Venerdì, 10 Aprile 2020

Turandot

Aggiunto il 05 Maggio, 2015


GIACOMO PUCCINI
TURANDOT

• Turandot GHENA DIMITROVA
• Calaf NICOLA MARTINUCCI
• Liù CECILIA GASDIA
• Timur ROBERTO SCANDIUZZI
• Altoum ANGELO CASERTANO
• Ping GIANCARLO CECCARINI
• Pang TULLIO PANE
• Pong PIERO DE PALMA
• Il Mandarino ALFREDO GIACOMOTTI
• Il Principe di Persia IVAN DEL MANTO

Coro del Teatro Comunale dell’Opera di Genova
Chorus Master: Tullio Boni

Orchestra del Teatro Comunale dell’Opera di Genova
DANIEL OREN

Luogo e data di registrazione: Genova
Ed. discografica: Arts, 2 CD

Note tecniche sulla registrazione: godibilissima

Presente su Spotify: sì

Pregi: Gasdia

Difetti: erraticità ritmica del soprano; orchestra

Valutazione finale: images/giudizi/discreto-buono.png

Questa registrazione si segnala per essere, che io sappia, una delle due registrazioni ufficiali della Turandot di Ghena Dimitrova, vale a dire colei che, in quegli anni, ne fu l’interprete più accreditata assieme a Olivia Stapp e Angeles Gulin, poco prima di Eva Marton. L’altra, con cast uguale per quanto concerne direttore e tre protagonisti, si riferisce a uno spettacolo dell’Arena di Verona del 1983 con la regia di Giuliano Montaldo, ed è un video.
Questa, solo audio, è una testimonianza un po’ tardiva: il ruolo l’aveva già in repertorio dal 1975 e l’aveva affrontato in contesti importanti, primo fra tutti all’inaugurazione della Scala sempre nel 1983 (come a Verona), ma con un ben altrimenti ispirato Maazel: una circostanza in cui la voce della soprano bulgara apparve onnipotente. Qui invece la Dimitrova aveva 48 anni: pur essendo sempre ben percepibile l’enorme ampiezza del mezzo vocale, si avverte una certa fatica complessiva nel legare le frasi che vengono spinte con molta meno baldanza rispetto a quanto avveniva anni prima.
A ciò si aggiunga uno scarso interesse di Oren per la sua protagonista, essendo molto più concentrato sui melismi di Cecilia Gasdia che, anche all’ascolto, ruba la scena a tutti.
Oren, per quello che ci si può aspettare, dirige complessivamente bene, anzi meglio del previsto, e lo dico da parco ed infrequente estimatore della sua Arte. Naturalmente la sua concentrazione non è tanto sui dettagli cromatici e armonici novecenteschi di questa meravigliosa partitura, quanto piuttosto su tutti i puccinismi di ritorno, ed ecco la spiegazione dello sbalzo che viene dato alla figura di Liù.
La partitura viene letta con velocità, efficacia e buon senso, al netto dei tagli di rito – tutti presenti nemmeno fossimo negli Anni Trenta – e che ci rendono testimonianza più di ogni altra considerazione del milieu culturale in cui ci troviamo. C’è un bel ritmo barbarico quando ci vuole, come per esempio in “Gira la cote”; ma ci sono anche tante imprecisioni negli attacchi e negli accompagnamenti. E, si capisce, ci sono le cialtronate che fanno tanto provincia, tipo stoppare l’orchestra dopo il si del “Vincerò!” per permettere al tenore di portare a casa la sua imbarcata di applausi.
Ghena Dimitrova nel monologo si prende più fiati del dovuto (anche in altri punti della partitura), segno di una salute vocale a quel punto non più fermissima, sia pure mascherata dal solito volume stratosferico; in effetti la ricordo molto bene come uno dei due cantanti che maggiormente mi hanno impressionato con la pura potenza vocale (l’altro è Ambrogio Maestri). La voce ha un’espansione orizzontale più che verticale e, quanto a questo specifico aspetto, fa veramente impressione. In alto, invece, non è così onnipotente come qualche anno prima, e si sente. La musicalità non è sopraffina: la cantante sfugge al controllo del direttore e si prende qualche libertà di troppo. Il fraseggio poi non è mai stato il suo forte, soprattutto in questo ruolo che ha sempre risolto con la violenza barbarica dell’emissione; qui, dopo tanti anni di attività e in un contesto non precisamente esaltante, la Dimitrova si accontenta (si fa per dire) di gettare bordate di suono senza porsi domande sul personaggio, per lineare che possa essere, soprattutto nella brevità di una versione che elimina quella parvenza di smarrimento del finale Alfano II (manca tutto il "Del primo pianto, sì, straniero")
Il suo coetaneo Nicola Martinucci appare vocalmente più sano e più preciso, nonostante qualche sbavatura. Anche lui la butta sul provinciale pecoreccio, nel fare la sfida di acuti con la sua collega, senza porsi il minimo problema interpretativo: acuti devono essere, acuti siano. In tal senso, il finale terzo richiama quanto meno volumetricamente i fasti di coppie molto più celebri, che non nomino per evitare paragoni odiosi; gli acuti sono belli davvero e qui la Ghena si fa trascinare a un fraseggio incandescente come lo ricordavo anche se con percettibile fatica.
La Gasdia, alle prese con il personaggio più tradizionale e pucciniano di tutti, fa il soprano pucciniano e si abbandona alla gioia di un canto splendidamente emesso; e sarà il caso di ricordare che, per quanto convenzionale, è stata una delle più brave degli ultimi trent’anni in questa parte.
Scandiuzzi fa il suo onestamente.
Degli altri, meritevoli di memoria il buon Giacomotti e il solito, onnipotente, immenso Piero De Palma.
Orchestra, a essere generosi, di limitate potenzialità soprattutto alla voce “fiati” e coro solo un po’ meglio.
Pietro Bagnoli

Categoria: Dischi

 

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