Sabato, 17 Agosto 2019

Rossini di Julia Lezhneva

Aggiunto il 06 Maggio, 2011


Elenco delle tracce:

01 – Tanti affetti – La donna del lago
02 – Ils s’éloignent enfin… Sombre forêt – Guillaume Tell
03 – Bel raggio lusinghier - Semiramide
04 – Assisa a’ pie’ d’un salice - Otello
05 – Ouverture – La cenerentola
06 – Della fortuna instabile… Nacqui all’affanno e al pianto – La Cenerentola
07 – L’ora fatal s’appressa – L’assedio di Corinto


Rossini
JULIA LEZHNEVA



Sinfonia Varsovia
MARC MINKOVSKI

Luogo e data di registrazione: Varsavia, Gennaio 2010
Ed. discografica: Naïve, 1 CD a prezzo pieno

Note tecniche di registrazione: ottima

Pregi: decisamente un gran bell’esordio solistico

Difetti: interprete ancora acerba

Valutazione finale: images/giudizi/ottimo.png


21 anni.
Avete letto bene: ventuno. Questa è l’età in cui Julia Lezhneva, ragazza russa originaria dell’isola di Sakhalin, si cimenta con alcune grandi ruoli rossiniani, quanto meno in disco, e sotto l’egida di Marc Minkovski.
Non mi è chiaro quanto della sua carriera ancora acerba si sia svolto in teatro e quanto nelle sale da concerto; così come non mi è chiaro quali possano essere i limiti di questa potenziale “bomba” dalla faccia da bambina perennemente intimidita. Quello che è certo, ascoltando questo disco incentrato prevalentemente su ruoli Colbran, è che ci troviamo di fronte a un potenziale Fenomeno, una di quelle cantanti in grado di far saltare il banco.
Carriera precocissima, peraltro: ha iniziato a studiare piano e canto sin dai 5 anni. Ha studiato prima a Mosca (dove si è diplomata), poi a Cardiff con Dennis O’Neill. Si è perfezionata con Bonynge, Kiri Te Kanawa, Teresa Berganza e Ileana Cotrubas.
È diventata protegée della stessa Te Kanawa e, successivamente, di uno come Minkovski che, qui, l’accompagna con i complessi della Sinfonia Varsovia. Il risultato è incredibile; per provare sensazioni analoghe ascoltando un album di debutto (e non quindi un prodotto compiuto come gli ultimi che abbiamo recensito) dobbiamo risalire alla fine degli Anni Ottanta, con il famosissimo recital di Vercelli di Chris Merritt.

Ma com’è questa ragazza alle prese con alcune fra le più impervie pagine ideate da Rossini per voce femminile?
È una forza della Natura, niente di meno.
Il colore è naturalmente ambrato, con screziature dorate e uno smalto di notevole bellezza che le deriva dall’estensione che sconfina, in basso, nel registro di mezzo (con eccellenti salti di ottave).
La salita agli acuti è assolutamente perfetta, con voce salda e granitica senza nessun problema di tenuta sul fiato.
L’emissione è sostanzialmente aperta, molto aperta, come costuma oggidì. Nessuno scandalo: oggi cantano tutti così, con scarso uso della maschera; e, nella fattispecie, questo scarso uso della maschera le permette un gioco di colori di una bellezza malinconica che lascia senza fiato. Questo scarso uso della maschera è ovviamente peccato esiziale agli occhi dei puristi che pensano che non esista suono degno di tal nome se posto al di fuori dei risuonatori facciali superiori. La risposta non può che essere, ovviamente, che è questione di gusti e l’emissione aperta è oggi quasi inevitabile. Di più: possiamo tranquillamente dire che l’emissione aperta non modifica per niente la qualità della vocalizzazione, se consideriamo cosa combina in questo disco la Lezhneva; col che ci addentriamo nella parte più interessante della registrazione che, ovviamente, è anche quella che ha già fatto accapigliare gli appassionati. Stiamo parlando, insomma, della coloratura.
La vocalizzazione della Lezhneva è straordinaria, acrobatica, iperbolica e, evidentemente, di altissima scuola. Tra l’altro, è di una fluidità e di un nitore che lasciano sconcertati.
L’hanno già paragonata alla Bartoli; e, ovviamente, con una sfumatura di disprezzo, quello stesso che si riserva alla cantante lirica che vende più dischi di ogni altra. Ora, a parte le differenze di registro, mi sembra che ci sia una netta ed evidente diversità fra il modo di emettere la voce di Cecilia – nervosa, aspra, perennemente sopra le righe – e quello di Julia, perfettamente a suo agio sia nella vocalizzazione rapida o rapidissima, sia nei brani più scopertamente lirici ove la liquidità della sua fonazione, unitamente alla tavolozza timbrica, le permette di imporsi in un repertorio che, a regola, imporrebbe anche precise doti di interprete. E poi: sempre con gli occhi bassi quasi per la vergogna di cimentarsi con un repertorio così difficile, e questo mi sembra il limite principale di un’iniziativa del genere.
In altre parole: si possono affrontare i grandi ruoli Colbran senza un minimo di piglio protervo, senza l’allure della Grandissima che si concede al pubblico, in cui le agilità sgranate alla grandissima hanno proprio il significato di mettere un limite fra la Divina e il pubblico in delirio? La risposta è – a nostro modesto parere – un “no”, o quanto meno un “non del tutto”; ma è indiscutibile che anche le più granitiche certezze possano cadere di fronte a qualche evento out standing.
E comunque, per il momento sopperisce molto bene l’arte di Marc Minkovski, direttore sempre più inscritto nel firmamento dei più grandi della nostra epoca e non solo: l’accompagnamento è sempre di una giustezza e di una perfezione formale che lasciano sconcertati, anche se l’orchestra non è la sua solita dei Musiciens du Louvre, bensì la Sinfonia Varsovia di cui pure è direttore dal 2008. Non solo: questi accompagnamenti, oltre a essere adatti come un guanto alle performances di Julia, fanno vedere in filigrana il direttore rossiniano che potrebbe essere per i prossimi anni; e, a tal proposito, eccellente anche il momento solistico che Minkovski si ritaglia con l’esecuzione della sinfonia de La Cenerentola.
Ma torniamo a Julia.
Il disco è complessivamente piuttosto esiguo quanto a minutaggio, ma è rappresentata molto bene tutta la gamma espressiva rossiniana per prima donna; questo permette alla cantante russa di mettere in campo tutte le proprie enormi potenzialità. La parte del leone la fanno i ruoli Colbran, tre: Elena, Semiramide e Desdemona. Nel rondò finale de “La donna del lago” si afferma grandiosamente tutto il coté virtuosistico, con scale, mordenti, trilli e volate e salti di ottava (analoghi a quelli di Rodrigo di Dhu nella sua grande aria), di notevole impatto anche se la vedono un po’ in difficoltà negli affondi nel registro grave. Si tratta comunque di una prova di grandissimo impatto anche e soprattutto sul fronte della coloratura di forza, dominata con una facilità davvero insolente, in questo nettamente superiore a qualunque altra contemporanea proprio per la liquidità e la tranquillità con cui viene emessa.
Notevole anche la liquidità con cui affronta la canzone del Salice, resa con piglio dolcissimo e ricco di affetto.
Convince meno Semiramide, e proprio per i motivi cui facevamo cenno poco sopra: nulla da dire sul versante tecnico, ma è il fronte interpretativo a essere non di poco carente. È un ruolo che Julia potrebbe affrontare nuovamente fra qualche anno, verosimilmente non moltissimi.
L’altra parte rappresentata nel disco sono i ruoli Cinti-Damoreau, teoricamente più interessanti perché apparentemente più adatti alle attuali possibilità della cantante. E invece i risultati sono piuttosto alterni.
“Sombre forêt” dal Tell è molto bello come linea vocale, ma dice davvero poco quanto a pathos, nonostante il dispiegamento di mezze voci di ottimo effetto.
Molto più interessante, anzi forse il miglior brano del disco, la preghiera di Pamira, in cui la Lezhneva trova un accento assolutamente perfetto, con un magico equilibrio fra mestizia e speranza, con la luce del colore vocale che illumina tutta la frase musicale.
Eccellente, infine, il rondò finale de “La Cenerentola”, probabilmente il ruolo che sembra più adatto in questo momento alle possibilità attuali di questa cantante.

In conclusione, un gran bel disco. Non definitivo, magari perfettibile (ma lo era anche quello del già citato recital di Vercelli di Merritt), eppure intrigante, ricco di splendide intenzioni: definisce i contorni di un progetto di splendida cantante. Il virtuosismo vertiginoso potrebbe effettivamente orientare verso le possibilità espressive dei ruoli Colbran, ma fa ancora difetto – e non potrebbe essere altrimenti – una vera personalità di interprete: per questo motivo, la migliore interprete possibile attuale di questi ruoli continua a essere, a mio parere, Joyce DiDonato



Categoria: Recitals

 

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