Sabato, 17 Agosto 2019

Gianni Schicchi

Aggiunto il 18 Maggio, 2010


GIACOMO PUCCINI
GIANNI SCHICCHI

• Gianni Schicchi FERNANDO CORENA
• Lauretta LAUREL HURLEY
• Zita, la Vecchia BELEN AMPARAN
• Rinuccio CHARLES ANTHONY
• Gherardo ALESSIO DE PAOLIS
• Nella MADELAINE CHAMBERS
• Gherardino ANDREW STRASFOGEL
• Betto di Signa GEORGE CEHANOVSKY
• Simone NICOLA MOSCONA
• Marco CLIFFORD HARVUOT
• La Ciesca THELMA VOTIPKA
• Maestro Spinelloccio GERHARD PECHNER
• Ser Amantio di Nicolao EZIO FLAGELLO
• Pinellino OSIE HAWKINS
• Guccio LOUIS SGARRO


Coro of The Metropolitan Opera House
Chorus Master: non indicato

Orchestra of The Metropolitan Opera House
DIMITRI MITROPOULOS

Luogo e data di registrazione: New York, 8/2/1958
Ed. discografica: DGG, 2 CD

Note tecniche sulla registrazione: suono sostanzialmente buono

Pregi: la direzione di Mitropoulos, in parte la Hurley e il ‘parentado’

Difetti: uno ma capitale: Corena

Valutazione finale: images/giudizi/discreto.png

Nella carriera direttoriale del grande D. Mitropoulos, Puccini ha avuto un suo giusto rilievo. A tutti gli appassionati egli si è fatto conoscere qui in Italia per la sua Fanciulla del West a Firenze con il trio Steber-Del Monaco-Guelfi nel ‘54, ma non vanno dimenticati negli USA altri titoli del grande operista lucchese che ci sono stati documentati sonoramente. Fra essi: Manon Lescaut (con la Albanese nel ‘56), Tosca (con la Tebaldi nel ‘55 poi con la Kirsten e con la Albanese nel ‘57 e la Stella nel ‘58), Butterfly (prima con la Kirsten poi con la Albanese nel biennio ‘56-57), non ultimo questo Gianni Schicchi del 1958 con protagonista uno dei cantanti più discussi e malmenati dalla critica, ma che al MET era particolarmente caro, ossia lo svizzero F. Corena.
L’aspetto più interessante di quest’edizione è la percezione in Mitropoulos della vicinanza di Puccini con il mondo musicale mitteleuropeo e anticipatore di alcuni autori di quest’area.
Di ciò si ha subito un’anticipazione nell’introduzione aguzza e frastagliata dell’opera che tuttavia mostra quasi subito una morbidezza molto opportuna affinché si sviluppi tutto il falso lamento dei parenti. Il gruppo dei solisti (costituito da elementi solitamente impiegati al MET: Moscona, la Votipka, Anthony, De Paolis, Harvuot) qui è molto valido nel rendere il clima di commedia buffa. A ciò si aggiunga che a valorizzare il chiacchiericcio dei parenti fino alla lettura del testamento abbiamo un’atmosfera di verve e di comicità davvero manifesta che il pubblico sottolinea con risate ripetute. È chiaro però che “non è tutt’oro ciò che riluce”, difatti la dizione dei vari personaggi non è delle migliori (e nemmeno la Amparan, nome forse più noto non fa meraviglie), ma ciò poco importa in quanto l’orchestra sprizza scintille e dinamismo nel commento all’elenco dei beni lasciati da Buoso.
Anche le battute «E non c’è nessun mezzo per cambiarlo…» sono magicamente inquadrate da Mitropoulos che arresta l’orchestra in un silenzio che conferisce alle battute che seguono un’aura sottilmente sinistra. C. Anthony è un Rinuccio piuttosto chioccio e senile nel timbro e nemmeno irreprensibile in quanto a dizione e a tecnica (canta aperto). Il suo monologo inizia con il recitativo «Avete torto» in cui si manifestano i limiti suddetti, però l’espressione è sciolta. L’arioso «Firenze è come un albero fiorito» mostra qualche affanno («E venga Giotto…») e imprecisione di ritmo, ma tutto sommato riesce nel suo intento, ma anche qui l’accompagnamento di Mitropoulos fa testo, piegando ad un certo punto ad un’oasi di lirismo alle parole «E di Val d’Elsa… far la torre bella», molto efficace e tale che non si ascolta nelle normali edizioni.
Corena entra con l’applauso del pubblico, ma subito rivela tanto l’accento caricato quanto un notevole volume, elementi che sappiamo e che sono stati la sigla della sua carriera. Segue la Hurley che canta il suo «O mio babbino caro» con giusta caratura vocale e con belle sfumature (la parte finale) che le meritano l’applauso, però la dizione non è eccelsa.
Si passa quindi alla ‘truffa drammatica’ a partire dalla rimozione del cadavere di Buoso per arrivare alla comparsa del medico Spinelloccio (molto bravo è G. Pechner) in cui troviamo un primo saggio della comicità di Corena puntata più che altro sul camuffamento della voce più che sul valore delle parole, anche quando ciò non occorre («In testa la cappellina…» e quel che segue) e che Mitropoulos commenta da par suo ossia facendo intravvedere tinte che Weill utilizzerà nella sua Opera da tre soldi. Peccato non avere un altro cantante meno caricato e meno pago di fare effetto. Non credo che Schicchi sia riducibile ad un clown, ma è un essere furbo, sulfureo nonché doppio e tutto ciò va fatto percepire nel significato delle frasi che egli dice. È popolano, ma questo non autorizza a renderlo poco attento all’interpretazione o addirittura volgare. Faccio un solo un esempio: la risposta a Lauretta ricomparsa dal terrazzino («Ora dagli da bere») è gettata al vento in assenza di espressione rispetto a quanto faceva un Gobbi (ma anche un Taddei o un Panerai) che erano superiori, perché colorivano come si deve e avevano il gusto della lingua. I confronti, ahimé, si possono e si devono fare! Torno sulla direzione di Mitropoulos per sottolineare un altro aspetto: è veramente notevole la concertazione che mira a commentare i diversi momenti della vicenda con sonorità e silenzi che creano cesure forse spiazzanti rispetto ai normali ascolti di quest’opera, ma consoni nel voler dipingere il clima di sotterfugio che la vicenda riveste: è una truffa e, come tale, va mantenuta segreta e non solo per il pericolo siglato dall’arioso «Addio Firenze, addio cielo divino» cantato qui veramente male.
Si passa alla scena della dettatura del testamento: qui Corena trova il suo elemento, ma ripeto resta un clown. Interlocutore è il Notaio di E. Flagello che è bravo anche se a tratti sembra indulgere in certa cupezza di interpretazione (la frase «Dunque incomincio»). Il pubblico si diverte al flusso continuo delle trovate vocali di Corena, ma esse restano appunto trovate senza una vera e propria interpretazione da dare alle frasi. Ancora, il confronto con il ‘trittico’ (questa volta di baritoni) Gobbi-Taddei-Panerai lo vede molto al di sotto non solo sul piano vocale, ma soprattutto su quello interpretativo. La scena del testamento è davvero un crescendo di grida («Ho in mente un testamento e sarà quello» è sgangherata), accenti e mugolii («se gridano sto calmo e canterello» dove lo stravolgimento è totale) che non servono né Puccini, né il personaggio. Mitropoulos continua, è vero, a creare belle atmosfere orchestrali, ma si nota la diversità di approccio tra direttore e protagonista. Anche la cacciata dei parenti è piazzaiola oltre le righe ed è un piccolo sollievo per l’ascoltatore il breve dialogo ed unisono dei due innamorati («Lauretta mia…» e quel che segue). Perfino il commento finale di Schicchi («Ditemi voi signori…») è più da banditore che da figlio (o meglio nipote) della commedia dell’arte, ossequioso verso il pubblico più che sopra le righe.
Che conclusione allora ? È uno Schicchi all’insegna del direttore e di qualche spassoso momento dei parenti, ma non del protagonista. Corena è entrato nel novero dei cantanti famosi perché ha inciso molto; tuttavia, a giudicare da questa sua interpretazione, non si può dar torto completamente a coloro che lo hanno stroncato anche con certa asprezza: voce di cospicuo volume, ma mal emessa (nell’«Ah che zucconi» la frase conclusiva - «è tale da sfidar l’eternità» - è difficoltosa!) e interpretazione che considerare ‘caricata’ è un eufemismo, almeno da quanto qui si sente.
Buona, per finire, la resa fonica

Luca Di Girolamo

Categoria: Dischi

 

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