Sabato, 19 Settembre 2020

Carmen

Aggiunto il 03 Febbraio, 2007


Georges Bizet

CARMEN
Ed. Oeser

Personaggi e interpreti

• Carmen JESSYE NORMAN
• Don José NEIL SHICOFF
• Micaela MIRELLA FRENI
• Escamillo SIMON ESTES
• Frasquita GHYLAINE RAPHANEL
• Mercédès JEAN RIGBY
• Morales NICOLAS RIVENQ
• Le Dancaire FRANCOIS LE ROUX
• Le Ramendado GERARD GARINO
• Zuniga JEAN-PHILIPPE COURTIS


Choeurs de Radio France
Maitrise de Radio France
Chorurs Master: non indicato

Orchestre National de France
Direttore: SEIJI OZAWA

Luogo e data di registrazione: non indicato, 1989
Edizione discografica: Decca The Compact Opera Collection (uscita originariamente per etichetta Philips)
3 CD a prezzo economico

Note tecniche: incisione digitale, ben spaziata
Pro: per coloro cui può piacere, la direzione è molto sinfonica. I limiti del cast possono paradossalmente essere anche attraenti per l’ascoltatore predisposto
Contro: edizione vocalmente e teatralmente scombinata
Valutazione complessiva: images/giudizi/buono.png

Questa edizione comparve per la prima volta sotto etichetta Philips: nel package vennero scelti colori piuttosto scuri e vi campeggiava il faccione di Jessye Norman, avvolta in una specie di scialle marrone, come a coprirsi dal freddo sulla spiaggia del III atto; e già in questa scelta cromatica e tematica c’era quasi una volontà di distaccarsi dall’iconografia imperante di ammiccamenti e provocazioni a sfondo sessual-oleografico. L’attesa era veramente tanta: si trattava della registrazione di uno dei ruoli più importanti del repertorio da parte di quella che, all’epoca, era una delle cantanti più famose del mondo. La prova – inutile nasconderlo – ebbe esito fallimentare, e proprio per la Norman che, sostanzialmente, non aveva nulla di questo monumentale personaggio e, se aveva qualcosa da dire, fece di tutto per tenerlo accuratamente nascosto sotto una cortina fumosa di chiacchiere all’insegna di quelle che oggi icasticamente definiremmo “seghe mentali” (si parva licet) che rimandavano più all’esistenzialismo di trent’anni primo che non all’edonismo imperante negli anni in cui quest’interpretazione uscì. Le faceva corona una compagnia di canto che, nei ruoli protagonistici, apparve fra le peggio assortite dell’intera discografia e una direzione d’orchestra che fu accusata di lambiccamenti cerebrali e di totale mancanza di teatralità, essendo Ozawa un direttore fondamentalmente da repertorio sinfonico.
Furono ragionevolmente questi i motivi di una vendita decisamente ristretta di un prodotto destinato a non sfondare: una predestinazione evidente ai più già nei presupposti con cui era stato assemblato. E il cofanetto rimaneva spesso malinconicamente ignorato negli scaffali dei negozi discografici a vantaggio di prodotti che si presentavano più rutilanti o, se vogliamo, più ortodossi nella concezione.
Il tempo è invariabilmente galantuomo: come per le più grandi interpretazioni la revisione storica può comportare spostamenti di ottica; anche quelle che ai tempi vennero bollate come edizioni inutili quando non di brutta qualità si possono prestare, col tempo, ad una riconsiderazione. È quindi sicuramente una buona idea riproporre materiale discutibile in edizione economica perché ne favorisce una più ampia distribuzione, permettendo di superare la diffidenza indotta dalla spocchia con cui questo prodotto fu creato e, soprattutto, propagandato.
Tanto per cominciare, questa”Carmen” potrebbe intitolarsi più proficuamente: “Considerazioni a proposito di Carmen”. La protagonista, infatti, non è l’eroina di Merimèe, bensì – tanto per cominciare – l’orchestra; e poi, in secondo luogo, lo smisurato ego della Norman.
L’orchestra è una compagine di non trascendentale bellezza, la National de France, che però viene portata a vertici virtuosistici di notevole levatura da quel grandissimo direttore che è Seiji Ozawa. Non è nemmeno corretto dire che Ozawa fosse all’epoca più famoso come interprete orchestrale, visto che di opere ne aveva già dirette eccome (si pensi solo alla Tosca scaligera della fine degli Anni Settanta, decisamente una scelta azzardata all’epoca per il teatro milanese). Ma ciò che fa maggiormente premio è la cultura mitteleuropea di cui Ozawa è profondo conoscitore, che lo porta a seguire tracce già percorse da direttori di tale area, Karajan in primis. La ricerca estenuata del colore, dell’inflessione, del sottinteso, della precisione maniacale dei dettagli orchestrali a scapito del volume e del facile effetto è qualcosa che – sino a quel momento – solo Karajan con la tanto bistrattata seconda incisione in studio (quella “vera”e definitiva, altro che quella selvaggia e primitiva della RCA!) aveva evidenziato in un modo che sarebbe il momento di rivalutare definitivamente, anziché solo denigrare per presunti deficit della compagnia di canto. Ciò che squalifica in parte il lavoro di Ozawa è la dicotomia che si evince fra l’accompagnamento del canto di Carmen e qualunque altro momento dell’opera: nel primo caso, infatti, è evidente un vistoso rallentamento dell’accompagnamento che vorrebbe suggerire probabilmente un’allure ipnotica e sensuale ma che – di fatto – crea uno jato incolmabile fra “questa” Carmen e il mondo che la circonda. Poteva essere un’idea interessante con un’altra interprete e, ovviamente, in un’altra epoca, come per esempio gli Anni Sessanta e l’Esistenzialismo; così, invece, fa quanto meno sorridere e suggerisce l’idea di una tirata di freno per permettere alla Primadonna i necessari aggiustamenti allo scopo di evitare l’affanno. Altrove, invece, l’accompagnamento appare ritmicamente più ortodosso, pur mantenendo una scansione che permette l’evidenziazione di tutti i preziosismi di cui la partitura è piena.
L’altro elemento fortemente caratterizzante, come già detto, è la protagonista. Nel 1989 aveva 44 anni e non solo era al meglio delle proprie possibilità ma, come si suol dire, era al di là del Mito; da qui, forse, l’esigenza che la grande (in tutti i sensi) cantante afro-americana doveva sentire di tramandare ai posteri non “una” Carmen, bensì “la” Carmen di riferimento per le generazioni passate e future. Non ci credete? Bene, ascoltate l’Habanera. Vi sfidiamo a trovarne una qualunque che possa esserle messo alla pari per inflessioni, colori, sottintesi, ammiccamenti (tutti rigorosamente cerebrali): è francamente difficile scansare la sensazione di artificiosità di un’interprete che rimanda più a Juliette Gréco che non a Aurora Buades e relativa rosa in bocca. La scena probabilmente meglio riuscita è infatti quella delle carte, pur se con la sensazione che, anche in questo caso, le emozioni siano abbondantemente costruite a tavolino. Questa della Norman non è Carmen: è una riflessione esistenziale sul tema di Carmen, splendidamente cantata ma psicologicamente ed emotivamente filtrata attraverso una gamma di situazioni che partono da Alceste e arrivano sino alla passione della Geschwitz per Lulu. Può piacere, ma non finisce per coinvolgere nessuno.
Curiosamente, a simile coppia di interpreti viene abbinato un cast che, invece, con tali presupposti c’entra assai poco. Pensiamo alle cerebrali raffinatezze della Norman, e paragoniamole a quello che esce fuori dalla bocca di Simon Este, altro cantante afro-americano che godette di una certa popolarità soprattutto nei ruoli wagneriani a cavallo fra gli Anni Ottanta e i Novanta. Faceva parte della scuderia Philips (produttrice – lo ricordiamo – del master originale) e forse questo fatto spiega la ragione della presenza di un basso piuttosto bovino nell’emissione in un ruolo che richiederebbe souplesse, fatuo languore, sorriso assassino e spavalda incoscienza. Di tutto questo, nei muggiti di Estes non si trova nulla, e non poteva essere altrimenti: la colpa è sua solo entro certi limiti.
Ci sarebbe poi Mirella Freni, che canta bene se non benissimo: ma nemmeno la sua è una presenza spiegabile, a meno che non si volesse creare un contrasto stridente fra le cerebrali spire intellettuali della Norman e la terragna praticità di zia Mirella. La quale zietta, classe 1935 aveva, all’epoca della registrazione, la non più verdissima età di 54 anni e appariva quindi francamente non più particolarmente credibile come diciassettenne implume fidanzatina di José. Siamo d’accordo, la voce di Mirella è eternamente giovane, lo squillo appare giusto un filo appannato (ma chi se ne importa dopotutto?), l’interprete non è particolarmente fantasiosa – e del resto il personaggio è quello che è – ma è sicura e affidabile: tanto basta.
E arriviamo quindi al povero Neil Shicoff; in Italia gliene hanno sempre dette di ogni, ma con quest’interpretazione i detrattori si scatenarono alla grande: voce nasaleggiante, intonazione precaria, gusto macabro e chi più ne ha più ne metta. Frottole: la verità è che Shicoff, cantante grandioso di suo in tanti ruoli (uno fra tutti, quell’Eleazar che ha segnato così profondamente la sua carriera, ma anche Lensky, Rodolfo, , è un interprete rilevante anche di questo ruolo ingrato. Per suggellare una prestazione grandiosa mancherebbe il si bemolle in pianissimo del “Fiore” che, invece, è concluso banalmente; ed è un peccato perché il duetto con Micaela del primo atto (musicalmente il momento più riuscito di quest’incisione) veniva concluso da Shicoff e dalla Freni con una splendida mezzavoce che lasciava presagire qualcosa di meglio nel prosieguo. La sua espressività è franca, il suo eloquio appassionato; certo, non tutto è di qualità sopraffina, ma avercene!...
Parti di fianco ben cantate, come spesso costuma nelle incisioni discografiche. Coro interessante e ben coordinato e incisione esemplare

Categoria: Dischi

 

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