Mercoledì, 01 Febbraio 2023

Editoriale: Per evitare il sovraffollamento delle idee - di Pietro Bagnoli

Aggiunto il 02 Novembre, 2013

Alla fine di quest’anno di celebrazioni verdian-wagneriane s’impone una riflessione sulle produzioni discografiche uscite e sul loro ruolo non solo di tipo appunto celebrativo, ma anche come riferimento per le generazioni future, per evidenziarne eventuali landmark che permetta a chi verrà dopo di noi di identificare la nostra epoca.
Dando uno sguardo d’insieme, vediamo che:
- Le produzioni discografiche wagneriane sono state complessivamente superiori a quelle verdiane, e per numero e per qualità complessiva. Questo però non arriva a configurarle né come paradigmatiche, né come veramente utili alla comprensione del periodo esecutivo in cui siamo calati
- Le produzioni verdiane sono caratterizzate soprattutto da recitals, il migliore dei quali è indiscutibilmente quello di Kaufmann. Il quale, però, è lontano anni luce da quello che potremmo definire uno standard accettabile per un canto verdiano

Analizziamo queste affermazioni un po’ più nel dettaglio.

L’anniversario wagneriano, quanto a produzioni meramente discografiche, è simboleggiato da due eventi.
Il primo di essi è il ciclo di registrazioni che la Pentatone ha affidato – in formato SACD – a un vecchio kapellmeister ben noto agli appassionati, e cioè Marek Janowski. Si tratta del “canone” classico di Bayreuth, le cui opere sono registrate in forma di concerto senza allestimento scenico, esercitando così una scelta di campo oggi per nulla condivisibile.
Il motivo per cui è stata scelta questa forma molto passatista (nel senso più deteriore del termine) è quello dichiarato di permettere all’ascoltatore di concentrarsi solo sulla musica. Dice Norbert Lammert, Presidente del Bundestag Tedesco: “Se ai nostri tempi la tendenza dei registi è quella della abbondanza (!) delle idee, Marek Janowski fa – per parte sua – esattamente il contrario. Egli non permette che nessuna immagine distragga lo spettatore ma lo invita piuttosto a una riflessione

sull’essenziale: la musica… Sono sicuro che Richard Wagner avrebbe amato questo progetto così come l’ameranno i suoi appassionati più assidui”.
Si rimane francamente agghiacciati di fronte a una prospettiva tanto miserabile e retriva, che apparirebbe solo parzialmente giustificata solo se ci trovassimo di fronte a una serie di incisioni come quelle degli Anni Sessanta-Settanta di Solti o Karajan. E dico “parzialmente” perché comunque, nel frattempo c’è stata un’evoluzione del linguaggio registico di cui non si può non tener conto, a meno di essere totalmente antistorici. Senza citare sempre necessariamente il Ring di Chéreau e Peduzzi – ormai paradigma universale di tutto ciò che una regia ha pagato in termini di dividendi nell’avanzamento del linguaggio esecutivo del teatro d’opera – allestimenti fondamentali come quelli del Ring o dell’Olandese di Harry Kupfer a Bayreuth, del Ring di Kasper Bech Holten per la Royal Danish Opera, del Lohengrin di Richard Jones, del Tristan dello stesso Chéreau a Milano e tanti altri ancora con cui non ho intenzione di aprire un elenco telefonico hanno fatto ormai la storia della rappresentazione wagneriana esattamente come le incisioni discografiche storiche con cui siamo abituati a confrontarci.
A fronte di ciò, dicevo, abbiamo un lodevole tentativo purtroppo non coronato da un risultato anche solo vagamente attendibile. Il direttore è un onesto professionista che ha già dato il meglio di sé in un’integrale degli Anni Settanta che assemblava alcuni dei cantanti più attivi sui teatri dell’epoca, ma senza nessuna sperimentazione: per capirci, era un interessante spaccato sulla realtà esecutiva teatrale dell’epoca, ma senza l’audacia di altri interpreti che cercavano di proporre altre chiavi di interpretazione (si pensi, per esempio, alla Crespin Brunnhilde con Karajan). Qui, invece, non abbiamo nemmeno questo: i cantanti sono da bassa, bassissima provincia tedesca (a parte qualche eccezione, come Albert Dohmen o Robert

Dean Smith), per lo più anonimi (Haller), spesso usurati (Gould), ancor più spesso inadeguati (Petra Lang e Violeta Urmana) e talvolta disastrosi (Konieczny, che massacra ignobilmente i tre Wotan).
Sarebbe questa la musica su cui si vuol far concentrare l’ascoltatore, evitandogli il sovraffollamento di idee?
Quanto a questo specifico aspetto, questa realizzazione è né più né meno un disastro, un fallimento integrale che certifica non che non esistono più le voci di una volta (le chiaviche esistevano anche cinquanta, sessanta, ottanta e cento anni fa), ma che è definitivamente tramontato un modello esecutivo.
Le voci esistono ancora: eccome. Si pensi, tanto per stare ai cantanti wagneriani, a Michael Volle, passato dalle bizze di Beckmesser alla paterna benevolenza un filo conflittuale di Sachs, sino al recente verdiano Monfort, cui ha prestato la propria sapienza nell’uso del declamato. Si può allestire un Meistersinger con un grande regista (Herheim) e, appunto, il più importante baritono wagneriano del momento? Sì e no: potrebbe non bastare, esattamente come non bastava cinquant’anni fa. Ma è comunque una base indispensabile su cui costruire, giacché oggi non potremmo pensare a una rappresentazione attendibile senza avere almeno un interprete (cantante o direttore che sia, meglio entrambi) di rango assoluto e, ovviamente, un regista che sappia raccontare una storia.
Nel ciclo di registrazioni di Janowski, quelle realizzate in forma audio per evitare “il sovraffollamento di idee”, l’unico vero fuoriclasse – ancorché piuttosto usurato – è Dohmen; après lui, le diluge.
Attendiamo la pubblicazione della Gotterdammerung, ma senza aspettarci particolari miglioramenti.

Il secondo di questi eventi è il ciclo del Ring pubblicato dalla Deutsche Grammophon con i Wiener Staatsoper diretti da Christian Thielemann.
È probabile che ci sia una logica di mercato legata al nome del direttore che in Germania “tira”

tantissimo, ma questo è sostanzialmente il Ring di Bayreuth (peraltro già pubblicato in CD e, per la sola Walkyria, anche in DVD), con qualche innesto eccentrico (tipo il baritono Adrian Eröd nel ruolo tenorile di Loge) e che, nel complesso, già conoscevamo anche capovolto.
Perché?
C’è veramente così tanta richiesta di una nuova registrazione in 14 dischi che può interessare solo a un appassionato incallito come il sottoscritto “pel piacer di porla in lista” e a pochi altri – credo davvero pochissimi – che già non conoscono l’impostazione interpretativa di Thielemann in Wagner in genere e nel Ring in particolare? Chi può desiderare l’ennesimo Ring a fronte di una proposta che fra classici indispensabili, mediamente classici e curiosità, audio e video, annovera già almeno una ventina di potenziali edizioni irrinunciabili?
Ne parlavo con il responsabile del settore classica-jazz della Sony Italia (presto, sul nostro sito, l’integrale dell’intervista che mi ha gentilmente concesso), che mi spiegava che Thielemann ha un seguito da stadio in Germania, e che quindi può permettersi di imporre alla casa discografica di cui è l’artista di punta le proprie scelte; ma questo tipo di scelta finisce per mortificare un ambito in cui veramente è già stato detto tutto di quanto noi ormai intendiamo come “classico”, e per il quale sarebbe ora di cominciare a pensare a qualcosa di diverso

Ma, per scarsa che possa essere stata la discografia wagneriana di quest’anno, quella verdiana è infinitamente peggiore.
Tralasciando errori marchiani come il “Simon Boccanegra” Decca interpretato da Hampson (declamatore spolpo) e Opolais, che non c’entra nulla con questo repertorio, ci restano fondamentalmente quattro recitals: Villazon, Netrebko, Domingo (da baritono!) e Kaufmann.
Come già anticipato, di questi dischi l’unico che – pur non facendo gridare al miracolo – desti qualche motivo di interesse, è quello di Kaufmann.
Quello diVillazon è un disastro che nulla c’entra non solo con Verdi, ma forse nemmeno più col canto.
Quello di Netrebko è irritante.
Quello di Domingo è… be’, incredibile. Nessuno può credere al vecchio tenore spolpo, che quando canta fa sentire i rumori di protesi dentaria, e che non fa nemmeno finta di imitare il vocione di un baritono. Eppure El Tenor ha inciso il disco più nazionalpopolare di tutti, letteralmente infarcito di tutte le più famose, prestigiose e difficili arie baritonal-verdiane. Roba da far impallidire persino Leo Nucci.
Per adesso mi preme sottolineare come nessuna di queste realizzazioni, per quanti mezzi o buoni propositi possano essere stati messi in campo, soddisfa i requisiti minimi per ambire alla palma non dico dell’eccellenza, ma nemmeno della presentabilità nell’ambito di un anniversario, con la parziale eccezione del disco di Kaufmann che – per quanto non adeguato alla bisogna – presenta alcuni spunti interessanti che fanno intravedere in filigrana possibili percorsi esecutivi di rango (monologo di Alvaro) o innovativi (Se quel guerrier io fossi).

Tutte queste produzioni sono globalmente caratterizzate da insipienza, presunzione, presupposti sbagliati e antistorici (le registrazioni Pentatone di Janowski), cast inadeguati (idem), errori di scelte (recital di Villazon e Netrebko), pessime scelte di campo (Domingo), mancata identificazione di un preciso stile esecutivo (Kaufmann).
Ma, soprattutto, nessuna di queste pubblicazioni rende un buon servizio agli Autori che intende celebrare perché non c’è un nuovo stile esecutivo, qualcosa che si contraddistingua da ciò che l’ha preceduto.
In altre parole: Konieczny non è pessimo solo in quanto canta male o fa rimpiangere Hotter (esercizio cui personalmente non mi presterò mai), ma perché il suo brutto esercizio è per di più particolarmente sterile nel non dire nulla di nuovo.
Idem per la Netrebko, che canta male un repertorio variegato solosuperficialmente riconducibile a un’idea verdiana: il vero problema è che non prende nessuna posizione nel repertorio che vuole affrontare. E questo, be’, questo è un errore esiziale, assolutamente imperdonabile, tanto più per una cantante scafata come lei.

Anonimato, mancanza di buona volontà, incapacità nel dire qualcosa di nuovo, inadeguatezza stilistica: non era esattamente quello che ci aspettavamo dai discografici per questo bicentenario
Pietro Bagnoli

Categoria: Editoriale

 

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