Giovedì, 15 Aprile 2021

Backstage: Benvenuto Cellini ad Amsterdam – di Beckmesser

Aggiunto il 22 Maggio, 2015

Sin dalla prima volta che ho messo sul piatto gli LP della celebre (e all’epoca unica) incisione di Davis, con il Benvenuto Cellini di Berlioz per me è stato colpo di fulmine. Ricordo che al termine del primo ascolto non riuscivo a capacitarmi di come un capolavoro del genere fosse praticamente sconosciuto; tutto mi sembrava straordinario: follia ritmica, fantasia melodica, genio coloristico, senso della narrazione. Ero (e rimango) convinto che se questa partitura fosse stata scoperta anonima in qualche biblioteca, nessuno si sognerebbe di datarla agli anni 30 dell’800, tanto precorre tempi che, per certi aspetti, non sono poi mai arrivati... Oggi alcune cose sono cambiate: non è diventata un’opera di repertorio, ma le occasioni di ascolto (dal vivo, ma soprattutto in disco) sono aumentate e consentono maggiori paragoni. Si può dire che il suo problema principale (come di tutto il teatro di Berlioz) è che non è un’opera di psicologie, bensì di situazioni: e si sa bene che gli ultimi decenni (dal ’68 in poi, si potrebbe dire) hanno sempre visto con sufficienza qualsiasi forma di intrattenimento che non presentasse almeno qualche forma di scandaglio psicologico, meglio se venato di problematiche sociali…

Il Cellini certo non lo si ascolta per i suoi personaggi, praticamente inesistenti: lo si ascolta per rivivere l’ebbrezza di un momento storico in cui qualsiasi vincolo intellettuale, morale, sociale sembrava essere stato spazzato via da una sensazione di libertà totale e travolgente; dove tutto era possibile, nel bene e nel male, nei pregi e nei difetti. Quella sensazione di eccesso, nell’euforia come nel ripiegamento interiore, che nessuno come il Berlioz della Fantastique, del Romeo, del Requiem e, soprattutto, del Cellini, ha saputo incarnare. Già con la Damnation le cose cambieranno e vireranno verso direzioni diverse ed altrettanto affascinanti, come inevitabilmente succede quando ci si accorge che i vincoli, in realtà, ci sono eccome.

/> Proprio l’aver colto questo aspetto della poetica di Berlioz è ciò che rende grande lo spettacolo ideato da Terry Gilliam (l’indimenticabile anima dei Monty Python) per l’ENO di Londra prima e, adesso, riproposto ad Amsterdam. Uno spettacolo in cui non si cercano improbabili sottintesi o meta-significati, ma si racconta una storia e, soprattutto, si fornisce un equivalente visivo di ciò che è la caratteristica principale di questa drammaturgia, ossia: l’eccesso. Tutto è eccessivo nello spettacolo di Gilliam: caratteri, azioni, scene, gags, trovate. Ma (ed è ciò che mi ha colpito in un regista dalla scarsa esperienza operistica e dalla provenienza televisiva/cinematografica) tutto è perfettamente, incredibilmente sincronizzato sulla musica. Il risultato è uno spettacolo in cui tutto è eccessivo: dal grottesco della scena del Carnevale all’eroico di certe scene di Cellini. Ed il risultato è trascinante.

Cast funzionale nelle sue parti principali. Nella parte difficilissima di Cellini Osborne è sicurissimo e non sbaglia un colpo, ma mi resta sempre il sospetto di genericità e scarso approfondimento: onestamente non ho capito in cosa il suo Cellini si differenziasse dal suo Arnold, dal suo dal suo Romeo o dal suo Rodrigo. Ed ho il sospetto che lo Spyres dell’ENo fosse molto più in linea sia con Berlioz che con Gillian. Mariangela Sicilia passa sul ruolo di Teresa correttamente ma senza lasciare particolare impronte.

Le note migliori sono arrivate dal come solito eccezionale Laurent Naouri come Fieramosca: una lezione di prosodia francese, di humour e di senso del teatro; e dall’Ascanio di Michèle Losier, strepitosa nel giocare coi virtuosismi ritmici della scrittura berlioziana.

Le note dolenti sono venute dalla direzione di Mark Elder: che come al solito non si può dire abbia diretto male ma, suvvia, siamo onesti: se già le quattro note in croce di un Cilea lo mettono alla frusta in termini di fantasia, figuriamoci chesuccede se messo alle prese con gli eccessi ritmici e coloristici di un Berlioz al culmine della sua follia di scrittura…

Lo spettacolo era ripreso da una caterva di telecamere: suppongo quindi uscirà un dvd che, se dal punto di vista musicale non potrà competere con l’antico capolavoro di Davis, sarà il primo esempio di una regia all’altezza del genio drammaturgico di questo Berlioz.

Beckmesser

Categoria: Backstage

 

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