Sabato, 30 Maggio 2020

Lombardi alla prima crociata

Aggiunto il 04 Aprile, 2013


Giuseppe VERDI
I LOMBARDI ALLA PRIMA CROCIATA

• Pagano SAMUEL RAMEY
• Giselda JUNE ANDERSON
• Oronte LUCIANO PAVAROTTI
• Arvino RICHARD LEECH
• Pirro ILDEBRANDO D’ARCANGELO
• Viclinia PATRICIA RACETTE
• Un priore ANTHONY DEAN GRIFFEY
• Acciano YANNI YANNISSIS
• Sofia JANE SHAULIS


Coro della Metropolitan Opera House, New York
Chorus Master: Raymond Hughes

Orchestra della Metropolitan Opera House, New York
JAMES LEVINE

Luogo e data di registrazione: Mahattan Center Studios, New York, 25/05/1996-25/09/1996
Ed. discografica: Decca, 2 CD

Note tecniche sulla registrazione: ottima captazione del suono con buona resa dei differenti piani sonori
Pregi: la direzione di Levine che esalta le discontinuità e le disomogeneità caratteristiche dell´opera
Difetti: il canto approssimativo e l´interpretazione generica di Pavarotti

Valutazione finale: images/giudizi/discreto.png


I Lombardi alla prima crociata, opera di estremo interesse per comprendere la parabola ascendente del giovane Verdi, incastonata com’è tra Nabucco (1842) ed Ernani (1844), si caratterizza per l’estrema discontinuità. Discontinuità nell’ispirazione musicale, inutile negarlo – anche il tanto celebrato coro “O Signore, dal tetto natio” mi sembra porsi su un livello nettamente inferiore rispetto al celeberrimo “Va pensiero” – ma anche discontinuità drammaturgica. La responsabilità di quest´ultima andrebbe tuttavia attribuita in misura eguale al compositore e al suo librettista, quel Temistocle Solera che, nel riprendere un poema epico di Tommaso Grossi (unica fonte italiana delle opere del compositore bussetano), rischia di perdere di vista il cuore della narrazione, presentando le due vicende attorno a cui si costruisce il dramma – quella principale che vede protagonista il parricida Pagano, e quella incentrata sui due amanti, Giselda ed Oronte – in modo piuttosto goffo e sfocato.
Eppure, in quest´opera, è proprio la discontinuità musicale e drammaturgica a diventare fonte di particolare interesse. Basti pensare al modo con cui sono costruiti i primi due atti, caratterizzati da atmosfere continuamente cangianti: nel primo atto, al coro dei fedeli antistante la basilica di Sant’Ambrogio a Milano si contrappone l’aria di vendetta di Pagano (nome la cui icasticità sembra fatta apposta per contrapporsi alla sacralità della scena iniziale); segue poi la preghiera di Giselda alla Vergine (“Salve Maria”) ed infine il parricidio con la conseguente maledizione di Pagano. L’atto seguente si apre con il coro dei mussulmani e l’aria di Oronte, continua con l’aria dell’eremita Pagano e le danze delle donne nell’harem del tiranno di Antiochia, per poi concludersi con la celebre invettiva di Giselda contro le ipocrisie dei Crociati (“No! giusta causa - non è d'Iddio”). Il terzo atto è interamente dedicato alle vicende dei due amanti infelici, mentre il quarto ruota attorno alla figura di Pagano e all´espiazione del suo delitto. Certo, siamo ancora ben lontani dai capolavori della “trilogia popolare” e delle opere tardive, ma nella continua alternanza di momenti di tensione e distensione su cui l´opera è costruita sembra possibile ravvisare, sebbene in nuce, la grande poetica dei contrasti che esploderà pienamente con Rigoletto, di qui a qualche anno.
Nell’edizione DECCA, James Levine, direttore musicale del Metropolitan Opera dal 1975, dirige i “suoi” complessi (coro e orchestra) con sicuro mestiere, rendendo in modo estremamente efficace sia le vibranti accensioni che gli improvvisi ripiegamenti lirici sulla cui continua contrapposizione e giustapposizione quest’opera si basa. Nella sostanziale superficialità di un canto esibito e spavaldo (certi involi all´acuto sono davvero elettrizzanti!) Samuel Ramey fa di Pagano una figura che, nel suo bruciante ardore giovanile, resta nel complesso piuttosto monocorde, e cui invece non sarebbe nuociuta una maggior introspezione e approfondimento nella resa del personaggio. Nel difficile ruolo di Giselda, creato da Verdi per Erminia Frezzolini-Poggi (che poi sarà anche la prima Giovanna d’Arco), June Anderson fa apprezzare belle intenzioni di fraseggio e una grande sicurezza nelle agilità, a fronte di acuti spesso parecchio forzati. Molto buono anche Richard Leech nel ruolo di Arvino, ed eccellente Ildebrando d’Arcangelo come Pirro. Ciò che però affossa senza rimedio questa edizione è Luciano Pavarotti che, nel ruolo di Oronte, è ormai l’ombra di se stesso. Le imprecisioni nell’intonazione, le sfasature ritmiche, gli arbitrii stilistici, il singhiozzare continuo, lo stile di canto generico e canzonettaro rendono questo Oronte una figura da vero museo degli orrori, e il terzo atto di questa edizione uno dei punti più bassi della discografia verdiana degli ultimi anni. Questo disco, nato probabilmente come operazione di marketing attorno a Big Luciano, trova nel sessantaduenne tenore modenese il suo unico vero tallone d’Achille. Peccato
Francesco Brigo

Categoria: Dischi

 

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