Lunedì, 24 Giugno 2019

Songs of the British Isles di Kathleen Ferrier

Aggiunto il 24 Ottobre, 2015


Elenco delle tracce:

1. Ma bonny lad (arr. W.G. Whittaker)
2. The Keel Row (arr. W.G. Whittaker)
3. Blow the wind southerly (arr. W.G. Whittaker)
4. I have a bonnet trimmed with blue (arr. H. Hughes)
5. My boy Willie (arr. C. Sharp)
6. I know where I'm going (arr. H. Hughes)
7. The fidgety bairn (arr. H. Roberton)
8. I will walk with my love (arr. H. Hughes)
9. Ca' the yowes (arr. M. Jacobson)
10. O waly, waly (arr. B. Britten)
11. Willow, willow (arr. P. Warlock)
12. The stuttering lovers (arr. H. Hughes)

Roger Quilter (1877-1953)
13. Now sleeps the crimson petal
14. The fair house of joy
15. To daisies
16. Over the mountains

Traditional:
17. Have you seen but the whyte lillie grow (arr. S. Grew)
18. Ye banks and braes (arr. R. Quilter)
19. Drink to me only (arr. R. Quilter)
20. Down by the Salley Gardens (arr. H. Hughes)
21. The lover's curse (arr. H. Hughes)

Charles Villiers Stanford (1852-1924)
22. The fairy lough
23. A soft day

Hubert Parry (1848-1918)
24. Love is a bable, Op. 152, No. 3

Ralph Vaughan Williams (1872-1958)
25. Silent noon

Frank Bridge (1879-1941)
26. Go not, happy day

Peter Warlock (1894-1930)
27. Sleep
28. Pretty ring - time

Traditional:
29. Come you not from Newcastle (arr. B. Britten)
30. Kitty my love (arr. H. Hughes)


KATHLEEN FERRIER
SONGS OF THE BRITISH ISLES

Ed. discografica: Naxos, 1 CD economico
Traditional:

Accompagnamento al pianoforte:
- Phyllis Spur (tracce 1, 2, 4-6, 8, 10-21)
- John Newmark (tracce 7 e 9)
- Fraderick Stone (tracce 22-30)

Luogo e data di registrazione: Tracce 1-21 registrate presso gli studi Decca di Londra; tracce 22-30 vengono da un broadcast della BBC

Note tecniche di registrazione: splendido riversamento da LP britannici, come da standard Naxos. Eccellente rimasterizzazione di Mark Obert-Thorn
Pregi: cantante mitica al suo top
Difetti: nessuno
Valutazione finale: images/giudizi/eccezionale.png



Nata a Blackburn (UK) il 22 aprile 1912, si diploma in pianoforte nel 1928 e inizia lo studio del canto quattro anni dopo.
Nel 1943 si stabilisce a Londra e qui inizia un’attività di cantante specialista in Bach e lieder.
Il 12 luglio 1946, a Glyndebourne, debutta nell’opera: è la prima assoluta, diretta da Ernest Ansermet e con Peter Pears, di “The Rape of Lucretia”, di Benjamin Britten, che scrisse la parte espressamente per lei.
Nel 1947 c’è “Orfeo e Euridice”, di Gluck, opera destinata a diventare la sua seconda e ultima opera in scena.
Nel 1947 conosce Bruno Walter con cui approfondirà Mahler.
Nel 1951 si ammala di cancro alla mammella: mastectomia e un sacco di cure inutili, perché la malattia progredisce orribilmente in modo inarrestabile.
Nel 1952 viene contattata dal Festival di Bayreuth per fare Brangäne con Karajan, ma declina l’invito: la salute già non la sorregge più. È però l’anno in cui registra con Bruno Walter il fondamentale Lied von der Erde, già letteralmente con la morte addosso.
Il 6 febbraio 1953, durante una recita di Orfeo e Euridice alla ROH sotto la direzione di Barbirolli, riportò una frattura patologica di femore (si definisce “patologica” la frattura non traumatica; quella cioè indotta dalla presenza di un tumore metastatico): resiste sino alla fine della rappresentazione, arriva al sipario per gli applausi e poi viene portata all’ospedale in ambulanza. Il pubblico però rimane all’oscuro dell’esatta natura del problema. Il Guardian scrive: "Miss Ferrier is suffering from a strain resulting from arthritis which requires immediate further treatment. It has been caused by the physical stress involved in rehearsal and performance of her role in Orpheus".
Kathleen Ferrier muore l’8 ottobre 1953, presso l’University College Hospital di Londra: ha solo 41 anni. La notizia getta nella costernazione il mondo degli appassionati di musica che nulla sanno della grave malattia che affliggeva la cantante da due anni. Pochi giorni dopo, il suo corpo viene cremato.

In questo breve excursus c’è tutta la vita di una cantante che ha avuto a disposizione circa una decina d’anni per costruire la propria leggenda, tuttora viva fra gli appassionati.
Caso unico per una cantante lirica, se si considera, come dicevo sopra, che ha realizzato in scena due soli ruoli, uno dei quali scritto appositamente per la sua voce, e l’altro espressione di una rinascita del Barocco che muoveva i primi timidi passi.
Il resto è tutta roba ostica per il melomane medio: Bach, Haendel – ma quello degli oratori, lieder vari e questi meravigliosi folksongs, alternati a composizioni vocali scritte da compositori britannici molto famosi all’epoca (e qualcuno ancora oggi).
Difficile trovare la storia di ognuna di queste composizioni.
Alcune di esse sono molto famose e sono state riprese da altri cantanti che, con opportune cover, hanno pensato di ridar loro linfa vitale.
Prendiamo per esempio “Blow the wind southerly”, canzone popolare del Northumberland, talmente associata alla sua interpretazione da essere riproposta dalla BBC per molti anni dopo la sua morte. Se cercate su YouTube, troverete almeno una ventina di versioni, anche molto belle: da Maureen Forrester a Laura Wright, da John McDermott a Jill Halfpenny, da Lisa Hannigan a Nana Mouskouri. Nessuna di queste versioni, però, per belle che possano essere quanto a linea melodica e purezza di canto, può vantare la stessa profondità di comprensione non tanto del testo, quanto dell’essenza del brano, le sue radici profonde, la sua compenetrazione con il substrato più profondo del posto dove la canzone è nata, sulle rive del mare.
Questa sorta di sincretismo è ciò che rende meglio ragione di ciò che Matteo Marazzi definiva l’altro giorno al telefono la “primitività” del canto della Ferrier.
C’è sicuramente una dote naturale rilevante, anzi eccezionale perché quella di Kathleen Ferrier è stata una delle più pure e schiette voci di contralto della Storia. Fonda, scura, notturna, con una tinta naturalmente malinconica irresistibile, eppure naturalissima, senza nessuna di quelle costruzioni che trasformano cantanti potenzialmente interessanti in autentici golem. Basta sentire la purezza dell’emissione, gli acuti cristallini e totalmente privi di sforzo, le meravigliose mezzevoci, per rendersi conto di trovarci di fronte a un Fenomeno naturale. Avrebbe potuto campare tranquillamente su questa sola dote naturale, ma è proprio dall’uso sapiente dei pianissimi che si intuisce una tecnica assolutamente perfetta. Si pensi per esempio all’intonazione sempre impeccabile, cristallina, particolarmente evidente proprio nel già citato “Blow the wind southerly” che la Ferrier canta senza accompagnamento a cappella, ma con una specie di “pedale” interno che dà consistenza e spessore quasi orchestrale alla sua voce
Ma c’è anche la comprensione di quello che sta cantando; e non è un elemento “costruito”, è anch’esso profondamente naturale. La voce della Ferrier tende sempre a trovare un equilibrio perfetto nel brano che sta eseguendo, dando all’ascoltatore l’idea che quel brano sia stato scritto esattamente per le sue potenzialità; ed è quello che rende perfetto “Blow the wind”: il tono è tranquillo con appena una lieve innervatura di angoscia; il respiro è preciso e pulsa con la giusta e armonica alternanza di battere e levare del “pedale” interno, quello che non si ascolta ma si percepisce.
Se ci fate caso, è la stessa respirazione che alimenta il lento fluire dei Kindertotenlieder di Mahler, di cui la Ferrier offre l’interpretazione di gran lunga più coinvolgente che si sia mai sentita; oltre, ovviamente, ai Lied von der Erde, ma qui scadiamo nell’ovvio e scontato…
Questo respiro interno, che riesce ad alimentare il tono giusto per ogni brano, lo si percepisce anche in altre canzoni come per esempio “Ma bonny lad” oppure la favolosa “Down by the Salley Gardens”, recentemente riproposta anche da Loreena McKennitt in una sorta di visione new age che, pur gradevole, non le appartiene. Con la lettura asciutta e prosodica di Kathleen Ferrier, invece, le cose vanno al loro posto esatto.
Un filino meno interessanti, a mio personalissimo gusto, i brani degli Autori; si tratta di sfumature, ma in questi songs la Ferrier dà lievemente più l’impressione di fare il compitino rispetto alla naturalezza con cui affronta i folk songs. Fa eccezione, a mio modo di vedere, la composizione di Vaughan Williams, “Silent noon”, che in bocca a questa meravigliosa Artista è un piccolo gioiello.

Un’ultima nota sulla rimasterizzazione della Naxos, questa volta a opera di Mark Obert-Thorn: è favolosa, come da standard ormai ben noto di questa etichetta, e eclissa ogni altro lavoro di altre case discografiche


Pietro Bagnoli

Categoria: Recitals

 

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