Mercoledì, 08 Dicembre 2021

Voix humaine

Aggiunto il 27 Ottobre, 2007


Francis POULENC
LA VOIX HUMAINE
Monologo di Jean Cocteau


• Elle JULIA MIGENES-JOHNSON

Orchestre Nationale de France
GEORGES PRETRE

Data di registrazione: Febbraio 1990
Ed. discografica: Elatus, 1 CD

Note tecniche sulla registrazione: buona, un po’ secca, poco profonda

Pregi: Pretre; la Migenes per tipologia vocale-psicologica

Difetti: la Migenes per la scarsa personalità

Valutazione finale: images/giudizi/discreto.png

Poulenc ha lasciato scritto che, nel rappresentare la Voix Humaine (mezz’ora di monologo “telefonico” scritto da Cocteau, in cui una donna si confronta per l’ultima, interminabile telefonata con l’amante che intende lasciarla), il soprano non dovrebbe essere una matura signora, sul tipo di Gloria Swanson in “Viale del Tramonto”
La raccomandazione, apparentemente gratuita, aveva le sue buone ragioni, considerato che non è bastata a evitare che molte primedonne a fine carriera, talvolta addirittura sessantenni, si siano impadronite dell’opera, trasformandola in un grande monologo tragico sulla non accettazione della vecchiaia.
Questa tradizione (che comprende anche punte illustri: Olivero, Jones, Norman, Scotto, ecc…) ha finito per alterare, almeno agli occhi del pubblico, la psicologia del personaggio e la stessa natura dell’opera, che non è affatto una metafora della paura di morire, quanto – al contrario – un omaggio vibrante alla vita, ai suoi dolori e alle sue contraddizioni, alle calde palpitazioni dell’amore come alle brucianti solitudini e agli strazianti abbandoni, il tutto filtrato dal grande senso umanistico (tinto di ironia) che è proprio dell’ultima fase compositiva di Poulenc.

Anche in termini strettamente vocali si avverte l’esigenza di un’energia giovane e febbrile: la scrittura è basata su un declamato “di conversazione”, frenetico e turbinoso, impreziosito da delicatezze e smarrimenti romantici e culminante su acuti “pericolosi” (fino al do sopracuto).
Non è un caso che la prima interprete fosse quella stessa Denise Duval per cui Blanche dei Dialoghi delle Carmelitane era stata pensata.
La Duval, che nel 59 aveva 38 anni, esprimeva proprio quella fragilità fervorosa, quel non aver ancora appreso a confrontarsi alla vita, che tanto aveva colpito la fantasia di Poulenc, suo grandissimo amico e ammiratore.
Sentendo la Duvall nella miracolosa incisione per la EMI del ’59 (già diretta da Pretre) tutto diventa chiaro: sensuale ma immatura, instabile ma combattiva, per nulla attenta alla propria dignità, ma sensibilissima al proprio orgoglio la donna della Voix Humaine è semplicemente vera; a ferirla, più ancora dell’essere tradita, è la distanza incolmabile che si è aperta fra lei e l’amante, a offenderla è la galanteria raffreddata di lui, le premure ormai praticate solo per senso del dovere.

Considerato quanto il ruolo era stato concepito su di lei, si può capire come non sia stato facile trovare successivamente altre cantanti in grado di porsi sul tracciato fissato dalla Duval, la cui tecnica vocale era anche allora molto particolare: piccola e tagliente, la sua voce si muoveva con destrezza da “dicitrice” in un declamato leggero e penetrante, molto asciutto nel gusto, variegato nei colori e ben poco “operistico” (anzi arricchito da una sfumatura “chansonnière” graditissima a Poulenc).
Persino in Francia, i soprani cimentatisi con la parte (la Sarroca, la Rodhes, per finire con la Pollet) non seppero emanciparsi da un canto “fraseggiato” in modo tradizionale e ostile alla distillazione coloristica. Quanto alle interpreti di repertorio italiano (come la Kabaywanska o la Scotto) o tedesco (come la Jones) o liederistico (come la Normann) l’inadeguatezza della loro tecnica è palese dalle prime note.

A conti fatti, la scuola di interpreti teoricamente più adatta al personaggio (sia in termini musicali che drammatici) è risultata quella americana dei piccoli ma travolgenti soprani espressionisti cresciuti all’ombra di Evelyn Lear e Teresa Stratas: la Farley, la Malfitano e appunto la Migenes, protagonista della presente edizione.

Pur non essendo di madrelingua francese (problema alle volte vistoso) nelle cantanti di questa famiglia è possibile ritrovare finalmente la fragranza anche timbrica di una gioventù instabile e combattiva, lo slancio urgente e violento della declamazione, il sex appeal disinibito e abbandonato di chi è solito praticare la canzone popolare e il Musical.
In astratto, uno dei meriti di questa importante incisione del 1990 (nata ERATO) era proprio quello di aver scritturato la Migenes, da poco approdata alla gloria grazie alla Carmen cinematografica, e di averle affiancato nientemeno che Prêtre, il primo interprete dell’opera.

Proprio a Prêtre vanno gli elogi maggiori. Rispetto alla prima incisione, appare ovviamente più analitico e maturo, meno impulsivo negli slanci, meno generosamente romantico, anzi orientato piuttosto a inasprire i contrasti timbrici, a temperare gli scampoli melodici, e attento a non lasciarsi prendere la mano a livello ritmico. Permangono in compenso gli squarci emotivi e la tenuta narrativa, che già avevano reso magnifica la prima versione discografica.

Della Migenes, come si è detto, si apprezza per prima cosa la predisposizione a questo repertorio e a questo linguaggio, la leggerezza dell’emozione, il sussurro seducente e l’accenno di swing che ci riporta alla mente certe amare commedie hollywoodiane anni ’30.
Potenzialmente c’è tutto, eppure alla fine non si è conquistati. Nell’approccio si coglie un senso di applicazione ed artificiosità che stanca rapidamente; pare che l’interprete proceda per effetti attentamente studiati ma incapaci di raggrumarsi in un personaggio vero; si avverte la mancanza di una più profonda dimensione espressiva e in sostanza il peso di una vera, incisiva personalità
Matteo Marazzi

Categoria: Dischi

 

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