Giovedì, 21 Ottobre 2021

Radamisto

Aggiunto il 23 Luglio, 2006


• Radamisto Joyce DIDONATO
• Polissena Patrizia CIOFI
• Zenobia Maite BEAUMONT
• Fraarte Dominique LABELLE
• Tigrane Laura CHERICI
• Tiridate Zachary STAINS
• Farasmane Carlo LEPORE

Il Complesso Barocco
ALAN CURTIS

Casa discografica: Virgin Classics
3 CD a prezzo medio

Data e luogo di registrazione: 14-26 Settembre 2003, Palazzo Doria Pamphili, San Martino al Cimino (Viterbo)

Note tecniche: ottima registrazione su tutti i versanti. Prima registrazione della prima versione rappresentata dell’opera
Pregi: prima registrazione veramente attendibile di una gran bella opera. Ottimo gioco di squadra con punte di eccellenza in Joyce DiDonato e Maite Beaumont
Difetti: tenore poco idiomatico
Valutazione conclusiva: images/giudizi/ottimo.png

È indiscutibile che – nel mondo dell’opera – uno dei più grossi atouts sia il Barocco, in gran parte ancora inesplorato. Le ragioni di questo interesse da parte dei teatri e delle grandi case discografiche è ascrivibile a vari fattori. Proviamo a riassumerli.
È un repertorio ancora parzialmente inesplorato, come dicevamo. Il fascino della novità ha quindi le sue buone ragioni da vendere.
La gente è stufa delle solite Aide, Bohème e compagnia cantante. Opere in cui si deve poter dire qualcosa di veramente nuovo: della rappresentazione carina non ci accontentiamo più.
Il Barocco ha una sua teatralità, talora spiccatissima, come spesso capita proprio nelle opere di Haendel
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un proliferare di cantanti, direttori e compagini orchestrali ad elevata specializzazione, che si occupano pressoché esclusivamente di questo repertorio. Dopo alcuni esperimenti non propriamente esaltanti che hanno visto polemiche che riguardavano principalmente il suono orchestrale e la scarsa pregnanza delle voci, ormai siamo tutti più o meno d’accordo sul fatto che queste compagini e questi cantanti hanno raggiunto una loro indipendenza stilistica che, per di più, ammette sempre più raramente commistioni con l’ “altro” repertorio.
Il Barocco “fa fine”. Impegna. Anche questo vuol dire qualcosa.
Ormai non passa anno senza che non escano fuori nuove registrazioni di opere spesso riscoperte; e, in ciò, chi la fa veramente da padrone è il repertorio vivaldiano, che non è propriamente teatralissimo, ma è ancora largamente da riscoprire; e, proprio recentemente, è uscito per la DGG la prima registrazione mondiale di Motezuma con la direzione di Alan Curtis.
Il Radamisto di Haendel, invece, non è propriamente di primo pelo: ne esiste infatti una registrazione di Nicholas McGegan che risale al 1993, ma si era in piena ondata di passione per i controtenori, e affidare Radamisto ad un controtenore (come Popken, poi!) era un autentico nonsense. A parte il controtenore, quella era fondamentalmente una brutta registrazione che non faceva giustizia all’opera haendeliana. Qui, anche se non al top della categoria, siamo fondamentalmente su un altro pianeta, grazie anche ad un direttore che solitamente passa per non essere eccessivamente fantasioso, ma che nelle sue ultime performances mi sembra che abbia acquisito in pari misura sensibilità e mordente. L’orchestra poi è ormai una delle più affermate compagini, di suono ora scintillante, ora morbido, sempre perfettamente intonato; sono, insomma, lontane le mille miglia le accuse che venivano rivolte alle orchestre barocche di essere di suono linfatico e sempre ai limiti dell’intonazione.
D’altra parte, l’opera è veramente molto bella e meritevole di un’esecuzione accurata. Creata nel 1720, fu il lavoro più importante della stagione per la Royal Academy of Music istituita nel 1719. Lo spunto del libretto nasceva da un lavoro italiano, L’amor tirannico di Domenico Lalli, musicato da Gasparini per il Teatro San Cassiano di Venezia. L’adattamento sfruttato da Haendel non è di sicura attribuzione, ma è probabile che ne sia stato autore Nicola Haym. La prima distribuzione dei ruoli vide cantanti di notevole mestiere, anche se non stelle di prima importanza (tipo Cuzzoni e Bordoni, cioè): Marghertita Durastanti era Radamisto; Tigrane era Caterina Galerati; Ann Turner Robinson era Polissena e Anastasia Robinson era Zenobia; Tiridate era il tenore scozzese Alexander Gordon, Farasmane era John Lagarde e, infine, l’unico castrato, Benedetto Baldassari, era Fra arte. L’opera ebbe un successo tale che, nella seconda stagione dello stesso anno, l’opera fu rappresentata da una compagnia assai più importante, guidata dal Senesino (al secolo Francesco Bernardi), e integrata da circa 12 nuovi numeri che esaltassero le capacità delle stars in campo. Nel 1728 l’opera fu rivista per l’ultima volta, al fine di venir incontro alle esigenze delle due primedonne che avevano assunto i ruoli di Polissena e Zenobia, vale a dire le già citate e mitiche Francesca Cuzzoni e Faustina Bordoni.
È raro – oggi come oggi – trovare cantanti di questo repertorio dotati di questa aura di grandiosità. Non è questa la sede per discutere quanto un controtenore, per bravo possa essere, possa avvicinarsi al timbro ideale di un castrato, ma la parte di Radamisto non ha nulla di quell’ambiguità sotterranea ed inespressa che, per esempio, caratterizza Tolomeo, e che quindi si presta magnificamente ad un sopranista. In mancanza di un Senesino, credo che la voce straordinariamente brillante, perfettamente intonata e luminosa di Joyce DiDonato risponda perfettamente a tutte le esigenze della parte, cantando splendidamente e dando perfetto significato a tutto ciò che dice. Valga, a titolo d’esempio, l’aria Cara sposa, amato bene che, nel suo difficile mix di canto patetico e d’agilità, permette un ampio excursus su tutte le gamme espressive della brava cantante di Kansas City; ma anche la splendida Ombra cara di mia sposa, uno di quei capolavori haendeliani che già da soli varrebbero l’ascolto completo dell’opera. Joyce DiDonato è ormai una realtà affermata del panorama lirico internazionale, non solo barocco, ed è dotata di quel particolare tocco di Re Mida che rende prezioso tutto ciò che avvicina.
Di livello analogo è la bravissima Maite Beaumont, un altro nome importante del panorama barocco internazionale, che qui fa una splendida Zenobia. La sua prima aria del primo atto, Son contenta di morire, vive di strane dissonanze non infrequenti in Haendel (grande sperimentatore in campo armonico), mentre la cavatina del secondo atto Quando mai spietata sorte ha un tema iniziale che richiama nettamente l’Ombra mai fu del Serse. La voce è splendida e l’interprete è grintosissima, infinitamente superiore alla Julianna Gondek dell’incisione di McGegan.
Ottima anche la prova di Patrizia Ciofi, che ormai ha due carriere parallele: una di cantante di repertorio tradizionale e l’altra di Barocco. In quest’ultimo repertorio ha fornito prove sempre eccellenti, grazie alla spiccata musicalità e all’ottima (non trascendentale, tuttavia) padronanza del canto di coloritura, che le ha permesso una gran bella figura nell’incisione di Biondi del vivaldiano Bajazet. Qui è Polissena, e ricopre il ruolo con molta proprietà e notevole vigore; le fa difetto, forse, solo un briciolo in più di quella personalità che invece la DiDonato e la Beaumont profondono a piene mani.
Per quanto riguarda il resto del cast – raro esempio di splendido affiatamento – spendiamo volentieri una parola di plauso per la prova di Laura Chierici, mentre disapproviamo invece quasi integralmente la performance del tenore Zachary Stains, solo parzialmente riscattata dalla sua ultima aria Alzo al volo di mia fama la cui coloritura viene dominata molto bene, ma che ci sembra stilisticamente fuori posto e di pronuncia troppo aliena per calarsi efficacemente in un contesto come il presente, in cui ogni singolo dettaglio sembra curato nel modo più efficiente.
Splendida, infine, la veste editoriale che colloca questo prodotto ai vertici del repertorio.


Categoria: Barocco

 

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