Giovedì, 19 Settembre 2019

Traviata

Aggiunto il 04 Giugno, 2006


Opera di straordinaria importanza nell’universo creativo verdiano, la Traviata irritò profondamente gli spettatori della Fenice che alla prima rappresentazione si trovarono rappresentati in uno squarcio di vita che li vedeva protagonisti non meno che quella ‘traviata’ che viveva sul palcoscenico la propria storia d’amore e morte.
Trovo supremamente ironico proprio il titolo: nella parola con cui si designa la protagonista vi è una notevole carica di disprezzo nei confronti di una società che mal doveva tollerare le vicende di un uomo celebre legato more uxorio ad una donna dal passato discusso. E, in effetti, una tragica ironia aleggia per tutta l’opera, accompagnando una vicenda fatta di un amore vissuto in modo prevalentemente unilaterale (dobbiamo per forza di cose considerare Alfredo non paritetico a Violetta quanto ad intensità di sentimenti) e di tanti egoismi, fra i quali quello del vecchio Germont non sembra essere il peggiore.
Dramma privato e fatto di conversazioni private, molte delle quali poco appariscenti: si pensi al colloquio fra Violetta e Germont padre, privo di qualunque retorica nel porgere, ma ricco di tale coinvolgimento emotivo da porsi come nucleo emozionale del dramma: quant’è difficile per gli interpreti in tale momento rinunciare all’ottica del Grande Gesto e rimanere saldamente ancorati alle pure ragioni del canto, che già spiega tutto senza bisogno di alzare la voce un solo istante!...
Questo viluppo di sentimenti, un vero e proprio grumo emotivo, trova i suoi momenti topici in alcune pagine e situazioni celeberrime ma è forse rappresentato al suo meglio in quell’‘Amami, Alfredo’ che, accompagnato dal fortissimo dell’orchestra, ci fa toccare con mano come più non si potrebbe tutta la disperazione dell’impotenza.
Questa di cui parliamo è una grande, grandissima Traviata, il cui unico elemento di disturbo è l’audio precario, anche se molto migliorato rispetto alle versioni precedentemente circolanti.
Vi figura da par suo Renata Scotto che, nel 1970, era al meglio delle proprie possibilità vocali ed era perfettamente in grado di penetrare ogni più recondita sfumatura del personaggio, sempre nell’ambito di una verità espressiva che non viene mai meno.
È incredibile, da questo punto di vista, il modo in cui fa letteralmente ‘vedere’ il trascolorare dal pianto al sorriso forzato nel ‘Lo vedi, ti sorrido’ che precede l’‘Amami Alfredo’ più straziante, commovente e lacerante che io abbia mai ascoltato in vita mia.
La belcantista di rango fa sentire le proprie ragioni nell' ‘E’ strano’ che viene cantato a fior di labbro (e siamo in Arena!...) con mezzevoci timbratissime e con una cadenzina per me inedita ma di una dolcezza estenuata particolarmente adatta alla situazione. La soprano drammatica che era già anche in quel periodo, invece, si fa apprezzare appieno nei due atti successivi, in cui realizza come forse neanche alla Maria era riuscito quel senso di disperata ineluttabilità che deriva dal drammatico colloquio con Germont padre, qui un Mario Zanasi di semplice e forbito eloquio.
E’ un peccato che l’audio precario e i commenti di un pubblico giustamente emozionato e troppo presente nella registrazione soverchino alcuni momenti fondamentali come la lettura della lettera, ma l’‘Addio del passato’ è ben percepibile e chiude perfettamente la parabola di questa Violetta che ci fa vivere tutte le emozioni della sua vita con una semplicità ed una comunicativa mai artefatte ma sempre sincere e proprio per questo tanto commoventi.
Una prova stellare, incredibile, assolutamente perfetta, che eclissa anche la straordinaria performance realizzata in studio qualche anno dopo (forse un po’ troppo tardi, a dire il vero) sotto la bacchetta di un – per una volta – ispiratissimo Muti.
Accanto a tale grandiosa protagonista, il solido prosaicismo di Carlo Bergonzi, cantante per il quale l’aggettivo ‘bravissimo’ è sempre limitativo, ma anche solitamente avaro di emozioni. Ho sempre sostenuto che chiunque ami la voce umana e la corda tenorile in particolare, debba prima o poi ritornare ad ascoltare Bergonzi; sottintendendo peraltro – e lo dico sottovoce – che la lezione di canto sarà però controbilanciata da una certa riservatezza espressiva che, alla lunga, potrà portare al tradimento in cerca di emozioni più forti, anche a costo di imbattersi in voci assai più sguaiate. Se vogliamo, è un po’ il caso anche di questa sua prova, in cui non c’è una nota fuori posto, ma manca sia la brada impulsività del giovane stallone, sia l’affettuosa intimità che dovrebbe caratterizzare un colloquio come ‘Parigi o cara’, splendidamente cantato ma non sussurrato come ci si aspetterebbe da chi sta accanto alla donna che ama e che sta morendo.
Mario Zanasi è uno di quei famosi professionisti di quegli anni e di cui pensiamo che, se ce lo avessimo oggi, gli faremmo fare tutti i ruoli baritonali. La realtà è un po’ diversa, ovviamente, e Zanasi ce lo ascoltiamo volentieri in una parte come questa dove non sentiamo il bisogno della sentenza a dito alzato, bensì della comprensione umana di fronte ad un sopruso perpetrato per difendere il bene dei propri figli.
Nelle parti da comprimario leggiamo alcuni dei nomi storici dell’epoca, che non hanno bisogno di presentazioni e che funzionano tutti quanti al loro meglio.
La direzione di Inbal non è male: sceglie correttamente di mettersi al servizio della protagonista (e vorrei anche vedere...), ma è globalmente molto cantabile, anche se manca di ritmo nella scena a casa di Flora, che è alquanto noiosa (anche se uno spettatore, chissà perché, chiede il bis della canzone dei matadores, fortunatamente senza essere accontentato)

Categoria: Dischi

 

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