Sabato, 15 Dicembre 2018

Arrivederci di Vittorio Grigolo

Aggiunto il 05 Novembre, 2011


Elenco delle tracce:

1. Caruso - Dalla
2. Torna a Surriento – De Curtis
3. Arrivederci Roma - Rascel
4. Chitarra romana – Di Lazzaro
5. Amor ti vieta – Fedora - Giordano
6. ‘O surdato ‘nnamurato - Cannio
7. Il lamento di Federico – L’Arlesiana - Cilea
8. La danza – Soirées musicales - Rossini
9. Ti voglio tanto bene – De Curtis
10. Recondita armonia – Tosca - Puccini
11. Mattinata - Leoncavallo
12. La donna è mobile – Rigoletto - Verdi
13. ‘O paese d’ ‘o sole – D’Annibale
14. M’apparì – Martha – Flotow
15. Voglio vivere così – D’Anzi
16. Core ‘ngrato – Cardillo
17. Non ti scordar di me – De Curtis

VITTORIO GRIGOLO
ARRIVEDERCI




Coro del Teatro Regio di Parma
Chorus Master: Martino Faggiani

Orchestra del Teatro Regio di Parma
PIER GIORGIO MORANDI

Luogo e data di registrazione: Auditorium Niccolò Paganini, Parma & Wathen Hall, Londra, Febbraio-Aprile 2011
Ed. discografica: Sony, 1 CD a prezzo pieno

Note tecniche sulla registrazione: ottima, ben spaziata

Pregi: per chi si accontenta, bella voce di tenore

Difetti: troppo presto per un disco così

Valutazione finale: images/giudizi/mediocre-sufficiente.png


Peccato che questo disco sia uscito in autunno: la stagione giusta per la sua pubblicazione sarebbe stata la primavera avanzata se non l’estate, quando il caldo induce l’automobilista ad abbassare il finestrino e cantare a squarciagola coprendo, con la propria voce, quella del tenore.
Questo, infatti, è un classico prodotto da autoradio; negli Anni Settanta sarebbe uscito anche in Stereo 8 e lo avrebbero venduto nelle stazioni di servizio, e nessuno se ne sarebbe vergognato ma anzi, sarebbe stato un successo. Così, invece, corre il rischio di essere una cosa che non è né carne né pesce, che glorifica per un breve istante la voce gradevole, fonogenica e ben emessa di Vittorio Grigolo, il quale avrebbe materiale interessante per coprire una particolare esigenza del mercato ma che rischia di affogare in una generica melassa che interesserà ben pochi utenti generici e nessun vero addetto ai lavori.
Dove voglia mettersi Grigolo, è ormai ben chiaro: vuole coprire il posto da “tenore italiano” old style lasciato libero da Luciano Pavarotti (tralasciando per un attimo l’apax costituito da Andrea Bocelli), ultimo grande esponente di una tradizione che, partendo da Caruso, era passata attraverso Gigli, Schipa, in parte Di Stefano ed era arrivata appunto nelle mani del tenore modenese che l’aveva portata a un livello pressoché irraggiungibile.
E – si badi – non sto parlando di virtù artistiche, ché quelle probabilmente avevano raggiunto il top di gamma con gli esponenti precedenti. Sto parlando piuttosto di quel mix irripetibile di simpatia umana, eloquenza nella gestione del grande repertorio italiano, visibilità mediatica spostata ovviamente anche e soprattutto oltreoceano, sapiente gestione del repertorio leggero opportunamente intercalato ai grandi brani lirici. E questa parte di repertorio, in particolare, cantata col cuore in mano, con adeguato sound italiano e mandolini schitarranti, col pelo toracico e pubico sapientemente esposto al pubblico in delirio e con la lacrima ben dosata e adeguatamente alternata al sorriso da guappo; questa fetta di repertorio, dicevo, diventa l’ago della bilancia per il tenore italiano per avere in mano tutto il pubblico. E se guarderete con occhio disincantato la folla in delirio, vedrete che ci sono tutti: i sedicenti esperti, che lo assolveranno per questi peccatucci in nome di tutto quello che ha fatto o fa nel repertorio nobile, e perché così la musica popolare viene nobilitata dal Grande Interprete; e la plebaglia che, ascoltandolo, si sente elevata nel suo sentire vedendo che anche il Grande si ingaglioffisce a cantare canzonette.
Non vi fidate di Pavarotti? Lo giudicate troppo prostituito (absit iniuria verbis) con il rock di oltre oceano soprattutto nell’ultima parte della sua carriera?
Pensate a Schipa, allora: non c’è sapientone che non solo ne giustifichi, ma persino ne santifichi le incursioni nel repertorio leggero. Oppure Gigli, le cui registrazioni di canzonette quasi pareggiano il numero delle incisioni serie e sono a un livello di ruffianeria talmente smaccato e insopportabile che qualcuno l’ha elevato al rango di vero italian style, con tanto di falsettini scambiati ingenuamente per mezze voci.
Ma è indiscutibilmente Pavarotti quello che ha portato il ruolo del “tenore italiano” a un tale livello di produttività da risultare una macchina da guerra; una macchina che, per inciso, si è potuta permettere eccessi mediatici come quelli dei “Pavarotti & friends” che non sarebbero stati mai perdonati a nessun altro tenore. Giova peraltro ricordare che il grande tenore modenese si era guadagnato sul campo una serie di meriti nel repertorio serio che avevano fatto di lui una specie di leggenda vivente, da cui si poteva accettare qualunque cosa: avrebbe potuto cantare l’elenco del telefono e gli avrebbe dato se non significato, quanto meno un tono giustamente e paradigmaticamente italiano.

Ora, Vittorio Grigolo cos’ha di tutto questo coacervo culturale nel momento in cui ci propone questo disco?
Siamo onesti: ben poco.
Ha una bella carriera in costruzione in giro per il mondo, ma deve ancora maturare i crediti del suo illustre antecedente e proprio in quel repertorio classico e serio italiano dove Pavarotti aveva imposto le ragioni del suo canto smaccato, solare, arrogante.
E, mi spiace, solo se sei Pavarotti puoi assemblare un disco come questo: deliziosamente inutile, senza capo né coda, cui manca solo “Mamma” di Bixio per chiudere il cerchio.
In compenso, l’incipit “Caruso” di Lucio Dalla, cantato con tono da emigrante su un’orchestra ruffianissima che sembra uscita da certi siparietti de “Il Padrino parte II” (quelli interpretati da De Niro nei panni di Don Vito Corleone giovane) rimanda proprio – e senza rossori – a Pavarotti che ne aveva fatta una personalissima icona. E poi si prosegue con una gioiosa alternanza di brani d’opera come “Amor ti vieta”, il tremendo “Lamento di Federico”, “Recondita armonia” (ma curiosamente non “E lucevan le stelle”, in cui avrebbe potuto farci sentire l’effetto della sua mezza voce) e la scelta, in fondo nemmeno troppo curiosa se consideriamo la direzione retrò di un disco del genere, della “Martha”, cantata ovviamente in italiano; né manca lo stornello del Duca di Mantova. E poi via nazionalpopolareggiando: canzoni napoletane (“Torna a Surriento”, “O surdato ‘nnamurato”, “Core ‘ngrato”); canzonette d’autore (“La danza” di Rossini, “Mattinata” di Leoncavallo); e canzonette tout court (“Chitarra romana”, “Arrivederci Roma”).
Non c’è un filo logico che non sia quello – dichiarato – del tenore di abbandonarsi alla gioia del canto; o quello che invece suppone il recensore di confezionare un prodotto che vada bene per tutti gli usi. E ci sarebbero vari elementi che sembrano suffragare quest’ipotesi: l’uso cinematografico dell’orchestra che si pone in un’ottica da colonna sonora; la ricerca maniacale del tono “giusto”, eloquente, ispirato ma, nel contempo, sorridente e simpatico; l’aspetto da piacione che ammicca dalla copertina.
Grigolo canta tutto piuttosto bene: la voce è simpatica, adeguatamente estesa e, per il momento, non si percepiscono ancora sforzi particolari nell’emissione. Si sforza di ammorbidire, filare, smorzare e persino di squillare. Dipana con dovizia di mezzi tutto ciò che dovrebbe costituire il bagaglio tecnico di un tenore di alto sentire. Ciò che manca, inevitabilmente in un milieu tanto poco omogeneo, è la capacità di differenziare quello che dice: manca, insomma, l’interpretazione. E manca, come dicevo prima, il background che renda credibile un’operazione come questa e autorizzi l’interprete a proporla in questa fase della sua carriera. Le possibilità sono due: bisognerebbe aver maturato crediti a sufficienza fra teatri e registrazioni serie, per prendersi una vacanza discografica di questo tipo; oppure avere una faccia come il culo non indifferente per saltare a piè pari la prima fase.
Grigolo non ci sembra, per il momento, né nell’una né nell’altra situazione, per cui bocciamo il disco, lo mettiamo in un cassetto e aspettiamo la primavera, quando potremo abbassare il finestrino e cantare “Non ti scordar di me” a squarciagola…

Categoria: Recitals

 

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