Domenica, 17 Novembre 2019

Fanciulla del west

Aggiunto il 02 Giugno, 2007


Giacomo Puccini
LA FANCIULLA DEL WEST

• Minnie ELEANOR STEBER
• Jack Rance GIAN GIACOMO GUELFI
• Dick Johnson MARIO DEL MONACO
• Nick PIERO DE PALMA
• Ashby VITO SUSCA
• Sonora ENZO VIARO
• Trin BRENNO RISTORI
• Sid LIDO PETTINI
• Bello VIRGILIO CARBONARI
• Harry VALIANO NATALI
• Joe ENZO GUAGNI
• Happy AGOSTINO FERRIN
• Larkens GIORGIO GIORGETTI
• Billy Jackrabbit PAOLO WASHINGTON
• Wowkle LAURA DIDIER
• Jake Wallace GIORGIO TOZZI
• José Castro MARIO FROSINI
• Un postiglione ALBERTO LOTTI CAMICI


Coro del Teatro Comunale di Firenze
Chorus Master: Andrea Morosini

Orchestra del Teatro Comunale di Firenze
DIMITRI MITROPOULOS

Luogo e data di registrazione: Firenze, 15-6-1954
Ed. discografica: Myto, Arkadia (e altre), 2 CD

Note tecniche sulla registrazione: ripresa audio buona

Pregi: un terzetto di protagonisti eccelso, difficilmente ripetibile; direzione straordinaria

Difetti: nessuno

Valutazione finale: images/giudizi/eccezionale.png


A distanza di tanti anni, questa registrazione è ancora un must col suo essere un mix di violenza espositiva e di carezzevole sentimentalismo d’antan. Un quadro forse molto oleografico e didascalico, ma comunque ricco di forza e di colore: a tutt’oggi, e dopo molta acqua passata sotto i ponti, una direzione di assoluto riferimento.
Il geniale interprete del repertorio novecentesco riesce come pochi altri a cogliere perfettamente lo spirito a metà strada fra l’innovativo/sperimentale e tradizionalista che anima il lavoro pucciniano, dandogli una dignità che manca in altre esecuzioni ben più preoccupate di salvaguardare le voci messe alla frusta da una partitura carogna come poche. Ne deriva una pulsione degna in tutto e per tutto di quel western che iniziava ad affermarsi anche nei gusti cinematografici del pubblico (“Ombre rosse” di John Ford era del 1939 e aveva aperto il filone; nel 1952 c’era stata invece la consacrazione con “Mezzogiorno di fuoco” e l’eroe buono di Gary Cooper) che ormai aveva familiarizzato col genere e non aveva nessuna difficoltà ad identificarsi con un Dick Johnson sostanzialmente redento sin dall’inizio: a nessuno mai, in quest’edizione, verrebbe in mente di immaginarlo nei panni di Ramerrez sulle piste di Nina Micheltorena. Grazie all’efficace regia sonora di Mitropoulos, i valori buoni sono ben evidenti senza nessuna ambiguità: Minnie non è la puttana redenta ma è proprio la brava ragazza che legge la Bibbia la sera ai rudi minatori; Johnson è un ladro sì, ma di cuori, con la brillantina in testa e l’espressione mielosa degna di Rodolfo Valentino; e persino Rance, il cattivo, pallido, torvo Rance, non è poi quel demonio che si crede, ma un uomo di legge dignitoso innamorato senza speranza.
Non si creda, però, di aver di fronte una specie di romanzetto d’appendice: è una storia amara per le premesse, lo svolgimento in una realtà che suona degradata e triste, e per il famoso happy end così lontano dalla poetica pucciniana. Ciò che è evidente è la precisa distinzione dei ruoli, senza ambiguità né incertezze, grazie anche alle solari caratterizzazioni di tenore e soprano al meglio delle loro possibilità, ciò che permise a Mitropoulos la riapertura del taglio di sedici battute del duetto del secondo atto, quello di cui lo stesso Puccini diceva che…ci voleva gola!
Eleanor Steber aveva circa 38 anni ed era in forma vocale spettacolare: nessun’altra in tutta la scarna discografia del ruolo riesce ad essere alla sua altezza non solo per la spavalda sicurezza con cui affronta la parte (compresa anche l’ispida coloratura di “Oh se sapeste”) ma anche per la perfetta adesione ad un personaggio ingenuo e spavaldo allo stesso tempo, ricco di affettuosità ma anche di violenza espressiva, sempre credibile sia nei pochi squarci lirici che in quelli più declamatori.
Di fronte le sta Big Mario, anch’egli al top delle proprie straordinarie possibilità, capace di entusiasmanti fiondate all’acuto ma anche di squisite introflessioni che non sempre era in grado o in animo di mostrare.
Come lui, forse solo Barioni con la Olivero (non di sicuro Corelli sin troppo piagnucoloso): virile, spavaldo, sentimentale, mai lacrimevole; in una parola, affascinante. La voce è veramente una folgore.
Al di là dei momenti solistici, per entrambi molto ben resi, quello che rende particolarmente elettrizzante il riascolto di quest’edizione sono i duetti: quello del primo atto, con reminiscenze dolci e malinconiche, con un tono di amarezza di fondo quanto mai appropriato; quello del secondo atto, con le famose sedici battute finali, assolutamente esaltanti (non è l’unica edizione a riproporle, ma l’altra non è propriamente raccomandabile); e, ovviamente, quello del finale secondo che non comprende Del Monaco, ma che in compenso vede impegnati una Steber al calor bianco e Gian Giacomo Guelfi che di Rance ha sempre fatto un’icona personale, superando quelle ruvidezze che lo hanno sempre escluso dall’eletto parterre dei baritoni grand-seigneur. Guelfi compare spesso nella discografia ufficiale e non di Fanciulla, e una ragione c’è: è un ruolo che gli si attaglia alla perfezione e del quale è uno dei pochissimi interpreti veramente attendibili, in cui si coniuga in una miscela di raro equilibrio severità d’espressione, spavalderia, signorilità di provincia e un minimo quid di sentimentalismo; per rendersene conto basta ascoltare l’introversa, burbera dolcezza di “Minnie, dalla mia casa son partito”, ma anche l’angosciata supplica nella scena della partita a carte “Che ha che tu l’adori?...” (Sherrill Milnes, altro Rance di primissimo ordine, lo fa percepire quasi come un inciso, ed è intuizione teatrale geniale).
Eccellente la schiera dei comprimari: dal Nick dell’immarcescibile De Palma, all’asciutto e scabro Wallace di Giorgio Tozzi, al simpatico Sonora di Viaro, tutti uniti a formare una squadra affiatatissima con ben pochi riscontri nella scarna discografia di questo lavoro.
La registrazione, infine, è complessivamente più che godibile.

Categoria: Dischi

 

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