Sabato, 23 Ottobre 2021

Tristan und Isolde

Aggiunto il 19 Febbraio, 2017


Richard Wagner
TRISTAN UND ISOLDE

Personaggi e interpreti:
• Tristan WOLFGANG WINDGASSEN
• König Marke HANS HOTTER
• Isolde BIRGIT NILSSON
• Kurwenal GUSTAV NEIDLINGER
• Melot CLAUDE HEATER
• Brangäne HILDE RÖSSEL-MAJDAN
• Ein Hirt MURRAY DICKIE
• Ein Steuermann COSTANTINO EGO
• Ein junger Seemann ANTON DERMOTA


Coro del Teatro alla Scala
(Chorus Master: Norberto Mola)

Orchestra del Teatro alla Scala
HERBERT VON KARAJAN

Data e luogo di registrazione: Milano, 30-4-1959
Registrazione dal vivo

Edizione discografica: Premiere Opera Ltd. CDNO 1922-3 {3CDRS} (2005); The Opera Lovers TRI 195901 {3CDRS} (2007); Golden Melodram GM 1.0080 {3CDS} (2008); Myto Historical Line {3CDRS} (2010)

Note tecniche: registrazione di buona qualità
Pro: Karajan e cast
Contro: non il migliore dei Tristan di Karajan, per di più gravato da tagli di tradizione
Valutazione complessiva: images/giudizi/buono-ottimo.png

Performance dal vivo con cast mega-galattico, nel contesto dello spettacolo di Wolf-Dieter Ludwig, di impianto piuttosto espressionista a giudicare dalle foto di Erio Piccagliani, disponibili sul sito del Teatro.
Io ho ascoltato il riversamento della Myto, un broadcast di buona qualità con l’annunciatrice che elenca i personaggi col nome tradotto in italiano all’inizio di ogni atto. L’audio è più che adeguato per farsi un’idea di come la Scala di Ghiringhelli e Siciliani sapesse allestire un’opera di questo genere in una stagione che era stata inaugurata dalla Turandot sempre con la Nilsson e che avrebbe avuto in cartellone anche la prima rappresentazione di “Assassinio nella cattedrale” di Pizzetti (l’anno prima, il 1957, c’era stata la prima assoluta de “I dialoghi delle Carmelitane”). E inoltre, fra gli altri titoli, un “Olandese” diretto da Knappertsbusch sempre con Nilsson, Hotter e Van Mill; una “Sposa venduta” diretta da Matacic in italiano e con cast interamente italiano; un “Eracle” (sic!) di Haendel sempre diretto da Matacic con Hines, Barbieri e Corelli; una “Francesca da Rimini” (quanto tempo è che non vediamo una Francesca?...) con Olivero, Del Monaco e De Palma; “Una vita per lo zar” in italiano con Christoff e la Scotto.
Altri tempi, altra Scala. Si potrebbe discutere sino a domani mattina su cast e pratiche esecutive che, alla prova del tempo, sono passati ampiamente di cottura (si pensi a quello dell’Hercules, o “Eracle” che dir si voglia), ma non si può dire che non ci fosse curiosità, voglia di sperimentare, sapiente alternanza di repertori, giusto rilievo ai grandi interpreti, nuove proposte e persino un parterre di Artisti “di casa” in grado di garantire una recita forse non memorabile ma sempre adeguata.
E non per essere passatisti a tutti i costi.

Scegliere per la direzione Karajan voleva dire avere l’interprete probabilmente più carismatico e innovativo di questo titolo in quel determinato momento storico (e non solo, verrebbe da dire ex post); ché tale si era rivelato al mondo in quel memorabile spettacolo a Bayreuth nel 1952, anno della fine dei suoi difficili rapporti coi nipoti dell’Autore.
Premettiamo subito lo sconcerto per il solito, lungo taglio nel duetto del secondo atto: fa schifo, ed è ignobile per uno come Karajan che di solito si prendeva queste libertà solo nel repertorio italiano. Ma qui finisce lo sdegno, perché il resto è di levatura storica.
Per capire la portata della direzione di Karajan, basterebbe solo sentire il rilievo dato alla scala dell’arpa solista nel terzo atto all’arrivo di Isolde, o il violino che accompagna le ultime frasi di Tristan: di dettagli come questi è disseminata l’intera esecuzione, come se fossero piccoli nuclei sfaccettati da far brillare nel continuum di una narrazione che non ha nulla di epico ma che invece è toccante come mai prima e raramente, molto raramente, dopo. E va detto che sotto la sua guida i complessi milanesi non hanno nulla da invidiare ad altri teoricamente più idiomatici come Berliner o Wiener, ma questo non deve meravigliare se si considera l’ecletticità del repertorio di un teatro che una sera si misurava con Verdi, un’altra con Glinka e il fine settimana con Mozart.
Il Tristan di Karajan è già in tutto e per tutto una creatura compiuta, ma non è ancora quello morboso e ossessionato della registrazione in studio che, probabilmente, nella sua sovra-saturazione, è un punto di non ritorno nella storia dell’interpretazione di questo capolavoro. In questo senso, al netto della diversità dei cantanti messi in campo, questa registrazione sembra la naturale prosecuzione di quella del 1952, che peraltro era più dirompente proprio per tutto ciò che di nuovo rappresentava quanto a sound e scelta degli interpreti. E, quanto a questo specifico aspetto, è appena il caso di sottolineare l’abisso che separa i mondi di Martha Mödl e Birgit Nilsson: scelta inevitabile e ineccepibile, quest’ultima, mentre niente affatto scontata era la prima, anche volendo tener conto di quanto Wieland la amasse.
Sia chiaro: nessuna valutazione di merito. La Nilsson del 1959 è una cantante completa, perfetta, di bravura straordinaria, in grado di padroneggiare completamente una scrittura così complessa; la Mödl, invece, coi suoi acuti tanto problematici, vocalmente non le regge nemmeno l’orlo del vestito; eppure entrambe hanno una dignità completa, indipendente l’una dall’altra e totalmente funzionale alla visione di Karajan.
La quarantenne Nilsson aveva debuttato Isolde 3 anni prima a San Francisco e, alla vigilia degli Anni Sessanta, era vocalmente perfetta. Su questo sito abbiamo discusso mille volte sull’appropriatezza storica di una personificazione di questo genere, ma non c’è dubbio che, quando fatta con questa autorità vocale, c’è solo da chinare il capo reverenti. Birgit Nilsson “è” Isolde, e lo capisce perfettamente anche Karajan che, pure, con lei non ha avuto rapporti facili ma che evidentemente la rispettava, e si sente benissimo nella recita. Non c’è un solo momento della parte che la Nilsson trascuri. Il racconto del primo atto è una corsa verso l’abisso. Il duetto del secondo atto è una visione nell’Infinito. Il Liebestod è talmente bello da essere forse poco credibile, tanto più a quel punto della recita. Ma la grande Birgit era così, e come lei nessuna: polmoni infiniti, violenza espositiva e – perché no? – sano senso dell’umorismo, quello che la rendeva un po’ irriverente nei confronti del grande direttore da lei chiamato “Herbie”.
Più vecchio di lei di 4 anni, Windgassen aveva debuttato Tristan nel 1953. Su di lui basti la considerazione della grande Birgit, che lo giudicava il suo miglior partner. Giocava al risparmio? Può darsi, in fondo l’hanno fatto in tanti prima e dopo di lui in una parte come questa che è terrificante. Eppure è credibile: è un Tristan dolce, affettuoso, sottomesso, rassegnato, che copre di una patina di disperazione credibile e umana il suo infinito, difficilissimo monologo del terzo atto
Hans Hotter ha 50 anni; era già stato Kurwenal sempre con Karajan nella celeberrima produzione del 1952 a Bayreuth, ma sembrerebbe predestinato a Marke, che fa con autorità.
Cinquantenne è anche Neidlinger, Kurwenal violento e di splendido canto.
La meno interessante del cast è Hilde Rössel-Majdan, cantante di grande carriera proprio in questi ruoli, ma qui davvero poco interessante e ispirata.
Claude Heater, nelle brevi e sgradevoli frasi di Melot, rivela in nuce il potenziale heldentenor di qualche spessore che, di lì a tre anni, affronterà il ben altrimenti impegnativo ruolo di Tristan nelle recite triestine con la giovane Ligendza.
Da segnalare lo spreco – nella parte limitata del giovane marinaio – di Anton Dermota.
Coro superlativo.
Pietro Bagnoli

Categoria: Dischi

 

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