Lunedì, 24 Giugno 2019

The Verdi Album di Jonas Kaufmann

Aggiunto il 14 Ottobre, 2013


Elenco delle tracce:

1. La donna è mobile
2. Se quel guerrier io fossi… Celeste Aida
3. Di’ tu se fedele
4. Forse la soglia attinse
5. Ah sì ben mio… Di quella pira
6. Oh fede negar potessi! Quando le sere al placido…
7. Oh inferno!... Cielo pietoso, rendila
8. È lui! Desso! L’Infante!... Dio che nell’alma infondere (con Franco Vassallo)
9. La vita è inferno all’infelice
10. Destatevi o pietre! Giuri ognun questo canuto
11. Dio mi potevi scagliar
12. Niun mi tema


THE VERDI ALBUM
JONAS KAUFMANN


Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Chorus Master: Corrado Casati

Orchestra dell’Opera di Parma
PIER GIORGIO MORANDI

Luogo e data di registrazione: non noto, 2013
Ed. discografica: Sony, 1 CD a prezzo pieno

Note tecniche di registrazione: complessivamente ben spaziata
Pregi: qualche elemento di interesse su alcuni brani; il coraggio di Kaufmann nell’affrontare i capisaldi del repertorio tenorile verdiano
Difetti: genericità di espressione in molti brani
Valutazione finale: images/giudizi/discreto-buono.png


Questo disco di Kaufmann non fatica a porsi in testa alla classifica delle uscite discografiche per l’anniversario verdiano; questo, comunque, non vuol dire che sia un disco memorabile.
E, ancora una volta, il recensore deve faticare per trovare la giusta posizione in cui stare nel valutare questo disco difficile, contorto, lontano le mille miglia dalle apollinee esternazioni dei grandissimi cantanti spesso indicati come “grandi verdiani” che lo hanno preceduto. Questo è un cantante completamente “sui generis” prestato al repertorio verdiano di cui non sarà mai un grande interprete.
Fatte salve le considerazioni che abbiamo già fatto in occasioni consimili (vedi recente disco della Netrebko dedicato allo stesso Autore), gli manca:
- l’idiomaticità: non ci riferiamo ovviamente alla lingua, che – pur non perfetta – è molto più rifinita di quello che si potrebbe pensare, ma al saper cantare in modo “vocalistico” ruoli che vocalmente gli sarebbero estranei. Non è un caso che riesca meglio nell’estasi declamatoria di “Dio mi potevi scagliar” e affondi miseramente nella Ballata del Duca. Fa parzialmente eccezione “Celeste Aida”, in cui però affiora il grande Kaufmann
- la capacità di trasformare, di trasfigurare come fa con Wagner, la grande pagina dandole un’impronta esecutiva immediatamente riconoscibile. Ed è soprattutto questo l’aspetto che maggiormente colpisce l’ascoltatore che aveva amato il recente disco wagneriano
- e, da qualche tempo, gli mancano pure gli acuti. Già il si bemolle è problematico, ma anche il passaggio superiore, la capacità di gestire una tessitura “alta”, a meno di non procedere per colpi di glottide, peccato esiziale che rimproveravamo a Carreras
In realtà, il problema più importante avendo a disposizione un Kaufmann è proprio il secondo: da lui ti aspetti sempre l’interpretazione che squaderni completamente, che sballi il banco, cosa che qui invece succede una volta sola, e cioè nel “Celeste Aida”. Invece, per tutto il resto del disco si apprezzano buone intenzioni, talora belle letture, ma mai la zampata del genio, anche perché non si riesce a scansare la sensazione della difficoltà dell’approccio.
Il nostro WS Maugham, sul forum di Operadisc, diceva: “Kaufmann è un tenore molto particolare. Ha una fonazione e un sistema di emissione del suono tra i più artificiali, complicati e cervellotici che esistano. Nessun suono che esce dalla sua bocca è privo di controllo. Tutto è studiatissimo. Si sente che anche gli acuti sono stati conquistati, quarto di tono dopo quarto di tono, a duro prezzo. Siamo all'opposto del tenore, come dire, alla Pavarotti, il tenore che canta come se stesse parlando.
E' vero che questo ha permesso a Kaufmann di fare cose incredibili a livello di sfumature, chiaroscuri, legato.
E' anche vero che questo ha fatto di lui (e l'abbiamo sempre detto) un tenore molto particolare, adatto a repertori raffinati, a scelte mirate e attente. Proprio l'opposto di quello che invece sta diventando: un tenore da loggione.
Ovviamente ha ragione lui. E' applauditissimo, veneratissimo e corteggiatissimo”.
Lasciando la considerazione maughamiana, molto pessimistica, sul “tenore da loggione”, c’è invece da concordare sul fatto – peraltro ampiamente sostenuto su Operadisc – che Kaufmann NON È tenore per tutti gli usi.
La cartina da tornasole è costituita dai brani che non c’entrano nulla con la sua organizzazione (una “Donna è mobile” particolarmente disastrosa perché non vuol dire nulla: non è il tenore piacione, non è il predatore: non è nulla), o che ne mettono alla frusta la vocalità in modo pesante, e qui penso soprattutto ai brani del “Ballo in maschera”, che richiedono una capacità di scivolare fra le spire della frase, una eloquenza che è lontana le mille miglia dal riserbo espressivo di Kaufmann, e soprattutto un passaggio superiore a prova di bomba.
Lo richiede anche “Celeste Aida”, ma qui invece Kaufmann trova la quadra grazie a un eloquio intimo quale non avevamo mai sentito nemmeno con l’immenso Vickers, che si conclude un si bemolle in pianissimo forse non meraviglioso come un po’ di tempo fa (c’è più di un sospetto di falsetto), ma comunque di estrema suggestione. A tutti gli effetti, è il brano più affascinante di questa raccolta, e quello che desta maggior rabbia perché fa intravedere in filigrana quello che – con una diversa organizzazione, o una più precoce applicazione – Kaufmann avrebbe potuto dare in questo repertorio; adesso è oggettivamente troppo tardi.
La riprova di ciò non è “La donna è mobile”, giacché il Duca gli sarebbe stato comunque estraneo anche dieci anni fa (alle volte mi domando chi assembla le scalette di questi recitals); no, la riprova è l’aria del terzo atto del “Ballo in maschera” che, oggi, con questa organizzazione, è un sesto grado dal punto di vista vocale, ma che in altri tempi – per le intenzioni che rivela – sarebbe stato probabilmente un normale alveo per l’ampio fiume della voce di Kaufmann. Oggi, invece, oggettivamente no: è faticoso, avvitato, difficile, con acuti morchiosi e con una costruzione della frase che mortifica qualunque intenzione.
Peggio ancora, però, la Barcarola, sia pure col salto di tredicesima su “Irati sfidar”.
E peggio di tutto i due brani del “Trovatore” che rivelano una vocalità che rimanda non a Franco Corelli o Mario Del Monaco, ma a Hans Hopf, quando lo incideva in tedesco e almeno sgranava i trilli della Pira, sia pure abbassata di tono. Qui abbiamo un decoroso – non di più – “Ah sì ben mio”, seguito da una Pira bruttabruttabrutta, di quelle da teatro di periferia, anche se in versione estesa e con gli interventi del tenore sul coro; interventi che sono possibili con le alchimie del disco, ma non credo nella realtà di un contesto teatrale.
Il brano della “Luisa Miller” è onesto, ma un po’ troppo vociferante e fa pensare ad altri esempi tenorili contemporanei assai meno interessanti: se certe esteriorità le rimproveriamo a Marcelo Alvarez, non vedo per quale motivo non dovremmo rimproverarle anche a Kaufmann.
Già più interessanti “Cielo pietoso rendila”; e un complessivamente buon duetto del “Don Carlo” con un più che dignitoso Franco Vassallo, anche se – una volta di più – siamo a lamentarci del fatto che almeno in disco “Don Carlo” dovrebbe essere “Don Carlos” e affrontato in francese, esattamente come “Les Vêpres Siciliennes” o altre opere che dovrebbero uscire dalle pastoie di una traduzione italiana che ha fatto il suo tempo. Il disco in studio è sì veicolo pubblicitario e preparazione alla rappresentazione teatrale, ma è anche laboratorio e, come tale, dovrebbe dare spazio a tutto ciò che normalmente in teatro non viene affrontato con la dovuta frequenza.
Si sente la mancanza di un “Ah la paterna mano”, di cui Kaufmann avrebbe potuto dare una versione che immagino estremamente interessante. Ma in compenso c’è un bell’assolo di Alvaro, con il tono giusto e adeguato alla riflessione interiore. E c’è anche una a – mio gusto – eccellente resa del brano dei “Masnadieri”, che ci dà l’esatta dimensione di quello che Kaufmann potrebbe fare per nobilitare un repertorio desueto.
E ci sono infine i due brani di “Otello”, uno dei prossimi debutti.
Se si sta al gioco del solito Otello nerofumo, tenebroso, impastato di discendenza tedesca, quella di Kaufmann è probabilmente la migliore soluzione possibile dell’attualità e di un passato recente: nel “Dio mi potevi scagliar” il tono è sbigottito, incredulo, dolente di umanità ingiustamente offesa; ed è probabilmente il brano che il tenore tedesco gestisce meglio grazie a un dominio del declamato che nessuno dei suoi predecessori ha mai potuto vantare. Se invece si cerca qualcosa di diverso, se si è convinti che l’eredità di Tamagno debba ancora aspettare, quella di Kaufmann è solo l’ennesima declinazione di un tenore che non ha capito Otello.

Disco quindi complessivamente interlocutorio e forse poco perfettibile, a causa della sostanziale estraneità del suo protagonista al repertorio proposto; peccato non vi si sia accostato in modo strutturato qualche anno fa. Attualmente è troppa la violenza declamatoria e, ormai, sono troppo vistosi i limiti vocali, specie in acuto.
Rimane il fatto che Kaufmann sia l’unico ad aver inciso un disco per ognuno dei due grandi musicisti festeggiati. Lo preferiamo nel repertorio wagneriano, ma onore al merito per essersi messo in gioco con tanta professionalità anche in un ambito non suo
Pietro Bagnoli

Categoria: Recitals

 

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