Domenica, 17 Novembre 2019

Bohème

Aggiunto il 03 Febbraio, 2008


GIACOMO PUCCINI
LA BOHÈME

 Mimì ANGELA GHEORGHIU
 Rodolfo ROBERTO ALAGNA
 Marcello SIMON KEENLYSIDE
 Musetta ELISABETTA SCANO
 Schaunard ROBERTO DE CANDIA
 Colline ILDEBRANDO D’ARCANGELO
 Parpignol ALBERTO RAGONA
 Benoit ALFREDO MARIOTTI
 Alcindoro ALFREDO MARIOTTI
 Sergente dei Doganieri GIANFRANCO VALENTINI


Coro del Teatro alla Scala di Milano
Coro di voci bianche del Teatro alla Scala e del Conservatorio “G. Verdi” di Milano
Chorus Master: Roberto Gabbiani

Orchestra del Teatro alla Scala di Milano
RICCARDO CHAILLY

Luogo e data di registrazione: Milano, Teatro Studio,Piccolo Teatro, 16-29/10/1998
Ed. discografica: Decca, 2 CD a prezzo pieno

Note tecniche sulla registrazione: ottima

Pregi: una buona prova d’insieme

Difetti: qualche genericità in una registrazione carina, ma fondamentalmente inutile

Valutazione finale: images/giudizi/discreto-buono.png

Questa è la registrazione di una nuova revisione critica che vorrebbe costituire una sintesi riveduta e corretta di tutte le edizioni comparse a partire dal gennaio 1896. Lavoro meritorio, che però non porta elementi di particolare novità: in altre parole, solo aguzzando l’orecchio sentiremo dettagli musicali prima mai notati, nessuno dei quali però ci giustificherebbe – di per se stesso – una nuova edizione discografica del capolavoro pucciniano.
Ci sembra invece più interessante ciò che emerge in modo inaspettato dalla revisione delle varie edizioni: il rilievo affatto particolare che Puccini dà al parlato, con veri e propri effetti melodici che agganciano la struttura musicale allo Sprechgesang; alla faccia di chi sostiene che il parlato, in Puccini e in tutto il repertorio tardo-ottocentesco italiano, sia un’aberrazione e che debba sempre essere trasformato in canto.
Questa della prima registrazione della nuova revisione critica sarebbe il pretesto più o meno ufficiale per mettere nei negozi una nuova edizione di un capolavoro che – in sala di registrazione e in teatro – ha già conosciuto di tutto e di più; non è un caso, infatti, che dopo di allora ci sia stata negli ultimi dieci anni una sola altra edizione discografica ufficiale, quella cioè costruita intorno ad uno dei fenomeni mediatici più interessanti (per le implicazioni che porta con sé) dell’ultimo decennio, e cioè Andrea Bocelli.
Quanto a meri contenuti musicali, questa è una bella edizione che si ascolta con piacere, che ci propone alcuni fra i migliori cantanti dell’ultima generazione, ma che è anche evidentemente inutile più che altro per due motivi: viene al termine di un percorso interpretativo storico in cui, come dicevamo, è stato detto tutto e il contrario di tutto, e in cui è oggettivamente impossibile dire qualcosa di nuovo; e perché gli interpreti che ne compongono il cast sono scelti con attenzione fra il meglio che il mercato contemporaneo può offrire, ma per bravi che possano essere, non c’è in loro nessuna qualità talmente eccezionale da giustificare una nuova registrazione in studio di “Bohème”.
Tutto, in qualche modo è già sentito, a cominciare dalla direzione che è bella, molto variegata, fondamentalmente rapida e sbrigativa soprattutto nei momenti più intensamente drammatici: in ciò, concordiamo con Elvio Giudici che fa risalire la paternità di questo modo di dirigere il capolavoro pucciniano a Toscanini. Certo, Chailly dirige sempre con lucidità, coerenza, buonsenso, logica; sa anche accompagnare bene il canto evitando di arroccarsi su posizioni prevaricanti come fanno altri suoi colleghi; ma tutto ciò non arriva a configurare una performance che brilli per personalità. Anche questo, probabilmente, dipende dal fatto che su questo titolo si è detto talmente tanto che una sola registrazione audio (quindi senza il supporto di uno spettacolo, magari sottolineato da una grande regia), anche se ispirata al rigore toscaniniano, finisce per essere un punto di vista limitativo.
Le voci fanno accademia, in qualche caso bella, in qualche caso nemmeno tanto.
Prendiamo la Gheorghiu: nessuno dotato di buon senso può dire che canti male e con un certo buon gusto. Ma questo è un ruolo che non sente, lontanissimo dalla sua sensibilità di tragedienne con vocazioni da divastra vecchio stile: lo fa bene, accenta bene, rispetta tutte le pause, le corone, le forcelle; ma questa ortodossia non arriva a fare di lei una Mimì di riferimento, specie con tutti i termini di paragone che esistono nella discografia di quest’opera.
Discorso non dissimile per Alagna: anche lui canta spesso bene, come si conviene ad uno che viene incluso nell’elenco dei più grandi tenori dei nostri tempi. Ma nemmeno lui si distingue per qualche tratto che lo renda immediatamente identificabile in una discografia così sterminata. Una bella “Manina”, qualche bel momento comunicativo e sorridente, qualche accento impetuoso: ci possiamo accontentare? Probabilmente sì, e forse lo faremmo ad occhi chiusi in una recita teatrale; nella millesima incisione di “Bohème”, insomma…
Elisabetta Scano è un sopranino aspro come una limonata, ma l’interprete non è male: è spigliata, simpatica e anche discretamente sensuale. Abbiamo ascoltato di meglio, ma ci possiamo accontentare.
Keenlyside: bravo, certo; fa parte del meglio della generazione più recente dei baritoni d’oltremanica o anglosassoni in senso lato (includendoci anche la nutrita schiera di americani); il ruolo lo stimola a dimostrare che si può essere un ottimo Marcello almeno tanto quanto un buon Don Giovanni, ma non è che l’equazione sia così semplice. Un famoso scrittore – forse Stephen King – aveva scritto non senza ragione che è molto più difficile scrivere un racconto piuttosto che un romanzo, e qui forse sta la spiegazione dei problemi che incontrano molti cantanti famosi nell’affrontare una parte come questa che non contiene nemmeno un momento solistico, ma che nondimeno richiede che il suo interprete vi si accosti senza l’intenzione di svelare al mondo quali reconditi messaggi nasconda la parte. Hampson, che si rivelò al mondo nella “Bohème dei giovani” di Bernstein, ci riesce lì e in altre prove successive in virtù di un eloquio brillante, fresco e disincantato; Keenlyside si parla un po’ troppo addosso e perde il filo del discorso.
Allo stesso modo, ci delude un po’ D’Arcangelo che è uno dei nostri cantanti più sensibili ed intelligenti, ma che non riesce a trovare la giusta misura in un personaggio che sembra tanto più semplice di quelli con cui abitualmente si confronta. Canta bene, certo, ma non è quello che ci aspettiamo da uno come lui.
De Candia è invece molto bravo e sembra l’unico di tutto il cast ad avere assorbito lo spirito di… “Bohème”

Categoria: Dischi

 

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