Martedì, 13 Novembre 2018

Gioconda

Aggiunto il 16 Giugno, 2018


AMILCARE PONCHIELLI
LA GIOCONDA
Opera in 4 atti di Tobia Gorrio (Arrigo Boito)

Gioconda RENATA TEBALDI
Enzo Grimaldo CARLO BERGONZI
Barnaba ROBERT MERRILL
Alvise Badoero NICOLA GHIUSELEV
Laura Adorno MARILYN HORNE
La Cieca ORALIA DOMINGUEZ
Zuane SILVIO MAIONICA
Isepo PIERO DE PALMA
Un pilota SILVIO MAIONICA

Coro dell’Accademia di Santa Cecilia
Direttore: Giorgio Kirschner

Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia
LAMBERTO GARDELLI

Luogo e data di registrazione: Roma, 1967
Ed. discografica: Decca «Grand Opera» 430 042-2 {3CDS}

Note tecniche sulla registrazione: in stile Decca, quindi tecnicamente perfetta
Pregi: Tebaldi e Bergonzi. Ottima anche la direzione
Difetti: la Horne è un pesce fuor d’acqua
Valutazione finale: images/giudizi/ottimo-eccezionale.png


La frase “Enzo adorato, ah come t’amo!”, che richiede una messa di voce su un si bemolle da chiudere in pianissimo appartiene nella sua pienezza evocativa solo a due cantanti: Zinka Milanov, che ne fa il suo timbro, il suo personalissimo cavallo di battaglia; e Renata Tebaldi, che invece a queste bellurie aveva abituato i suoi fans sin dai primi anni della sua attività.
La Gioconda della Tebaldi – personaggio affrontato a fine carriera – è un must, uno di quelli che diventano credibili proprio grazie al senso che dà loro l’interprete di rango superiore.
La Tebaldi non si scapicolla a cercare di dare significato a ogni frase e fonema come fa la Callas (che giunge peraltro a un certo grado di sovrasaturazione); lei porta a casa il risultato grazie alla pura bellezza formale dell’espressione, trasformando il proprio personaggio in una creatura angelicata, svagata, un filo alienata, esattamente all’opposto di quello creato dalla Callas.
Cosa preferire, ovviamente appartiene al regno dei gusti personali; secondo me, sono due visioni da conoscere entrambe.

Qualche data, per capirci.
Nel 1964, a 42 anni, la Tebaldi era tornata sulle scene dopo il periodo sabbatico per le note, poco fortunate vicende personali. Il debutto in Gioconda è del 1966, 44 anni; questa registrazione è di un anno dopo. La voce, che conservava ancora il colore celestiale e la consistenza burrosa degli esordi, aveva perso un po’ di smalto sugli acuti, qui peraltro non eccessivamente stimolati. In compenso, lo spessore del mezzo era più robusto; chi l’ha sentita dal vivo, ricorda una voce che aveva un volume e una forza di penetrazione di eccezionale nitore.
Il gusto, in questa Gioconda, non è sorvegliatissimo. Quando deve fare la voce grossa con Laura o con Barnaba, tende un po’ a svaccare, il che è tipico di strumenti con caratteristiche analoghe alle sue. Ma il modo in cui dice a Laura “Sono la Gioconda” è talmente pieno di affettuosità e di sincerità che si rimane convinti.
“Suicidio!” è impostato su una tessitura troppo alta per la Tebaldi di quel periodo e viene gestito con molto mestiere e con la grande partecipazione del direttore; ma un po’ tutto il quarto atto è la parte più difficile – e conseguentemente peggiore – della performance tebaldiana. Ma, a prescindere da ciò, ci troviamo di fronte a una grande realizzazione complessiva, una di quelle per cui varrà sempre la pena di ricordare questa straordinaria artista, anche perché si pone – in modo peraltro assolutamente credibile – agli antipodi di quello che le altre avevano fatto. Ed è una scelta che permette la massima valorizzazione dei propri straordinari mezzi.

Al suo fianco, come non raramente in sala di incisione, il Cavalier Carlo Bergonzi di Polesine Parmense, più giovane della collega di 2 anni, si ritaglia una prova maiuscola. Certo, una lettura ripassata nella Bassa, a cominciare da quel terribile “Shcoperto sciòn!” all’inizio del duetto con Barnaba, che fa pensare che Enzo Grimaldo sia Principe non di Santafior, bensì dell’Oltretorrente, popolare quartiere di Parma.
Ma il canto è davvero superlativo.
Lo è nei momenti contemplativi, come la prevedibile “Cielo e mar”, affrontata con un’espressione estatica e sognante come nessuno; ma lo è anche nei momenti di furore, come nel “Vituperio!” del primo atto. Certo, è sempre copertissimo, come suo costume, qualunque cosa cantasse, ma questo era il suo stile, prendere o lasciare, per qualcuno entusiasmo, per altri – tanto per stare in tema – vituperio.
Io, umilmente, mi accodo a coloro che pensano che Enzo Grimaldo in fondo sia un idealista sognatore, per cui ben venga la timida ingenuità da Marty del Cavaliere, piuttosto che le trombonate di altri interpreti. E il “Laggiù nelle nebbie remote” è evocativo e trasognato, nonostante la presenza di una partner non particolarmente all’altezza.

Marilyn Horne è infatti, secondo me, un clamoroso errore di distribuzione. Trentatreenne all’epoca di questa registrazione, aveva già incontrato la coppia Sutherland-Bonynge con cui aveva fatto almeno una Semiramide. Quello era il suo repertorio, assieme ad alcuni ruoli novecenteschi; oppure Fidès de Le Prophète, in cui poteva far sentire il proprio talento visionario e la sua violenza espositivo; con Laura Adorno, invece, si deve misurare con un personaggio amoroso e decisamente è un pesce fuor d’acqua. Certo, Stella del marinar è cantata molto bene – la Horne canta sempre benissimo – ma non c’è nulla che giustifichi la sua presenza in questo contesto.

Molto meglio Robert Merrill, un cantante che rivaluto sempre più col passare del tempo. Cinquantenne all’epoca di questa registrazione, era dotato ancora di mezzi vocali più che ragguardevoli che gli permettevano di rappresentare senza nessuno sforzo un personaggio probabilmente un po’ convenzionale – d’altra parte, Barnaba è uno dei cattivi più cattivi della storia del teatro d’opera – ma mai sopra le righe, adeguatamente fatuo e sornione.
Secondo me, uno dei migliori della discografia: eccellente la sua invocazione al monumento, conclusa col trasporto di tradizione ma con assoluta sicurezza vocale; eccellente il duetto con Enzo Grimaldo; eccellente il canto del pescatore e solo forse un po’ sforzato il finale.

La Cieca di Oralia Dominguez è semplicemente una delle migliori della discografia. E mi fa particolarmente piacere, visto che sono un grande estimatore dell’arte di questa cantante così alterna (per me la migliore Erda di tutta la discografia: grandissima scelta di Karajan).
Bravissimo anche Ghiuselev, poco più che trentenne all’epoca della registrazione, ma in grado di tratteggiare un Badoero ironico e istrionico.
Ottimi anche i comprimari, tutti di altissima scuola.

Dirige Lamberto Gardelli, qui in una delle sue prove discografiche più convincenti. La gestione dell’insieme è maestosa, il passo è spedito come non sempre gli capitava, la narrazione è fluente senza eccessi. Una delle migliori direzioni di Gioconda che si ricordino: merita un riascolto attento
Pietro Bagnoli

 

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