccio: vi traspare sempre una femminilità inesausta e insopprimibile, un filo dissoluta, bruciante e, in fondo sensuale: sarebbe assurdo cercarvi risonanze voluttuosamente mezzosopranili o contraltili. E sarebbe il caso che anche Joyce evitasse di evocare l’ombra della Podles o della Kasarova, facendo risuonare l’utero: non c’è niente di più lontano dal suo modo di porgere la frase.
Loderemo perciò senza riserve brani come il “Je suis gris!” del Chérubin di Massenet, che esemplifica proprio al meglio questo tipo di impostazione: il canto si espande meravigliosamente sull’orchestra superbamente diretta da Ono (ah, quegli archi!...), con un’espansione e un involo che tolgono letteralmente il fiato. Oppure il già citato assolo del Komponist, quello che ci aveva stimolato ab initio il confronto con la Jurinac, in cui la furia espositiva si stempera in una tenera e malinconica joye de vivre che, del canto della DiDonato, è proprio la cifra essenziale.
Parimenti meravigliosi risultano i brani del repertorio francese, fra cui quello splendidamente reso di Siebel o quello dell’Ariane, sempre di Massenet. Più ordinario, tuttavia, il “D’amour l’ardente flamme”, che si fa piacere a prescindere per la bella linea musicale, ma che non palpita di particolari intuizioni di fraseggio. Eccezionali invece i meno conosciuti brani di Massenet: il già citato assolo di Ariane e quello del Prince Charmant dal “Cendrillon”.
Fra i brani meno ispirati citeremo un “Deh vieni non tardar” ben cantato ma scarso di sale; e, francamente, da una cantante geniale come la DiDonato ci saremmo aspettati qualcosa di più, ma questo sembra proprio un riempitivo messo lì per dimostrare che nessuna cifra stilistica è preclusa alla grande Diva. Anche Cherubino non dice nulla di particolarmente innovativo, pur essendo – e ci mancherebbe! – ben cantato.
Molto più interessante il brano tratto dalla a me sconosciuta “Clemenza di Tito” di Gluck in cui la DiDonato tira fuori una varietà di accenti di primissimo ordine, mentre invece, con la più famosa e omonima opera di Mozart, si ritorna in ambito di onesta routine. Di classe, ma pur sempre di routine.
Per quanto riguarda l’area belcantista, come già detto, ci sono luci e ombre.
Le luci sono quelle di una vocalizzazione rapida di nitore insolente; le ombre sono quelle della ricerca di una risonanza mezzosopranile che non le compete. Questa ambivalenza è esemplificata al suo meglio (o peggio, a seconda dei punti di vista) proprio dal brano tratto dai “Capuleti”, in cui non c’è paragone da fra – da un lato – il nitore del registro acuto e l’insolenza del canto di sbalzo, e dall’altro l’artefazione di una voce che non ha, per natura, una risonanza cavernosa che, comunque, non è per niente l’ubi consistam dell’esecuzione di questi ruoli.
Aggiungiamo, a postilla (ma nemmeno tanto), il ruolo maieutico di Kazushi Ono, che dimostra un feeling straordinario con Joyce tirandole fuori i colori che ha e anche quelli che forse non pensava di avere; e che evidenzia anche una sapienza del tutto moderna nel dirigere il repertorio belcantistico italiano, cui dona un nitore affatto particolare.

In conclusione, fra luci (tante) e (poche) ombre, un disco splendido che ci presenta una delle grandi personalità del nostro tempo al suo meglio. Non le diamo una votazione di assoluta eccellenza proprio perché non ci piace l’ostinata ricerca di una vocalità “sombre” che non appartiene a tutto ciò che rende indimenticabile questa splendida cantante.
Ci piacerebbe che continuasse come sa e come può, ricalcando in parte le orme di Sena Jurinac e quindi facendo dei propri ruoli “en travesti” delle splendide icone di ambiguità in cui la finta mascolinità non abbia un ruolo preponderante e in cui la femminilità riesca a trasparire come un sorriso enigmatico

Categoria: Recitals

 

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