Sabato, 22 Settembre 2018

Gianni Schicchi

Aggiunto il 13 Giugno, 2018


GIACOMO PUCCINI
GIANNI SCHICCHI

• Gianni Schicchi JOSÉ VAN DAM
• Lauretta ANGELA GHEORGHIU
• Zita, la Vecchia FELICITY PALMER
• Rinuccio ROBERTO ALAGNA
• Gherardo PAOLO BARBACINI
• Nella PATRIZIA CIOFI
• Gherardino JAMES SAVAGE-HANFORD
• Betto di Signa CARLOS CHAUSSON
• Simone LUIGI RONI
• Marco ROBERTO SCALTRITI
• La Ciesca ELENA ZILIO
• Maestro Spinelloccio ENRICO FISSORE
• Ser Amantio di Nicolao ENRICO FISSORE
• Pinellino SIMON PREECE
• Guccio NOEL MANN

London Symphony Orchestra
ANTONIO PAPPANO

Luogo e data di registrazione: Londra, Luglio e Agosto 1997
Ed. discografica: EMI CDS 5 56587-2 (Trittico) {3CDS} (1999)ª; EMI Classics TOCE 55 028-30 (Trittico) {3CDS} (Japan) (1999)ª

Note tecniche sulla registrazione: ottima registrazione
Pregi: Pappano e Alagna
Difetti: Van Dam troppo serio e poco idiomatico
Valutazione finale: images/giudizi/buono-ottimo.png


Il Trittico di Pappano vien chiuso piuttosto bene da un buon Gianni Schicchi in cui, una volta di più, rifulge la dote musicale del grande direttore, che entra come una lama nella partitura eliminando tutti i bozzettismi e i riferimenti dialettali, privilegiando la cattiveria di fondo e lasciando intravedere una discreta nota di amarezza di fronte alla pochezza e all’avidità dell’essere umano.
Forse non raggiunge i vertici degli altri due pannelli, ma la sua è comunque – di gran lunga – la miglior direzione possibile di quest’opera, grazie al modo in cui alza un po’ il pedale sull’aspetto cialtronesco per privilegiare il sorriso comprensivo sull’umanità miserabile.
È comunque una direzione puntata sul Novecento e su tutti quegli aspetti che la apparentano ai grandi capolavori coevi, in testa “L’amore delle tre melarance” di Prokof’ev.
La registrazione manca purtroppo l’appuntamento con la gloria assoluta perché c’è una zeppa fondamentale alla voce protagonista perché Van Dam, quasi sessantenne all’epoca della registrazione ma vocalmente ancora in ottima forma, è purtroppo assai poco carismatico.
Corretto è corretto, niente da dire: Van Dam canta sempre bene o benissimo, è sempre molto musicale, sa quello che dice e come dirlo. Quello che manca è, purtroppo, il senso dell’umorismo sulfureo che hanno i veri interpreti di questo ruolo pieno di orgoglioso spirito cialtrone popolare. Gianni Schicchi non è un professore della Sorbona, ed è questo che invece sembra il protagonista sbozzato da Van Dam che, è vero, rifugge tutte le inflessioni nasali e i birignao di tradizione, ma non li sostituisce con nient’altro, dando invece l’idea che i cantanti belgi non siano famosi per il loro senso dell’umorismo. Van Dam è sicuramente molto più corretto vocalmente di Tito Gobbi, ma basta una sola inflessione del ben più scomposto baritono di Bassano del Grappa per sotterrare tutta l’interpretazione del professore belga, che annega nella noia.
“Era eguale la voce?” non ha nulla dello spirito sulfureo che la dovrebbe animare, e che viene evocato a pieno canale dal direttore. E la scena del testamento viene sepolta dall’evidente desiderio del cantante di non fare la figura del pagliaccio.
Ora, va bene togliere, ma solo a condizione di sostituire ciò che viene rimosso con qualcosa, non necessariamente di meglio. Qui invece si sente un bravo cantante che però non ha lo spirito del commediante: non di sicuro del guitto del popolo, ma nemmeno dell’attore di vaudeville. Sarebbe stata una buona alternativa, invece niente. Ci sono le buone maniere vocali: chi si accontenta, si accomodi.
Considerazioni analoghe si possono fare per la Gheorghiu, che – se possibile – ha ancora meno senso dell’umorismo di Van Dam. In più, Lauretta dovrebbe suggerire sensualità che cova sotto la cenere. Qui invece abbiamo una tragedienne di gran classe, che si prende molto sul serio, e che cerca di cavare preziosismi calligrafici dal “Babbino caro”, con risultati vocalmente molto buoni ma che – nella migliore delle ipotesi – lasciano alquanto freddi.
Chi invece esibisce vocalità smagliante e adeguatezza alla parte è Roberto Alagna, che viene a capo della propria pestifera parte con molta sicurezza e che ha in sé il senso dello stornello come forse nessun altro interprete della discografia. Ed è ascoltando la grande bravura di Alagna e paragonandola con la fatica di tutti gli altri che ti rendi conto di quanto sia difficile questa parte acutissima, molto scoperta non solo nel terribile stornello, ma anche nel duettino d’amore finale.
Molto bene tutti gli altri, a cominciare dalla Zita di quella grandissima, straordinaria Artista che è sempre stata Dame Felicity Palmer; e, anche in questo caso, qualche spreco come la Ciofi nel limitato ruolo di Nella
Pietro Bagnoli

Categoria: Dischi

 

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