Martedì, 19 Marzo 2019

Don Carlo

Aggiunto il 17 Ottobre, 2009


Giuseppe VERDI
DON CARLO
(versione completa in 5 Atti in italiano)

• Filippo II NICOLAI GHIAUROV
• Don Carlo VERIANO LUCHETTI
• Rodrigo PIERO CAPPUCCILLI
• Il Grande Inquisitore GIANFRANCO CASARINI
• Un frate ALESSANDRO MADDALENA
• Elisabetta di Valois KATIA RICCIARELLI
• La Principessa Eboli FIORENZA COSSOTTO
• Tebaldo ARACELLY HAENGEL
• Voce dal Cielo MARISA SALIMBENI


Coro del Teatro La Fenice di Venezia
Chorus Master: Corrado Mirandola

Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia
GEORGES PRETRE

Luogo e data di registrazione: Venezia, 11/12/1973
Ed. discografica: GOP, Mondo Musica MFOH 10609 (3 CD) e altre

Note tecniche sulla registrazione: le voci risuonano a volte lontane

Pregi: l’integralità ed il livello sostanzialmente valido di alcuni personaggi maggiori

Difetti: Prêtre, Ghiaurov e Cappuccilli. La veste editoriale del cofanetto al suo interno

Valutazione finale: images/giudizi/discreto-buono.png


Una volta, tanti anni fa, capitai in un convento in cui abitava un frate piuttosto schietto e, a suo modo, anche divertente e corrosivo, dotato però di una grandissima cultura (era stato professore di Letteratura cristiana antica e di Esegesi biblica e sapeva un sacco di lingue antiche: greco, ebraico e, ovviamente, latino e forse anche accadico) con il quale ci si poteva anche scherzare, ma terribile anche nella sua critica all’ignoranza e agli impreparati. Suona la campana e si andò a Vespro (la preghiera della sera) e colui che guidava la preghiera lesse un commento alla S. Scrittura come era abituale si facesse. Al termine questo frate dotto e senza peli sulla lingua disse ad alta voce: “Questo commento non mi è piaciuto per niente”, lasciando interdetti non solo il malcapitato lettore, ma anche il resto della comunità. Il quadro fu chiaramente di un’involontaria quanto acre comicità e ascoltando questo Don Carlo posso ripetere, cambiata l’atmosfera (non più sacra, ma profana) la frase del frate dotto: “questo Don Carlo non mi è piaciuto per niente”. Non perché sia orrendo, ma perché si poteva fare di più sul piano esecutivo, data l’iniziativa lodevole ed opportuna di eseguirlo nella sua integralità. Ho già accennato a quest’edizione parlando di quella del 1969, piuttosto povera nel cast e nella direzione concludendo che 4 anni dopo si sarebbe respirata aria migliore con l’edizione in questione. In sé e per sé ciò è vero, ma fino ad un certo punto. L’impresa di Venezia ’73 rappresenta un punto fermo nella storia esecutiva di quest’opera in quanto essa venne eseguita nella sua interezza in 5 atti con i brani che Verdi tolse (o fu costretto a togliere) e che poi riutilizzò in altra sede (ad esempio il concertato funebre di Posa nel IV atto che è poi motivo del Lacrymosa del Requiem). Non starò qui a fare la storia delle versioni perché già fatta da E. Giudici nel suo noto volume (L’opera in cd e video, Il Saggiatore, Milano 1999, pp. 1607-12). Mi limito a fare alcune considerazioni sull’opera in sé che è effettivamente un monumento musicale che si inscrive nel solco del Grand-Opera e che impegna in modo enorme e snervante il direttore, il coro e i cantanti (poi tutte le varie maestranze teatrali quando lo si rappresenta). A questo dovrebbe corrispondere ovviamente gente all’altezza anche perché un capolavoro del genere non può essere all’insegna della fretta, oppure di condizioni vocali non al top delle possibilità. Notevole quindi lo sforzo del Teatro La Fenice di accollarsi l’onere di quest’esecuzione, un po’ meno la riuscita complessiva, meno che meno la veste editoriale con cui la Mondo Musica ce lo presenta: un cofanetto con la vicenda storica delle varie versioni (a firma di G. Pugliese che, tuttavia, a differenza della precedente edizione si astiene dal giudizio sul cast), qualche fotografia dell’allestimento (a cura di P. Pizzi), l’elenco del cast, la divisione dei tracks, ma – errore capitale e mancanza grave – senza il libretto che poteva tornare utile anche perché la qualità fonica non è sempre ineccepibile e alcuni solisti si sentono ‘lontani’. Inoltre il libretto avrebbe potuto essere inserito nel cofanetto anche come termine di paragone con quanto solitamente si ascolta: le versioni in 4 o 5 atti che più spesso circolano nei teatri, oppure che vengono incise.
Se il Don Carlo anche in 4 atti (tagliati come si vuole) è un’opera complessa figuriamoci cosa può risultare nella sua integralità diciamo ‘primigenia’: è chiaro che il direttore è chiamato in primis a rendere ragione di atmosfere, lieviti teatrali, momenti culminanti e quant’altro. Qui abbiamo Prêtre e la prima domanda che io pongo: poteva essere trovato un direttore italiano ? Non ho mai trovato questo direttore particolarmente esaltante (nemmeno nel repertorio francese). Qui tutto o quasi tutto (specie nei finali d’atto: ascoltarsi il finale I) è all’insegna della fretta e della corsa, ma poi anche poca atmosfera nei punti clou dell’opera che sono tirati avanti senza una vera partecipazione (talvolta con sospetto di fiacchezza come l’introduzione del IV atto a «Ella giammai m’amò») e senza quel colore mediterraneo che Verdi sapeva far sprigionare dalle sue melodie, talvolta sanguigne e sempre vibranti anche nel lirismo. Qui al massimo abbiamo delle ‘buone maniere’, ma l’idea di un Patané, o di un Bartoletti, ma anche di un Gardelli (bistrattato da certa critica, ma almeno efficiente) è un miraggio. Ci si deve accontentare di queste sonorità e tempi ‘alla mordi e fuggi’, ma ciò non rende un buon servizio al Don Carlo. Il coro si adegua e ne emerge una colonna sonora manchevole. Il cast aduna nomi illustri e, forse, anche in buona fase di carriera (pensiamo alla giovane Ricciarelli che sarà in quello stesso anno a Torino un’ottima Elsa in un Lohengrin abbastanza sconnesso di cui parlerò a tempo debito), ma il risultato complessivo delude. Luchetti è un pregevole protagonista: accento scandito, eroismo, fervore dove occorre (roventi le frasi a Filippo II dopo la morte di Posa), dizione buona e anche la vena lirica si fa apprezzare. Quello che gli si può rimproverare e che il personaggio di Carlo ha sovente degli accenti drammatici e Luchetti drammatico al 100% non lo era. Però non abbiamo cose disdicevoli e il personaggio viene fuori. Sicuramente nella tranquillità di una sala di registrazione con un direttore adeguato, Luchetti avrebbe prodotto un Don Carlo superiore ad alcuni suoi colleghi del tempo e a molti di oggi, se gli si fosse dato adeguato spazio (che non ha avuto, preferendogli i soliti ‘pseudo-divoni’). La Ricciarelli colta nella fase iniziale della carriera è un’Elisabetta notevole specie per la soavità del timbro e dell’espressione, sa essere vigorosa laddove occorre (alcune frasi del duetto «Io vengo a domandar grazia» scontro con Filippo II nel IV, quello del cofanetto). Ciò che colpisce è il ritratto di una regina perseguitata dalla storia e dai molti uomini che la circondano e questo è reso bene attraverso un fraseggio malinconico e struggente. Vocalmente ci sono dei piccoli nei: a volte accade (specie in «Non pianger mia compagna», oppure in «Tu che le vanità») che il ricorso ad espressioni preziosi e a emissioni sottili le creino dei piccoli buchi e disorientamenti. Siamo ancora nel ’73 ma sappiamo che, in seguito, tante promesse e tanta ‘beltade’ non sono state conservate, però qui abbiamo delle piccole avvisaglie di un suono che per essere veramente solido, anche nella soavità, doveva essere governato altrimenti. Se si giudica con il senno di poi, qui la Ricciarelli non esce a voti pieni, ma è invece lodevole se si contestualizza l’opera in quel periodo e con quel materiale vocale diciamo pressoché ancora integro. Suo contraltare femminile è la voluttuosa Eboli ossia F. Cossotto che è un po’ la portabandiera italiana di certi personaggi mezzosopranili volitivi e pugnaci (se non vendicativi): ha assolto questo ruolo per molto tempo e il pubblico e la critica hanno sempre reagito bene. La voce c’è specialmente nelle esplosioni furenti nel settore medio-alto, come c’è anche il rimpianto-pentimento nella complessa scena della confessione che precede l’«O don fatale» in cui, ad esempio (come variante a quanto si ascolta), è Lerma e non Elisabetta a richiedere indietro la croce alla intrigante principessa. Però Eboli ha anche la Canzone del velo e qui il fatto che la Cossotto non era una pura belcantista si sente ed egualmente certe frasi roventi nel terzetto del giardino nel III atto che prevedono dei trilli (nei momenti più incandescenti) sono posposti al volume della voce e non alla rifinitezza.
Cappuccilli rivela una solida voce come Posa, però in alto non è ineccepibile e a tratti la sua interpretazione è caricata («Orrenda, orrenda pace» è davvero brutto, ma anche la morte è enfatica). Come fraseggio e finezza è agli antipodi di Fischer Dieskau (edizione DECCA 1965) il che significa scadere nella monotonia.
Ghiaurov è un mistero; non deve esser stata una serata felice: entra ed è quasi afono («Perché sola è la regina» e quel che segue) e parla più che cantare, a tratti invece è grandioso, ma comunque è molto inferiore all’edizione in studio di Solti (prima) e di Karajan (poi). Manca nell’Autodafé di vera terribilità e nel duetto con l’Inquisitore è caricato e nemmeno troppo attraente nel settore acuto. Se nell’edizione del ’69 avevamo l’Inquisitore di Pugliese che non era eccelso, Casarini è senz’altro più in regola nel rendere il personaggio sinistro e terribile del vecchio domenicano, perché sa all’occorrenza essere insinuante oltre che grandiosamente irato ed ha una buona linea di fraseggio. Dice poco il Tebaldo della Haengel, ritroviamo Maddalena non certo migliorato come Frate, mentre buono (e non è una scoperta) è il Lerma di Zancanaro. La Salimbeni si sente poco come Voce celeste e quel poco fa intendere che i fiati sono corti. Insomma, parafrasando il testo, ‘non si vola verso il ciel’.
La resa fonica è alterna: a tratti le voci sono lontane, altre volte in primo piano, ma abbiamo un grigiore diffuso di cui credo sia responsabile il direttore.

Luca Di Girolamo

Categoria: Dischi

 

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