Domenica, 17 Novembre 2019

HÉROÏQUE – FRENCH OPERA ARIAS di BRIAN HYMEL

Aggiunto il 22 Giugno, 2015


Elenco delle tracce:

1. Ne m’abandonne point éspoir de la vengeance!... Asile heréditaire… Amis, amis, secondez ma vengeance (Rossini, Guillaume Tell)
2. Nature immense (Berlioz, La damnation de Faust)
3. L’émir aprè de lui m’appelle… Je veux encore entendre ta voix (Verdi, Jérusalem)
4. C’est Guy de Montfort!... Ô jour de peine et de souffrance (Verdi, Les Vêpres Siciliennes)
5. Inutiles regrets (Berlioz, Les Troyens)
6. Faiblesse de la race humaine!... Inspirez-moi, race divine! (Gounod, La Reine de Saba)
7. Pays merveilleux… O paradis… Conduisez-moi vers ce navire (Meyerbeer, L’Africaine)
8. Ne pouvant réprimer les élans de la foi (Massenet, Hérodiade)
9. Le bruit des chants s’éteint… Esprits, gardiens de ces lieux (Reyer, Sigurd)
10. Le jour tombe… Adieu, forêt profonde (Bruneau, l’Attaque du Moulin)
11. Chante, vieux jardin, ta chanson de cigales (Rabaud, Rolande et le mauvais garçon)


HÉROÏQUE – FRENCH OPERA ARIAS
BRYAN HYMEL


Czech Philharmonic Choir of Brno
Chorus master: Petr Fiala

PKF – Prague Philharmonia
EMMANUEL VILLAUME

Luogo e data di registrazione: Smetana Hall, Praga, 18-25 Agosto 2014
Ed. discografica: Warner, 1 CD a prezzo pieno

Note tecniche di registrazione: complessivamente eccellente
Presente su Spotify: sì (key words: “bryan hymel)
Pregi: una carrellata di belle arie, alcune delle quali davvero poco note. Se vi piacciono gli acuti, è il vostro disco
Difetti: interprete di scarso profilo. Direzione all’insegna del “famolo strano”
Valutazione finale: images/giudizi/sufficiente-discreto.png


Nato nel 1979 a New Orleans, Bryan Hymel è già – a tutti gli effetti – una stella di prima grandezza del panorama contemporaneo. Ha debuttato nel 1998 con ruoli da comprimario o da tenore lirico-leggero. Nel 2007, la svolta al Festival di Wexford come Principe nella Rusalka; da allora, ruoli eroici lirico-spinti, o iperestesi in acuto come, per esempio, Arturo dei Puritani; ed è proprio questa considerazione che ci chiarisce l’aspetto più peculiare della vocalità di Hymel, e cioè gli acuti.
Ecco: se cercate un tenore con gli acuti, questo è il vostro cantante: un Artista che, saggiamente, sembra voler evitare terreni eccessivamente battuti da altri suoi colleghi, come dimostra questo disco dal programma davvero accattivante.
Di più: questo disco è recensito per lo più benissimo da diverse riviste, anche di addetti ai lavori.
Ci sono però, secondo il mio modestissimo e discutibilissimo parere, alcune considerazioni che dovrebbero essere fatte e che dovrebbero prescindere dagli acuti, per belli che siano.
Primo: questo repertorio, bellissimo e affascinante, è invecchiato più e peggio di altri. Il Barocco, per esempio, che è di gran lunga precedente, usufruisce oggi di un parterre di interpreti e di una scuola esecutiva accuratamente maturati nel corso degli anni che lo hanno portato a essere “sentito” come molto vicino alla nostra sensibilità. Questo repertorio francese, invece, rimane ancora molto lontano dal nostro vissuto quotidiano, nonostante la sua bellezza profonda; e questo perché nessuno lo ha affrontato con un passo stilistico adeguato alla sua fruizione contemporanea. Siamo ancora fermi a quelli che, in dialetto meneghino, si potrebbero definire “i tempi di Carlo Cudega”. E finisce così, a fronte delle ottime intenzioni di alcuni interpreti, per essere messo in un angolo e rispolverato solo in poche e ben selezionate occasioni. Ne deriva, purtroppo, la mancanza di una “scuola” che renda giustizia a queste opere; né giova la considerazione che ai primi del Novecento tutti i cantanti vi si dedicavano, ché anzi è proprio questa constatazione a renderci conto del fatto che lì siamo rimasti: ai 78 giri di Caruso o, al limite, a Gedda. E, di fronte a queste interpretazioni così paradigmatiche, o si ha un Artista che “spacca” – e non è questo il caso – o si finisce nella bassa lega.
Prendiamo l’aria de “La Reine de Saba”: è fra quelle più famose proposte in questo disco interessante, ma – nonostante l’acutazzo finale – Caruso, che pure si astiene dalla prodezza, resta su un altro pianeta. Non diversamente Emile Scaramberg (disco del 1905) o Guy Cazenave nel 1927 che puntano maggiormente sulla bellezza del fraseggio, grazie anche a una maggior pulizia della linea vocale. Hymel, no: trascina il brano in modo pedestre tralasciando qualunque finezza di fraseggio, per poi concludere il tutto con un do acuto talmente raggiante che quasi ti fa perdere di vista tutto quello che… ti sei dovuto sorbire prima.
Decisamente più bruttarello quanto a resa globale, per esempio, il brano dell’Hérodiade, berciato con poca proprietà e molta beceraggine; il Georges Thill di un’incisione del 1927, per dire, a parità di timbro vocale scuro, è cantante di una bellezza vocale incomparabile e soprattutto dà l’idea di avere il senso completo di quello che dice. Ma lo stesso dicasi di Ansseau, Luccioni, Paul Franz o Léon Campagnola: la pertinenza del loro enunciato, la liquidità del fraseggio, la purezza degli attacchi e la bellezza del mezzo vocale ci stanno a indicare una diversa civiltà vocale.
Il “Sigurd” sarebbe interessante perché è un’opera la cui storia esecutiva è ferma più o meno a Vezzani; ma quello che fa sentire qui Hymel non giustificherebbe – a regola – il recupero di un’opera che, pur essendo venuta fuori 7 anni dopo il Siegfried di Wagner, appare di questa nettamente più vecchia (e invecchiata).
Non è che Hymel non sappia cantare; è solo che un brano del genere è fatto per un mondo completamente diverso.
Tutto il disco si trascina complessivamente in questa maniera. Alcuni brani, come l’assolo di Arnold del IV Atto del “Tell”, sono troppo famosi per non evocare paragoni e confronti scomodi; nella fattispecie, per esempio, Gedda e Merritt hanno definito con assoluta precisione il perimetro del ruolo, e non si può non tenerne conto sia pure inconsapevole. In altri brani meno conosciuti, invece, Hymel può dire meglio la sua, anche se l’incedere è sempre rozzo e privo di qualsivoglia sfumatura. In tal senso, meglio i due brani conclusivi che sono affrontati dal tenore in modo convinto e partecipe, quanto meno al di là della generica concitazione con cui affronta il resto del programma.
Due parole sulla direzione: davvero di scarso spessore. Le bizzarre scelte di tempi sembrano improntate al “famolo strano” come a volersi distinguere dal volgo, esattamente il contrario di quello che dovrebbe essere una direzione che accompagna un recital.
Alla fine, questo è un disco che dice poco e che, nonostante la bellezza di un programma per il 70% raro o inconsueto, resta un tentativo irrisolto di riprendere un repertorio francamente invecchiato senza cercare di dire nulla di veramente nuovo né interessante.
Mah.
Forse sbaglio io.
Pietro Bagnoli

Categoria: Recitals

 

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