Sabato, 14 Dicembre 2019

Cosi fan tutte

Aggiunto il 31 Agosto, 2014


WOLFGANG AMADEUS MOZART
COSÌ FAN TUTTE

• Fiordiligi ELISABETH SCHWARZKOPF
• Dorabella NAN MERRIMAN
• Despina LISA OTTO
• Ferrando LÉOPOLD SIMONEAU
• Guglielmo ROLANDO PANERAI
• Don Alfonso SESTO BRUSCANTINI

Philharmonia Chorus
Chorus Master: non indicato

Philharmonia Orchestra
HERBERT VON KARAJAN

Continuo: Ian Page (clavicembalo), Ursula Smith (violoncello)

Luogo e data di registrazione: Kingsway Hall & Abbey Road Studios, London, Luglio 1954
Ed. discografica: Emi, 3 CD

Note tecniche sulla registrazione: rimasterizzazione meravigliosa

Pregi: tutto l’insieme, ma Karajan qui è sublime

Difetti: la Otto è inadeguata; Schwarzkopf appena in difficoltà in “Come scoglio”; complessivamente oggi sappiamo che questo non è il “Così” di Mozart, ma quello di Karajan

Valutazione finale: images/giudizi/eccezionale.png

Questo è un capolavoro di quelli veri, che ti riconciliano non solo con l’opera lirica, ma con la musica in genere; per la bellezza dei suoni, siamo dalle parti dei vertici assoluti di Karajan.
Ci sarebbe invece da discutere – e non poco – se questa incisione possa raccontare la vicenda immaginata da Mozart e Da Ponte: tutto è troppo raffinato e forbito per fare riferimento a una storia di tradimenti provocati, di cialtroni clamorosi, di ragazze leggere e di vecchi truffaldini; ma il tutto è fatto con tale classe e charme che gli si crede incondizionatamente. Oltre a tutto, gli Anni Cinquanta del secolo scorso per lo più offrivano questo nell’ambito dell’interpretazione di quest’opera; e quindi essendo questo lo standard esecutivo, l’incisione di Karajan ne è probabilmente la massima espressione desiderabile.
Ma non è tutto.
Questa – a tutti gli effetti – è una incisione che ci racconta il Mozart Emi (ma non solo) di Legge: c’è un po’ di manierismo di tipo tedesco; c’è la Schwarzkopf, onnipresente; c’è un tocco italiano; e c’è un po’ del meglio di quello che offriva il panorama internazionale nel repertorio affrontato.

Il passo narrativo di Karajan è spedito, leggerissimo; la Philharmonia suona in modo talmente meraviglioso che sembra l’orchestra più straordinaria del mondo. Da un punto di vista della pura qualità dei suoni siamo dalle parti dei vertici di sempre non solo dell’esecuzione del “Così”, ma anche assoluti.
La trama di questa opera finta-leggera viene dipanata come un ricamo fiorentino; l’atteggiamento del direttore è bonario; gli interpreti – tutti tranne uno – fanno i finti incazzosi e le finte svenevoli.
In questa scuola di buone maniere, però, manca la spontaneità, la credibilità e anche quella teatralità che abbiamo imparato ad amare come valore essenziale nel pragmatico e un filo cinico teatro allestito da Mozart e Da Ponte.
Questa incisione, quindi, la si ama essenzialmente per la bellezza stratosferica del suono, che qui diventa il vero protagonista, in barba a tutta la trama di vicende umane messe in campo da musicista e librettista; è una visione ovviamente molto parcellare e che oggi consideriamo definitivamente superata da una prassi che è andata molto avanti su questo campo, ma ancora oggi trasmette un fascino inesprimibile. Suono che – sia chiaro – coinvolge orchestra e sestetto di cantanti, tutti al di sotto dei 40 anni
L’attacco di “Soave sia il vento”, per esempio, è di una bellezza trascendentale, paradisiaca, ma rimanda alla prassi esecutiva del Bach “luterano” delle Passioni: qualcosa quindi che non c’entra nulla con Mozart. L’attacco della Philharmonia, il sussurro estatico di Bruscantini, i ricami delle due voci femminili, tutto contribuisce a fare di questo passaggio uno dei grandi momenti della storia del disco.
Ma ovviamente, come spesso capita, un disco nasce e vive di compromessi.
La concessione alla prassi esecutiva più deteriore dell’epoca è quindi rappresentata dalla scelta di Lisa Otto, all’epoca trentacinquenne, che è oggettivamente un disastro: sopranino querulo, infantile, particolarmente insopportabile nelle due macchiette del dottore e del notaio, ma complessivamente inascoltabile in tutta la sua parte, pur se intonata e precisa.
La concessione alla casa Emi e al record producer è ovviamente la Fiordiligi di Elisabeth Schwarzkopf che all’epoca di questa registrazione aveva 39 anni ed era nel pieno fulgore dei suoi mezzi. Fiordiligi l’aveva debuttata proprio negli Anni Cinquanta, e ne aveva fatta una personalissima icona, che avrebbe sviluppato con risultati di altissimo profilo anche negli anni a seguire.
È ancora ovviamente una Fiordiligi molto “prude”, lontanissima dagli standard che oggi conosciamo per questo personaggio, abituati come siamo a vederlo molto più contrastato e sensualmente compromesso: niente ovviamente di più lontano dalla mentalità di una Schwarzkopf che, anche in questo personaggio, ha il sorriso malinconico e enigmatico della Marescialla.
È vocalmente un po’ a disagio, perché le discese verso il basso di “Come scoglio” la trovano in significativa difficoltà, costringendola ad aprire molto i suoni e dando una singolare sensazione di falsità, anche se i passaggi vocalizzati rapidi rimettono – per così dire – le cose al loro posto. Altri passaggi, invece, sono meravigliosi: per esempio nell’attacco di “Per pietà ben mio perdona” si produce in una scala discendente di tale bellezza da lasciare ancora oggi a bocca aperta.
Risentita a distanza di tanti anni, appare psicologicamente un po’ a disagio, perché questa ragazza così raffinata non potrà mai essere talmente rusé da concepire trame come quelle immaginate dall’Abate Da Ponte.
Purtuttavia la Storia ci racconta invece di un percorso storico proprio in questo personaggio, ed è giusto rilevarlo anche a distanza di così tanti anni.
Al suo fianco, un’altra under 40, l’americana Katherine Ann “Nan” Merriman, nativa di Pittsburgh nella Pennsylvania che, all’epoca, aveva 34 anni. Splendida Dorabella, la sua: molto ben cantata, di accento vario e divertito, sembra addirittura più “centrata” rispetto alla sorella. Nell’aria “Smanie implacabili” evidenzia un vibrato stretto abbastanza gradevole.
Complessivamente, le due voci femminili si sposano meravigliosamente e cantano come angeli; si consideri per esempio il duetto “Prenderò quel brunettino”, che manca di tensione sessuale ma che possiede un aplomb stilistico che lascia ancora oggi a bocca aperta per l’ammirazione incondizionata.
Nato nel 1916, Simoneau aveva 38 anni all’epoca di questa registrazione e aveva in repertorio Ferrando già da 4 anni. Il personaggio ovviamente punta molto all’elegia, alla sospensione, all’espressione angelicata, paradisiaca; ma lo fa con tale proprietà da porsi come paradigma. Da questo punto di vista, “Un’aura amorosa” è un capolavoro, ma altrove il personaggio manca un po’ di mordente e questo alla lunga può risultare appena un po’ stucchevole.
Il 1954 è un anno importante per il trentenne Rolando Panerai, che collabora con Karajan alla Scala per la “Lucia di Lammermoor” con Maria Callas e Pippo Di Stefano. Il suo Guglielmo è un simpatico guascone, ma di tutto il cast è quello che sembra un po’ più “appiccicato” in questo contesto così stilizzato e forbito.
E infine, il doveroso riferimento all’altro trionfatore di questa storica registrazione, e cioè il trentacinquenne Sesto Bruscantini che, da solo, dimostra un eloquio mozartiano avanti anni luce rispetto a quello degli altri partecipanti. Forbitissimo, raffinato, questo Alfonso sussurra sempre in modo ironico come nessun altro, con una proprietà di linguaggio che quasi non si crede possibile in un cantante così giovane. È un Alfonso talmente rivoluzionario nel linguaggio da porsi ancora come termine di paragone a distanza di tanti anni.
E, al di là della pura bellezza dei suoni di Karajan, è il vero motivo per ricordarci a distanza di così tanti anni di questa registrazione: per la modernità dell’eloquio che è sopravvissuto al tempo passato
Pietro Bagnoli

 

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