Mercoledì, 02 Dicembre 2020

Don Carlo

Aggiunto il 08 Aprile, 2013


Giuseppe VERDI
DON CARLO
(versione in 4 Atti)

• Filippo II JEROME HINES
• Don Carlo GIULIO GARI
• Rodrigo ROBERT MERRILL
• Il Grande Inquisitore HERMANN UHDE
• Un frate LOUIS SGARRO
• Elisabetta di Valois LEONIE RYSANEK
• La Principessa Eboli BLANCHE THEBOM
• L’Araldo reale WILLIAM OLVIS
• Il conte di Lerma ROBERT NAGY
• Tebaldo MADELEINE CHAMBERS
• Voce dal Cielo MARTINA ARROYO



Coro del Metropolitan di New York
Chorus Master: non indicato

Orchestra del Metropolitan di New York
FAUSTO CLEVA

Luogo e data di registrazione: New York, 4 aprile 1959
Ed. discografica: Walhall, 2 CD

Note tecniche sulla registrazione: nitida e impietosa la resa audio

Pregi: la Arroyo in primis, ma anche la positiva prova della Rysanek

Difetti: il protagonista calamitoso al quale si associano le mende degli altri esecutori e la direzione oltremodo trasandata. A ciò si aggiungono i tagli illogici

Valutazione finale: images/giudizi/mediocre-sufficiente.png


Era da poco passata la Pasqua in quel 1959 (29 marzo) e nel pieno della successiva Ottava andò in scena quest’edizione del Don Carlo che la Walhall (al pari di altre) ci presenta, ma che sappiamo circolare da molto tempo. Non la conoscevo se non per via di critiche non molto lusinghiere lette qua e là, ma vedendola a poco prezzo l’ho acquistata. L’edizione è quella detta italiana in 4 atti, ma come spesso accade (per la lunghezza dell’intera opera, ma anche a volte per l’insipienza e l’inadeguatezza dei cantanti) – e qui in particolare – vengono praticati tagli e tagliettini, riducendola a volte ad un qualcosa che è simile ad un torso di statua marmorea. Si, marmorea perché anche quando si canta bene (o decentemente) si resta monolitici e ‘broccoloni’ senza esprimere alcunché. Qui accade spesso con l’aggravante che appaiono (e si sentono) non cose brutte, ma addirittura terrificanti in quanto a interpretazione oppure ad una più semplice correttezza in fatto di tempi, pause, ecc.! Ascoltarla avendo dinanzi la partitura segnare gli errori sarebbe purtroppo facile impresa….
Iniziamo con il lato maggiormente positivo di questi CD che è la resa fonica che riproduce tutto il bene come il male che si ode qui: il fatto poi che, in quanto a conduzione orchestrale e sonorità, invece che alla dinanzi a Nostra Dona de Atocha di Madrid ci si trovi a Piedigrotta o a Porta Portese è diretta conseguenza, oppure che la Eboli (in unica strofa) sconvolga musicalmente (ma di chi è questa musica? Verrebbe fatto di chiedersi) la parte finale della Canzone del Velo è altra conseguenza.
Trattandosi di un’opera italiana, la nostra lingua esce malconcia da parte di tutti, ma in particolare da Carlo ed Eboli che si perdono sovente per strada (quello che accade nel terzetto Eboli-Carlo-Posa e nelle battute conclusive della scena del giardino è esilarante, svolgendosi fra sguaiataggini e improprietà alle quali tutti offrono degno contributo). Il Coro poi fa il resto laddove come compare.
La direzione di Cleva è assolutamente incapace di creare ambientazioni o dare l’idea del travaglio interiore dei personaggi: tutto è tirato via all’insegna della superficialità e talvolta con tempi stretti con effetti clamorosamente comici come il sostegno sonoro dato alla grande scena dell’Autodafé (una delle più brutte da me ascoltate, superiore in bruttezza anche al tanto biasimato Santini dell’EMI 1954), tanto che la voce dell’Arroyo oltre ad essere magica (che, ad onta del timbro brunito, sa essere veramente celeste) appare davvero provenire da una concezione cronologicamente molto più vicina a noi di fare opera. Anche quando suona discretamente (cf. Introduzione a «Ella giammai m’amò») l’orchestra dice poco. Critica si deve fare anche sull’accompagnamento piuttosto smunto alla grande aria di Elisabetta al IV atto peraltro eseguito senza alcun taglio nel duettone dei due innamorati regali, ma infelici «Un detto, un sol….Ma lassù ci vedremo».
J. Hines è un Filippo II poco regale e poco autoritario a meno che non debba localmente forzare come in frasi come «Disarmato ei sia» (II atto), oppure la pietà d’adultera consorte (III atto). Il suo canto in sé non è malvagio, ma non ha nulla di veramente personale che si imponga all’ascoltatore. H. Uhde era un bass-bariton (famoso il suo Telramund) qui impiegato a sostenere una delle parti più scabrose della letteratura verdiana soprattutto per la tessitura grave oltre che per l’interpretazione richiesta: l’Inquisitore infatti ha frequenti escursioni in basso ed inoltre deve essere veramente il classico duro con il guanto di velluto. Qui nulla di tutto questo si ode: il suono in basso è talmente sgangherato da somigliare al vomito e la terribilità è espressa con modi che ricordano Scarpia che salta addosso a Tosca e non quelli di un pio (sebbene a suo modo) frate. Inoltre la baldanza con le quali Uhde pronuncia le sue frasi ci fa dimenticare che questo personaggio, stando al libretto, è nonagenario. Ne segue che molte battute risultano o innaturali o forzate anche se l’impressione che se ne ha è che, da un momento all’altro, questo Inquisitore, invece di parlare di fede, prorompa nel pucciniano “Ma fatelo tacere!”. Un po’ meglio le frasi («Sacrilegio infame … Vi prostrate») della scena del carcere, perché chiaramente gravitano verso l’acuto.
L. Sgarro è un frate corretto vocalmente ma mancante di quell’aura di mistero che lo attornia. La Thebom rivela un timbro poco sensuale in un personaggio che invece dovrebbe costituire l’alternativa all’innocenza di Elisabetta. Appena apre bocca, il timbro piuttosto bianchiccio ricorda più la Badessa della Suor Angelica che una cortigiana sensuale, maligna ed intrallazzatrice (come tale si rivelerà nella scena del cofanetto). Inoltre vocalmente non ha quell’ampiezza e quella disperazione che la stessa tessitura richiede per cui deve ‘forzatamente forzare’. Non è un gioco di parole, ma la strada percorsa per farsi largo e per farsi notare con l’incorrere in fraseggi esagitati e veristi, questo senza contare la dizione che … va a spasso. Inoltre è a mal partito con i fiati nell’arduo virtuosismo del Velo e qualche affanno ce l’ha anche nell’«O don fatale».
Merrill è un Posa robusto senza dubbio, ma anche molto monotono nel canto, poco incline alle sfumature (la scena della morte, complice anche Cleva, è una corsa alla tomba, senza tanti perché e per come) come anche, se si ascolta attentamente, non perfetto nella zona acuta.
Non sono mai stato un grande fan della Rysanek, ma qui è veramente brava. Vocalmente non ci fa ascoltare frasi dalla dubbia intonazione (come a volte le accadeva), si sforza di cantare piano e rispetta sostanzialmente il personaggio conferendo in certi punti anche un’aura di soavità. La pronuncia non è ineccepibile, né la sua scansione è perfetta (a tratti dimentica le parole). Quello che colpisce è il fatto che questo soprano, normalmente dedito a parti drammatiche, mostra le sue carte migliori – almeno in questo Don Carlo – proprio nei momenti più liricizzanti. Siamo nel 1959 e la Rysanek, oltre ad inciderla, canterà dal vivo Lady Macbeth proprio qui al MET: non l’ho mai trovata particolarmente persuasiva in questo ruolo.
Ho lasciato per ultimo il vero buco di tutta l’esecuzione che è il tenore G. Gari: nato nel 1909 a Medias in Romania (all’epoca facente parte dell’Impero Asburgico) ha svolto una carriera molto estesa (dal 1938 al 1961) e molto varia. Il suo debutto è stato qui all’Opera di Roma come Almaviva nel rossiniano Barbiere sostituendo T. Schipa, ma successivamente Gari si è dedicato a ruoli onerosi: Turiddu, Canio, Don José, Duca di Mantova e Calaf. È morto di polmonite in un ospedale americano nel 1994. A giudicare da questa prestazione e a quanto si legge qua e là in internet resta un mistero come un tenore così belante, impreciso, a corto di fiati abbia avuto tal tipo di repertorio. Probabilmente siamo in un’epoca di pieno declino oppure di stanchezza (2 anni dopo, si è detto, Gari ha lasciato le scene), per cui il suo Don Carlo è un disastroso campionario di imprecisioni, sbagli di lettura, frasi tronche, oltre ad una voce discutibilissima sotto ogni aspetto: povera timbricamente, poco estesa (l’ardua frase del II atto «Lo giuro al ciel sarò tuo salvator popol fiammingo io sol» è quanto di peggio si possa udire, ma tale situazione riappare quando il tenore deve salire). L’interprete manca di eroismo (in quel poco che Carlo vuol sembrare) e il tutto si risolve in una parodia di lirismo. Della Arroyo ho detto precedentemente: è, paradossalmente, il migliore elemento del cast. Sugli altri (Tebaldo, Lerma, l’Araldo reale) si stende un velo di anonimato: efficienti e basta in quello che hanno da dire.
La veste grafica del cofanetto è molto scarna con all’interno la divisione in tracks e sulla copertina una foto della Rysanek.
Luca Di Girolamo

Categoria: Dischi

 

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