Sabato, 31 Ottobre 2020

Trovatore

Aggiunto il 29 Giugno, 2011


Giuseppe VERDI
IL TROVATORE

• Manrico HANS HOPF
• Leonora CHRISTEL GOLTZ
• Il Conte di Luna JOSEF METTERNICH
• Azucena IRA MALANIUK
• Ferrando WILHELM SCHIRP
• Ines non indicata
• Ruiz non indicato
• Un vecchio zingaro non indicato
• Un messo non indicato

Chor des Westdeutschen Rundfunks
Chorus Master: non indicato

Orchester des Westdeutschen Rundfunks
FERENC FRICSAY

Luogo e data di registrazione: Köln, 1953
Ed. discografica: Walhall Eternity Series, 2 CD economici

Note tecniche sulla registrazione: piuttosto scarsa per l’epoca, compressa e avara di armonici

Pregi: soprattutto Metternich ma, almeno in parte, anche la Malaniuk

Difetti: prevedibilmente Hopf, ma la delusione maggiore è costituita da Fricsay e dalla Goltz

Valutazione finale: images/giudizi/sufficiente.png

Video:

Sono sempre stato un appassionato del Verdi in salsa tedesca. Nonostante sia quasi sempre eseguito in lingua aliena, quindi con i necessari riallineamenti prosodici, c’è sempre nei cantanti di quell’area non solo una disciplina serena e consapevole del canto, ma anche una notevole giustezza senza sbracamenti dell’interpretazione.
Certo, non è un Verdi per tutti: gli appassionati del canto all’italiana, per esempio, non vi si possono riconoscere, soprattutto per quel modo di cantare talmente aperto (si pensi all’immenso Schlusnus) da arrivare a configurare un espressionismo ante litteram.
Detto questo, a prescindere dai gusti personali, nessuno può negare che la scuola di canto tedesca abbia peculiarità solo sue che ne fanno una specie di unicum in un panorama come quello che va dagli Anni Trenta sino grosso modo ai Settanta. Questa registrazione, che è del 1953, si colloca proprio a metà di questo percorso; e proprio il concetto di “metà” è quello che meglio chiarisce la qualità complessiva di un lavoro che, alla fine, mantiene molto meno di quello che promette.
Prendiamo Fricsay, per esempio: grandissimo direttore, indiscutibilmente: ricco di personalità e di fascino esecutivo, oltre che splendido accompagnatore del canto. Qui si ferma a metà del guado, accompagnando per lo più molto bene i cantanti a sua disposizione; la metà vuota del bicchiere è rappresentata da strappate orchestrali sollecitate da un andamento ritmico quanto mai erratico, piuttosto strano in un direttore come lui. I momenti più tellurici sono caratterizzati da un andamento frenetico, pompier e quasi bandistico, sicuramente molto fracassone. Da questo punto di vista si è sentito di molto, ma molto meglio nelle direzioni verdiane di area tedesca degli anni precedenti e non solo: si pensi a Kubelik e alla sua quasi contemporanea splendida Aida (siamo nel 1955), tuttora di riferimento quasi assoluto.
L’asso pigliatutto di questa registrazione è il meraviglioso Luna di Josef Metternich che era l’idolo locale, essendo nato proprio a Colonia nel 1915. Aveva debuttato nel 1941 ma, a causa della Guerra, la sua carriera aveva iniziato a prendere il volo solo a partire dal 1946. l’impasto vocale è quello chiaro e molto aperto dei grandi baritoni tedeschi che, con particolare riferimento a questo particolare repertorio, avevano avuto il massimo esponente nel già citato Heinrich Schlusnus, di quasi trent’anni precedente. Estrema pulizia e chiarezza della dizione, fonazione molto aperta, splendido utilizzo delle mezze voci, vocalizzazione espressionista e, in qualche caso, francamente declamatoria: tutte caratteristiche che accomunavano questi splendidi cantanti che riuscivano a trasferire nel loro Verdi tutto il meglio che avevano appreso interpretando altri repertori, con particolare riferimento a Wagner. Ci riferiamo particolarmente a Willi Domgraf-Fassbaender, Herbert Janssen, Rudolf Bockelmann e tutti gli altri esponenti maggiori della corda baritonale di quel periodo, che riuscivano a mediare magnificamente le esigenze espressive con un canto che ripudiava alla grandissima tutti i turgori post-romantici dell’emissione di area italiana, a dimostrazione che non è affatto necessario immascherare il suono sino allo spasmo per produrre una vocalizzazione attendibile. E sulla storicità di questo assunto penso che ormai ci sia poco da dire.
Ciò premesso, si rimane ancora stupiti a distanza di quasi sessant’anni a fronte della modernità di questo Luna sussurrato, introflesso, macerato e tormentato, a fronte non solo della rozzezza plebea di cotanto Manrico, ma anche di tutti i suoi epigoni, soprattutto i plateali tromboni che in Italia in quel periodo (e anche dopo, ahimè) blateravano i tormenti di questo splendido personaggio. Eccezionale la facilità con cui viene alitato il “Balen”, visto come dovrebbe essere: una meditazione a metà strada fra l’amarezza e la speranza sull’amore respinto.
Delude invece – e non poco, purtroppo – l’altrove geniale Christel Goltz, una delle cantanti che maggiormente amo per la modernità del suo eloquio. Qui si limita a fare il suo compitino, inficiandolo peraltro di tutte quelle esagitazioni che sono la cifra più classica del Verdi barricadiero, cioè come viene erroneamente interpretato quello del “Trovatore” quando non se ne capiscono le peculiarità. Terribilmente poco interessanti, quindi, sia la cavatina del primo atto – una delle pagine più squisitamente verdiane nella scrittura e nello spirito che non può essere altro che quello post-belcantistico; sia il Notturno del quarto, pagina invece assolutamente geniale, uno di quei brani in cui si rivela tutto il meglio dell’ispirazione e della modernità di Verdi; sia i duetti, veramente gettati via, forse anche per colpa del direttore che fraintende lo spirito di quest’opera. Peccato: avendo a disposizione una Goltz si doveva poter fare qualcosa di più.
Delude anche, ma molto più prevedibilmente, Hans Hopf, presenza piuttosto costante in operazioni come queste nel periodo post-Rosvaenge. Stessa classe di Metternich (o giù di lì: era del 1916), sembra di sentire un cantante proveniente da un’altra epoca: suoni immascherati, voce affondata e intubatissima, scura, tenebrosa, incatramata; talmente tanti singhiozzoni disseminati nei momenti più commoventi da far sembrare asciutto persino Corelli; gusto interpretativo urfido. Nonostante questi limiti non banali, tanto di cappello allo sforzo di seguire le difficoltà che una partitura del genere riservava a un tenorone con le sue caratteristiche: nonostante tutto è uno dei pochissimi che si sforza di sgranare i trilli della Pira, oltre a cantare la ripresa di “Madre infelice” sopra il coro; cosa che si è sempre fatta pochino, anche in Italia.
Molto più interessante Ira Malaniuk, la Fricka di riferimento in quegli anni sul Colle. All’epoca di questa registrazione aveva 30 anni e quindi presta a Azucena un colore insolitamente giovanile, ricco di fascino e sensualità. Non siamo sicuramente ai livelli di Metternich, ma è sicuramente l’altra prova di questa registrazione che merita di essere conosciuta

Categoria: Dischi

 

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