Sabato, 19 Settembre 2020

Werther

Aggiunto il 11 Aprile, 2013



Jules MASSENET
WERTHER

• Werther MARCELO ÁLVAREZ
• Charlotte: ELĪNA GARANČA
• Albert: ADRIAN ERÖD
• Sophie: ILEANA TONCA
• Le Bailli: PETER JELOSITS
• Schmidt: PETER JELOSITS
• Johann: MARCU PELZ
• Brühlmann: CLEMENS UNTERREINER
• Kätchen: MARIA GUSENLEITNER

Orchestra e Coro dell´Opera di Stato di Vienna
PHILIPPE JORDAN

Regia: ANDREI SERBAN
Set design: Peter Pabst
Costumi: Peter Pabst e Petra Reinhardt
Lighting design: Non indicato
Regia televisiva: Claus Viller

Luogo e data di registrazione: Staatsoper di Vienna, 25 e 28/02/2005
Ed. discografica: TdK, 1 DVD


Note tecniche sulla registrazione: ottima qualità audio e video.
Pregi: L´interpretazione sobria ed intensa di quella straordinaria cantante ed artista che é Elīna Garanča, e la direzione analitica e teatralissima di Jordan.
Difetti: Il Werther di Marcelo Álvarez.

Valutazione finale: images/giudizi/ottimo.png



Questo Werther, spettacolo inaugurale della stagione d´opera 2005/2006 della Staatsoper di Vienna, é la dimostrazione lampante di cosa significhi essere cantante d´opera al giorno d´oggi. Ammettiamolo: Werther é un personaggio estremamente insidioso dal punto di vista della resa teatrale. Lontanissimo dalla sobria densità di pensiero dell´originale goethiano, il protagonista dell´opera di Massenet permette sì di pagare ampi dividendi sul fronte vocale – ammesso (e non concesso) che si abbiano le note per cantarlo – ma rischia di scadere nel ridicolo, ove non ci si sforzi di adeguare l´interpretazione complessiva del personaggio alla sensibilità e al gusto odierni, anziché reiterare nostalgicamente stilemi vocali e gestuali dei bei tempi che furono.
Non canta male, Marcelo Àlvarez: la voce, anzi, sarebbe perfetta per ritrarre un poeta lirico ed introverso, dalla sensibilità esacerbata, a fior di pelle. Ma l´accento risaputo, il tono costantemente lamentevole e piagnucoloso, la gestualità da vigile urbano, fanno di questo Werther un risibile fantoccio, assolutamente privo di credibilità drammaturgica, e, quel che è peggio, decisamente noioso.
La bellissima Elīna Garanča é, al confronto, un´impietosa cartina tornasole: la voce è splendida, e la recitazione sobria, misurata, calibratissima. Mai un gesto sopra le righe, il soprano interpreta quasi “per sottrazione“, la gestualità ridotta a pochi movimenti ma eloquentissimi. Gli occhi, gli sguardi di questa Charlotte “dicono” infinitamente più di mille pose da diva d´antan. E la voce, cremosa, omogenea in tutti i registri, increspa la linea di mille colori, mille sfumature, creando così il ritratto di una donna giovane, sinceramente innamorata e sofferente, la cui solitaria angoscia è tanto più intensa perché mai esibita, mai esteriorizzata, ma vissuta con intimo, e per questo insopportabile, dolore.
Così si dovrebbe intendere e cantare l´opera, oggi: come qualcosa di vivo, come un linguaggio che permetta di dialogare costantemente tra presente e passato, non come la stanca (e spesso stancante) riproposizione di un genere polveroso e ammuffito.
La regia di Andrei Serban é, nel complesso, ottima, sebbene non manchino alcuni aspetti didascalici (l´idea, di per sé eccellente, sebbene un po’ troppo “esibita”, dell´albero sotto cui si svolge l´intera vicenda, simbolo di una natura prima madre e poi matrigna, indifferente alle sofferenze dei suoi figli) o di irritante gratuità (come quando l´angosciata Charlotte, fingendosi impassibile davanti allo sguardo inquisitore del marito, stringe nervosa un bicchiere di cristallo tra le dita fino a mandarlo in mille pezzi).
La vicenda viene ambientata negli anni ´60, prima della rivoluzione culturale del 1968, in un´epoca, quindi, in cui la triade Dio-Patria-Famiglia pesava come un macigno sulle libertà individuali e sulle aspirazioni dei giovani, e in cui il matrimonio borghese rischiava di divenire prigione dell´amore. Lo spettacolo rende splendidamente l´atmosfera piccoloborghese che a poco a poco avvolge la giovane Charlotte fino a soffocarla. All´inizio del III atto vediamo ad esempio Charlotte che, seduta sul letto, è presa dai conati di vomito. Non capiamo ancora, ma lo intuiamo: non é solo il disgusto per la situazione angosciosa in cui si trova, c´è qualcosa di più… Lo capiamo solo alla fine dell´atto, quando Albert rientra in casa portando con sé una culla: Charlotte è incinta! E la sua solitudine, il suo dolore di donna che porta in grembo un figlio che non é, come invece dovrebbe essere, il frutto dell´amore, appaiono strazianti. Momento di straordinaria intensità è poi l´“air des lettres“, in cui Charlotte, con infinita e sfinita rassegnazione, lascia cadere a terra le lettere inviatele da Werther, quasi fossero foglie morte e appassite, per poi aprire l´ultima missiva, e premere la lama apribusta contro la fronte e le guance: questa giovane, bellissima donna soffre perché davvero quelle parole le hanno aperto una ferita viva nella carne! Efficacissima anche l´idea di affiancarle un Albert (un Adrian Eröd dal fraseggio rifinitissimo, e dall´accento sempre “giusto“ grazie soprattutto alla dizione perfetta) la cui cinica, quotidiana - verrebbe quasi da dire “borghese“- violenza si contrappone, con pregnanza teatrale immediata, alla violenza patologica di un Werther psicolabile, presentato quasi come un molesto (e pericoloso) stalker di oggi. Peccato che quest’ultima intuizione resti appena abbozzata, a causa soprattutto dell´inettitudine del tenore.
Coro di bambini eccellente (non per niente siamo a Vienna) ma comprimari miserrimi (inclusa Ileana Tonca che, nel ruolo niente affatto marginale di Sophie, risulta alquanto stridula e sfocata). La direzione di Philippe Jordan, alla guida dell´Orchestra della Staatsoper di Vienna, è invece un prodigio di analisi: i mille tesori timbrici incastonati quali pietre dure nella partitura vengono valorizzati con grande smalto e pregnanza, e inseriti in un arco drammatico tesissimo dall´inizio alla fine.
Manca Werther, in questa edizione. Ma è comunque un grande Werther!

Francesco Brigo

Categoria: Dischi

 

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