Martedì, 19 Marzo 2019

Wagner di Jonas Kaufmann

Aggiunto il 16 Marzo, 2013


Elenco delle tracce:

1. Ein Schwert verhieß mir der Vater (Walküre)
2. Daß der mein Vater nicht ist (Siegfried)
3. Allmächt’ger Vater, blick herab! (Rienzi)
4. Inbrunst im Herzen (Tannhäuser) – con Markus Brück
5. Am stillen Herd (Die Meistersinger von Nürnberg)
6. In fernem Land (Lohengrin) – con Markus Brück – original uncut version
7. I Der Engel (Wesendonck-Lieder, orch. Felix Mottl)
8. II Stehe still!
9. III Im Treibhaus
10. IV Schmerzen
11. V Träume

WAGNER
JONAS KAUFMANN



Chor der Deutschen Oper Berlin
Chorus master: William Spaulding

Orchester der Deutschen Oper Berlin
DONALD RUNNICLES

Luogo e data di registrazione: Großer Sendesaal, Funkhaus Berlin, Nalepastraße, Berlin,
17–22 September 2012
Ed. discografica: Decca, 1 CD a prezzo pieno

Note tecniche di registrazione: molto buono. Io ho provato la versione iTunes che offre anche video supplementari di interviste al tenore
Pregi: the definitive Wagner’s tenor
Difetti: si rimpiange solo la durata limitata del disco
Valutazione finale: images/giudizi/eccezionale.png

Video:


Un sentito ringraziamento all’amico Maugham che mi ha fatto conoscere questo disco meraviglioso

Ecco il nostro Kaufmann!
Non quello di arie veriste o di altri esperimenti commerciali, ma il Grande Tenore nel proprio repertorio di elezione, quello in cui può fissare le regole del gioco.
Un disco come questo – di una bellezza profonda e conturbante – ha il pregio indiscutibile di cambiare definitivamente i landmarks dell’interpretazione tenorile wagneriana spostando in alto l’asticella e offrendo nuovi parametri di valutazione.
Non mi riferisco tanto al monologo di Lohengrin, che già conoscevamo dalle performance live di JK (in cui, per inciso, il miracolo della smorzatura flottante sulla parola “Taube” suonava ancora più estatico) e che qui viene proposto con la seconda strofa normalmente tagliata.
No, il cuore pulsante di questo disco è il monologo del “Tannhauser”, che nessuno di noi aveva mai sentito così pieno di lacerazione, di sconforto, di amarezza; per poi trascolorare nella falsa ebbrezza, nel finto delirio dei sensi. Questo brano, che abbiamo sentito mille volte sbranato da cantanti preoccupatissimi delle note, vive di una verità che ancora non avevamo percepito, quanto meno non con questa urgenza e profondità. C’è lacerazione, consapevolezza di una vita buttata via senza speranza; c’è l’uomo di fronte a se stesso, ai propri errori, alla propria misera viltà. Non è più la solitudine e l’indipendenza dell’Artista – tema che Wagner affronterà con ben altra proprietà nei “Meistersinger” – ma la lacerazione di chi si trova sospeso fra due poli opposti, e vorrebbe sceglierne uno ma è costretto verso l’altro; e non è nemmeno una scelta così scontata. Si badi: la solitudine dell’Artista è qualcosa che normalmente eleva il cantore Tannhauser a una dimensione eroica che non gli competerebbe: oggi, dopo la lettura di Kaufmann, lo percepiamo con una chiarezza che nessun altro prima ci aveva mai fatto sentire.
È eccezionale la bravura di Kaufmann, artista di immensa bravura e di grandissima consapevolezza, che riesce a piegare la propria voce non solo a tutte le esigenze della partitura, ma anche a quelle nuove che crea lui.
Oggi lo possiamo dire: con Kaufmann nasce una nuova categoria di tenori wagneriani. Questo ovviamente non vuol dire fare piazza pulita di chi c’era stato prima (anche se qualcuno – come Melchior, per esempio – può essere definitivamente consegnato alla soffitta di nonna Speranza; ed è essere ancora generosi), ma vuol dire semplicemente aver creato un nuovo paradigma interpretativo che non può essere ignorato, perché è quello con cui tutti d’ora in avanti dovranno confrontarsi.

Voce caldissima, piena, timbrata in tutta la gamma, ricca di armonici. Acuti oggi un po’ più faticosi di una volta, ma ancora pienamente adeguati alle relative – quanto a questo specifico aspetto – esigenze della maggior parte delle partiture wagneriane. Capacità di piegare la voce a estatiche, meravigliose smorzature. Scavo minuziosissimo, infinito, pazzesco non solo sulla parola, ma anche sul fonema – di più: sulla punteggiatura – e soprattutto sull’abbinamento fra la parola e il suono.
Se ci pensiamo, siamo passati dai tempi in cui credevamo che il suono gonfio e tronfio fosse tutto quello che ci serviva nell’interpretazione wagneriana: era quando misuravamo il minutaggio dei “Wälse!” per vedere se Melchior ce l’aveva più lungo di Lorenz. Poi siamo arrivati alla deliziosa – e qualcuno un po’ finta – naïveté di Windgassen, di Konya e, per certi versi (e con mezzi diversi), anche di Vickers. Poi abbiamo pensato che il solido professionismo di grigi burocrati potesse superare qualunque barriera; e questa idea distorta ci ha accompagnato sino ai nostri giorni quando, finalmente, Kaufmann ha rimesso tutto al suo posto.
Bellissimo ovviamente il brano della Walkiria: Siegmund è un ruolo che JK conosce benissimo, e nel quale è in grado di far risuonare il male di vivere e l’angoscia esistenziale non solo del perseguitato in genere, ma quasi di un Peter Grimes ante litteram. È un eroe al contrario: è un reietto, un espulso dalla società, qualcuno che nessuno vuole accanto a sé.
Del pari molto bella la preghiera di Rienzi, che ci dimostra che – all’occorrenza – il più grande tenore declamatore dei nostri tempi è in grado di recuperare le ragioni del canto all’italiana che sono alla base del primo lavoro ad ampio respiro di Wagner.
Qualche perplessità mi aveva destato – almeno inizialmente – l’idea di includere nel programma del disco i Wesendonck Lieder. Secondo quanto ricordato dall’amico teo.emme, non è la prima volta che accade: già René Kollo aveva registrato nel 1992 le stesse composizioni, sempre con l'orchestrazione di Mottl. Non è che questi brani siano il vero motivo per comprare il disco – suonano francamente un po’ come un riempitivo – ma sono cantati veramente molto bene e con la consapevolezza di quello che realmente erano nelle intenzioni del compositore: più che la messa in musica di un ciclo di poesia della donna amata del momento, un “laboratorio” per il Tristano.
Tutto sommato, il brano che mi convince un po’ meno in questa crestomazia è Am stillen Herd. È cantato benissimo, ma è il meno rivelatore fra quelli proposti. E questo è il grosso problema di un cantante come Kaufmann: per ogni cosa che canti, ti aspetti la rivelazione, la rivoluzione. O entrambe. E se non ce le hai, rimani un po’ sulle tue…
Manca il “Parsifal”, purtroppo: è il ruolo recentemente debuttato al Met sotto la bacchetta di Daniele Gatti, ed è parte che appare particolarmente adatta alle corde anche emotive di JK.
Quanto a “Siegfried”, appare sensata la scelta del brano proposto in luogo di martellamenti di spade che sembrerebbero rischiosi; anche se, a dirla tutta, già prima di Kaufmann lo stesso Windgassen ci aveva dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che non è sui decibel che si gioca la partita del tenorismo wagneriano, ma sulla poesia, sulla sincerità dell’accento e – in un ruolo come Siegfried – sulla naiveté di chi intraprende un percorso iniziatico.
Per il resto, l’unico vero appunto che mi sentirei di fare riguarda il minutaggio: veramente si desidererebbe che questo disco durasse di più.
Dirige il tutto molto bene Donald Runnicles, artista interessante, buon conoscitore di questo repertorio e in ottima intesa con il tenore
Pietro Bagnoli

Categoria: Recitals

 

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