Sabato, 19 Settembre 2020

Zauberfloete

Aggiunto il 02 Agosto, 2006


Personaggi e interpreti:

• Sarastro René PAPE
• Königin der Nacht Erika MIKLÓSA
• Pamina Dorothea RÖSCHMANN
• Tamino Christoph STREHL
• Papageno Hanno MULLER BRACHMANN
• Papagena Julia KLEITER
• Sprecher Georg ZEPPENFELD
• Monostatos Kurt AZESBERGER
• Erste Dame Caroline STEIN
• Zweite Dame Heidi ZEHNDER
• Dritte Dame Anne-Carolyn SCHLÜTER
• Drei Knaben Alexander LISHKE
• Frederic JOST
• Niklas MALLMANN

Arnold Schoenber Chor
Chorus Master: Erwin Ortner

Mahler Chamber Orchestra
CLAUDIO ABBADO

Casa discografica: Deutsche Grammophon
2 CD a prezzo medio

Luogo e data di registrazione: Modena, Teatro Comunale, Settembre 2005

Note tecniche: registrazione di buona qualità, appena lievemente compressa nelle dinamiche
Pregi: Röschmann e Müller-Brachmann
Difetti: altri interpreti non eccelsi; direzione poco caratterizzata
Valutazione conclusiva: images/giudizi/sufficiente-discreto.png

Erano molte le aspettative per questo disco.
La direzione, innanzitutto: le presenze discografiche operistiche di Abbado non sono tante, specialmente negli ultimi tempi; ma sono tutte molto ben meditate e, se non entusiasmanti, fanno sempre discutere gli appassionati e gli esperti.
Sgombriamo il campo agli equivoci, e diciamo subito che le nostre perplessità maggiori nascono proprio dalla direzione. Che è rapida, aguzza, a puntasecca come costuma oggidì, specie da quando i direttori barocchisti e le loro compagini hanno privilegiato questo versante esecutivo: Gardiner, per esempio, che per di più a suo tempo, con una direzione del tutto analoga, fu oggetto di critiche spietate. Qui tutto è rapido, stilizzatissimo ed efficiente sin dal preludio che non indulge per niente a sonorità ampie e maestose, preferendo la corsa tipo “folle journée” delle Nozze di Figaro. Non sappiamo bene per quale motivo il gioco non funzioni: può darsi che la Mahler Chamber Orchestra (compagine solitamente di splendido suono) non risponda come al solito alle sollecitazioni del direttore, oppure che le dinamiche del disco comprimano parecchio le agogiche: fatto sta che la velocità appare fine a se stessa e completamente avulsa da un disegno esecutivo che miri a privilegiare un aspetto piuttosto che un altro.
Altrimenti detto: ascoltando le varie registrazioni storiche del Flauto, appare evidente che alcuni direttori hanno privilegiato l’aspetto favolistico, altri hanno scelto il versante massonico, altri ancora hanno scelto di esasperare i contrasti fra le forze in campo. Qui, invece, non si capisce bene che strada voglia battere la direzione d’orchestra, che ci consegna un prodotto pulito e ben confezionato, ma privo di una sua anima. E riandando al Mozart che Abbado ha già inscatolato e consegnato alla Storia, ci capita di fare osservazioni di un’analogia un po’ inquietante, tanto da chiedersi se esista una vera affinità fra il grande direttore milanese e il genio salisburghese, o se Mozart sia un portato inevitabile per un interprete della fama e del prestigio di Abbado.
Come che sia, appare evidente che la cifra essenziale è un disegno minimalista, in cui i contrasti sono smussati, livellati e appianati in un medium che se non è mai veramente brutto (e nessuna direzione di Abbado può mai definirsi tale), comunque non è nemmeno intrigante e, alla fine, finisce per essere anche piuttosto noioso (cosa che, a parità di velocità, a Gardiner non capitava).
Quanto ai cantanti, luci ed ombre, senza che le prime facciano premio in modo inequivocabile sulle seconde.
Fra le conferme, la Röschmann, che è ormai stella di prima grandezza e che dipinge una Pamina trepida e volitiva, anche se piuttosto convenzionale. Oltre a tutto, si ha la sensazione che il ruolo le vada piuttosto stretto, anche se la sua aria è indiscutibilmente uno dei momenti più emozionanti dell’intera registrazione.
Di pari livello, lo spigliato ed intonatissimo Papageno di Hanno Müller-Brachmann, artista fra i più affermati del nostro tempo che canta con gusto e mordente il proprio ruolo.
La sua consorte in scena è la deliziosa e sensualissima Julia Kleiter, che ci sembra pronta a ben altre prove.
Ma a queste performances che, pur non essendo storiche, si fanno apprezzare per l’aplomb stilistico, fanno da contraltare le prove degli altri protagonisti, a cominciare da quella che dovrebbe essere la più enigmatica: la Regina della Notte. Qui è tale Erika Miklòsa, a noi precedentemente sconosciuta. Dal book allegato apprendiamo che ha cantato il ruolo più di 250 volte nel corso di 25 produzioni in tutto il mondo, ma francamente – ascoltando questi dischi – ce ne sfuggono le ragioni. La voce è quella del solito sopranino iper-leggero, ma qui sarebbe in buona compagnia, visto che le eccezioni – in campo discografico – sono davvero poche. Il problema è che – sopracuti a parte, che ci sono, anche se non stratosferici – manca la scansione e il peso vocale, soprattutto nella prima, terribile aria. La prima parte dell’aria è imbarazzante per la totale mancanza di espressione di qualsivoglia affettività. I picchettati sono sciolti in una specie di unicum che denota quanto meno qualche problema nel canto d’agilità, ricco di birignao soprattutto a partire dal Du wirst sie zu befreien gehen; e il vibrato è francamente oltre i limiti della sopportabilità, elicitandosi in una sequenza di note belanti oggigiorno non giustificabili specie in un ruolo come questo che ha visto ben altro storicamente. E comunque, tutta la sequenza di agilità ha un curioso andamento ad oscilloscopio, probabilmente – ci sentiremmo di azzardare – per problemi di fiato. Un po’ meglio le cose vanno con la seconda aria, ma la sequenza di “Alle bande” richiede continui e non tollerabili aggiustamenti di fiato, e l’invocazione finale è un urlo rauco. Insomma, la caratura vocale e la personalità dell’interprete sono veramente troppo modeste per un ruolo così ricco di suggestioni, che si risolve sostanzialmente in due arie famosissime ma ricche di pathos.
Solo un po’ meglio il Tamino di Strehl che però, tanto per cambiare, affida il proprio personaggio al solito tenorismo di grazia smunto e privo di mordente, decisamente ben poco memorabile.
Nel Monostatos di Azesberger troveremo molta della verve che ha reso famoso Equiluz (di cui, tra l’altro, è stato allievo) e corretto – ma nulla più – appare l’Oratore di Zeppenfeld.
Quanto a Sarastro, ci troviamo di fronte a colui che – probabilmente – è il più importante basso dei nostri tempi. Solo che non ha tutte le note che la parte richiede, soprattutto nella parte inferiore del pentagramma. Ora, è ben vero che Sarastro può essere cantato anche da un basse chantant, e infatti lo aveva in repertorio anche Pol Plançon; però Plançon aveva anche note basse di straordinaria risonanza, da autentico tieferbass, come si può notare ascoltando le arie di Sarastro incise per la Victor. Pape fa un personaggio affabile, affettuoso, assai poco autoritario, forse – al limite, ma lo diciamo molto sommessamente – anche un filo anonimo; in ogni caso, nella sua sostanziale correttezza, una prova piuttosto grigia.
Discrete le tre dame, mentre il trio dei bambini – affidati ai soliti solisti dei Tölzer Knabenchor – fa rimpiangere le vecchie abitudini di affidare questi ruoli a soprani.
Per concludere, una nota editoriale. Il cofanetto compare – almeno in Italia – col titolo in italiano, col book (anche) in italiano e con la traduzione a fronte del testo originale sempre nella nostra lingua. È un’ottima idea che permette, anche all’ascoltatore meno informato, di avvicinare quest’opera nel modo più agevole

Categoria: Dischi

 

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