Giovedì, 21 Ottobre 2021

Vespri siciliani

Aggiunto il 02 Settembre, 2006


• Guido di Monforte Sherrill MILNES
• Bethune Robert GOODLOE
• Vaudemont Edmond KARLSRUD
• Arrigo Nicolai GEDDA
• Giovanni da Procida Justino DIAZ
• Elena Montserrat CABALLE’
• Ninetta Cynthia MUNZER
• Danieli Douglas AHLSTEDT
• Tebaldo Nico CASTEL
• Roberto Andrij DOBRIANSKY
• Manfredo Paul FRANKE



Orchestra and Chorus of The Metropolitan Opera House
Chorus Master: non indicato

JAMES LEVINE

Luogo e data di registrazione: New York, 9-3-1974
Ed. discografica: Myto, 2 CD a prezzo medio

Note tecniche sulla registrazione: prospettiva del suono di tipo teatrale, con dinamiche piuttosto compresse; voci non sempre ben percepibili con chiarezza

Pregi: direzione, Gedda

Difetti: suono

Valutazione finale: images/giudizi/buono-ottimo.png

Questa documentazione integra la celebre registrazione RCA di un anno antecedente, per la quale venne prevista inizialmente proprio la Caballè, poi sostituita da Martina Arroyo; quindi, questa sarebbe un’ottima occasione per ascoltare forse uno dei grandi ruoli della grande catalana non inciso in una registrazione ufficiale.
Abbiamo usato il condizionale per due motivi fondamentali:
1. la registrazione è stata evidentemente ripresa da un amatore per cui, pur essendo di buona qualità, risente della sovraesposizione dell’orchestra che copre sovente le voci. Chi ne scapita è proprio soprattutto la Caballè, la cui vocalità intrinsecamente delicata soffre parecchio le dinamiche corrusche di Levine
2. a Montserrat, pur brava, il ruolo di Elena sta piuttosto largo
Per quanto riguarda la prima affermazione, non c’è nulla di particolarmente strano: Levine ha di Vespri un’idea risorgimentale in senso stretto, quindi affronta la partitura – come del resto in disco – con piglio garibaldino, esaltando al massimo i cori e i movimenti di massa. Il finale terzo, proprio come in disco, da questo punto di vista è assolutamente elettrizzante, anche se l’orchestra del Met del 1974 non è ancora quella gioiosa macchina da guerra che poi sarebbe diventata in seguito proprio per le cure amorevoli del suo direttore artistico. Però, la Montsy si fa proprio fatica a sentirla! C’è anche da dire che sarebbe stato proprio l’ultimo ruolo da affidare ad una belcantista pura come lei: inizialmente fu pensato da Verdi per Sophie Cruwell (o Sofia Cruvelli che dir si voglia), una cantante dotata di un’enorme estensione, in grado quindi di rendere l’estensione che si sviluppa per ben più di due ottave sino al do diesis acuto, ma anche con discese nel registro grave come in “Arrigo, ah, tu parli a un cuore” che scende al fa diesis sotto il rigo. Ruolo vocalmente affascinante, ma anche terribilmente difficile nel suo conciliare esigenze belcantistiche (tipo le fioriture del Bolero) con quelle più propriamente e scopertamente drammatiche, in cui è veramente difficile – in definitiva – trovare l’esatta quadratura. Com’è ovvio, la Caballè viene a capo da par suo delle esigenze belcantistiche, proponendo un’Elena molto sicura in tutti i suoi momenti solistici, dalla cavatina del primo atto sino al Bolero, raggiungendo il culmine nell’ “Arrigo ah parli a un core” in cui, anche se la discesa al fa diesis – com’è ovvio – non ha nemmeno un grammo della pregnanza che potrebbe e dovrebbe avere, ma d’altra parte chi mai ce la potrebbe avere? Su quest’aria ci si scornò pure la Callas, com’è noto.
Va bene, per carità: quello di Vespri è un Verdi molto sui generis e meyerbeeriano, e ci può anche stare che una Dinorah possa rendere i patimenti patinati della Duchessa Elena, ma rimangono le nostre perplessità sulla Caballè nel repertorio verdiano, la cui portata non riesce a concludersi solo nello stretto ambito belcantistico.
In definitiva, una prova localmente affascinante ma drammaticamente non conclusa: con la Caballè, Elena rimane un personaggio piuttosto superficiale non per mancanza di approfondimento da parte della cantante, come sempre di rara e raffinata intelligenza, quanto per mancanza di peso vocale che dia quella plusvalenza di spessore drammatico che la Caballè non è mai stata in grado di infondere ai propri personaggi verdiani.
Quanto al resto, siamo in paraggi rassicuranti e assai meno contradditori.
Se qualcuno si preoccupa nel vedere in locandina il nome di Nicolai Gedda, può rassicurarsi da subito: Arrigo è un ruolo perfetto per il grande tenore svedese. L’unica potenziale riserva, se mai, è che la registrazione è del 1974, quindi in un periodo che non era già più quello migliore per lui, ma anche questa remora svanisce non appena il grande tenore apre bocca, sin dallo splendido duetto con Monforte, e c’è veramente da dolersi che l’audio sia così precario da non permettere di godere sino alle più sottili sfumature. La sicurezza persino insolente del registro acuto è tale da spazzar via in un attimo tutti gli altri (pochi) testimoniati dal disco. Ma quello che maggiormente lascia sconcertati è l’araldica compostezza che attraversa tutta l’interpretazione di Gedda, e che ad Arrigo va proprio come un guanto, sino all’ “Addio” con cui conclude il dettino del Quinto Atto, risolto con un’emissione mista di testa progressivamente rinforzata da vero haute-contre semplicemente favolosa.
Sherrill Milnes è l’unico reduce della registrazione RCA di un anno prima, ed è una grande conferma: l’ampleur che in Milnes sfocia talvolta nel greve un po’ cialtronesco, qui è sempre perfettamente sostenuta in una parafrasi del miglior Tagliabue. Ne deriva un Monforte semplicemente perfetto, anche se talvolta minato da una leggera tendenza alla lacrima che, però, non appare del tutto inadeguata.
Justino Diaz è un rozzo e sbrigativo Procida, spesso coperto dal suono orchestrale, ma non malvagio per quel poco che si riesce ad ascoltare. I comprimari, invece, perennemente relegati in una prospettiva sonora di fondo, non emergono mai sufficientemente per farsene un’idea completa.

Categoria: Dischi

 

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