il rapporto fra spartito e interpretazione

problemi estetici, storici, tecnici sull'opera

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Messaggioda VGobbi » ven 04 mag 2007, 19:25

beckmesser ha scritto:Mi viene in mente l’orrendo pasticcio (mi riferisco ovviamente alla versione, non all’esecuzione) di Pappano qualche anno fa, con il suo Don Carlos che mescolava in modo assurdo diverse versioni e stesure, e che pure veniva presentato come “versione originale in francese”…

Mi domando con quale diritto? Forse divino? All'arroganza non c'e' mai fine. Certo che questo Boris e' piu' di un semplice rompicapo e forse dovremmo rassegnarci che non esiste una versione definitiva curata dal compositore.
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Messaggioda MatMarazzi » sab 05 mag 2007, 13:50

beckmesser ha scritto: c’è l’atto polacco (vers. 1872) ma anche quello di S. Basilio (vers. 1869) e finisce con la morte di Boris, senza la foresta di Kromj.


Bene, grazie mille Beckmesser.
Così abbiamo appurato che non si tratta della versione 1872 a cui siamo abituati, ma effettivamente di un’altra cosa, come diceva Michael.
Ora resta da vedere se quest’altra “cosa” consista semplicemente in un nuovo assemblaggio di scene già note (come paventa Beckmesser) o se c’è di più.
Non mi resta che unirmi al coro di postulanti :D che invoca la videoregistrazione dello spettacolo


beckmesser ha scritto: quanto è lecito per un curatore/esecutore intervenire su un testo di cui un autore ha lasciato diverse versioni, creandosene una secondo i propri gusti?


E’ un problema estremamente interessante, Beckmesser.
Non credo che esista una sola regola: per quanto mi riguarda tutto è lecito in teoria.
Soprattutto in rapporto alle convenzioni e alle consuetudini di ogni epoca.
Quanto Berlioz portò a nuova vita l’Orfeo lo fece secondo i propri gusti, anche riscrivendolo, ma d’altro canto, se non ci fosse stato lui l’opera e il suo autore avrebbero conosciuto una ben diversa fortuna novecentesca.
Per la stessa ragione io sono affezionatissimo al Boris di Rimsky (che per altro amo molto), anche se oggi – obbiettivamente – ritengo insensato eseguirlo.

Secondo le tendenze attuali, mi pare già un bel fatto che di fronte a opere particolarmente complesse (il Don Carlos, appunto, o il Boris, o l’Orfeo) siamo giunti ad ammettere che versioni “diverse” di una stessa opera sono anche opere diverse.
Per esempio, oggi non esiste più il Don Carlo, ma – grosso modo - una prima versione (Parigi) e – grosso modo - una seconda (Vienna-Milano-Modena).
In realtà non è così: ogni recita, praticamente, cambiava qualcosa della precedente.
Più che di versione del 67 o dell’84 dovremmo infatti parlare di due “famiglie di edizioni diverse” ricche ognuna delle sue belle varianti.

Il problema resta aperto quando si tratta di scegliere fra le diverse varianti di una data “famiglia”.
In base alle attuali convenzioni, mi sembra che questo problema debba restare in mano al curatore/interprete (fermo restando che noi possiamo condividerlo oppure no, esattamente come le scelte di tempo o di sonorità).

Ad esempio, non può che spettare all’interprete/curatore il diritto di inserire o meno i brani parigini del don Carlos espunti dallo stesso Verdi; qualunque motivazione tu dia a favore o contro il loro inserimento sarà sempre di natura “soggettiva”. Ed è inutile citare Verdi o pensare di metterci al suo posto: Verdi quelle scene le aveva composte. Verdi quelle scene le aveva espunte.
Se prendiamo la seconda versione, è ancora all’interprete/curatore che spetta il diritto di scegliere la lingua italiana piuttosto che il francese o di inserire o meno il primo atto. Tutte le ragione che mi esporrai (perché so che lo farai :lol: ) a favore dell’una o dell’altra prassi saranno ragioni validissime ma soggettive, di giudizio estetico, in pratica “di gusto”.
E se il gusto è il criterio nostro, allora dobbiamo consentirlo anche a un direttore.
Così almeno la penso io….
No?

Salutoni,
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Messaggioda Riccardo » lun 08 ott 2007, 16:27

MatMarazzi ha scritto:
teo.emme ha scritto: Discorso diverso sarebbe il riproporre oggi tali arbitri, allora sì bisognerebbe scandalizzarsi. Ecco perchè mi schifa Oren che taglia senza pietà Sonnambula, mentre comprendo e accetto i tagli di incisioni degli anni '50 e '60 (a parte poi il fatto che magari allora cantavano la Callas o la Sutherland e quindi il taglio di un da capo o di un recitativo assume rilievo marginale).


Parole sante! :)
Non c'è veramente nulla da chiosare! :)

A me non convince così tanto questa tesi per cui i tagli degli anni '50 e '60 sarebbero da accettare storicamente.
Perché storicamente si può accettare praticamente tutto, già solo per il fatto che è esistito :(
Anche lo stesso Oren sforbiciatore di oggi, ma non solo lui.
Non va dimenticato che è tutt'ora rarissimo sentire un'opera di Donizetti senza tagli, a partire dall'incrostatissima Lucia che in tutti i più grandi teatri va ancora in scena coi tagli di tradizione. E la cosa assurda è che ciò avviene anche in presenza di artisti che dell'apertura dei chicchirichì potrebbero avvantaggiarsi.

La questione testuale è davvero spinosa, e non solo per questo repertorio.

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Messaggioda beckmesser » lun 08 ott 2007, 16:51


Citazione:
Ps: sarebbe molto interessante una discussione sulle "rielaborazioni".


Questo sarebbe un GRANDE tema.
E le evoluzioni del rapporto testo-rappresentazione sono un chiave basilare della storia interpretativa.


Concordo che allo stato attuale il discorso delle rielaborazioni (e, più in generale, delle edizioni) è uno dei più interessanti, ma credo che per affrontarlo sia necessario tenere presente che la piena coscienza della differenza fra edizione e rielaborazione è qualcosa di molto recente (ed intendo proprio qualche decennio).

A questo proposito vi segnalo, nel caso non vi sia ancora capitato fra le mani, il più recente libro di Philip Gossett (“Divas and scholars: performing Italian opera”, per ora è solo in lingua originale, ma è già annunciata l’uscita dell’edizione italiana). Per oltre 600 pagine (per inciso, divertentissime, dato che vengono fatti costanti riferimenti a spettacoli dei nostri giorni) Gossett analizza proprio lo stato (problematico, per usare un eufemismo) della definizione di “edizione originale” e di “rielaborazione” dei maggiori capolavori del repertorio italiano (per inciso un capitolo, “Serafin’s scissors”, affronta il problema dei tagli e della loro correttezza filologica: per me, integralista intransigente, è stato molto istruttivo…). Tanto per riprendere un esempio citato sopra (l’Assedio di Corinto di Schippers), il problema sono di certo (almeno in parte) le interpolazioni e le mescolanze di diverse versioni operate dal direttore americano, ma resta il fatto che ancora oggi non è dato sapere quale sia la versione “originale” di quest’opera: pare che persino la Fondazione Rossini non abbia bene idea su come pubblicare l’edizione critica di quest’opera, la cui unica fonte sembra essere la prima edizione a stampa di Troupenas, zeppa di errori e di assurdità che impongono (volenti o nolenti) una “rielaborazione” da parte del direttore di turno, come la recente edizione-pasticcio al festival di Pesaro ha dimostrato. Intendo dire: se persino oggi abbiamo problemi a definire qual è la versione “originale” di molti dei principali capolavori del repertorio, figuriamoci quale doveva essere la posizione dei vari Gui, Schppers, Solti negli anni ’60 o giù di lì…
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Messaggioda teo.emme » lun 08 ott 2007, 20:24

Riccardo ha scritto: A me non convince così tanto questa tesi per cui i tagli degli anni '50 e '60 sarebbero da accettare storicamente.
Perché storicamente si può accettare praticamente tutto, già solo per il fatto che è esistito :(
Anche lo stesso Oren sforbiciatore di oggi, ma non solo lui.
Non va dimenticato che è tutt'ora rarissimo sentire un'opera di Donizetti senza tagli, a partire dall'incrostatissima Lucia che in tutti i più grandi teatri va ancora in scena coi tagli di tradizione. E la cosa assurda è che ciò avviene anche in presenza di artisti che dell'apertura dei chicchirichì potrebbero avvantaggiarsi.

La questione testuale è davvero spinosa, e non solo per questo repertorio.

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Beh, non è questione di accettare o di giustificare (anche per me il taglio è in sè sbagliato), ma di comprendere che questo era l'usanza dell'epoca e che allora era impensabile fare diversamente. Non giustifico assolutamente, sbagliavano anche allora, s'intende.. Ma ora sarebbe diverso: ora ci sono tutti gli strumenti necessari, le edizioni critiche, le varianti. Non ha più senso tagliare (ovviamente a volte è colpa di cantanti non in grado di reggere la parte - ma allora per me meglio sarebbe tagliare il cantante). I tagli di oggi sono spesso incomprensibili: Oren taglia a prescindere, senza motivo, e a caso (in linea con le sue nulle capacità artistiche), la Traviata scaligera è stata martoriata da Maazel con tagli assurdi e raffazzonati e con riscritture degne della peggior tradizione, il Lohengrin di Gatti era tagliato pure..insomma, che senso ha oggi? Nessun senso credo.

Negli anni 50/60 la situazione era diversa, e si sbagliava anche allora, ma era la prassi. Con alcune rare eccezioni, tutte le produzioni dell'epoca erano accorciate..e pertanto bisogna comprendere questo dato di partenza assolutamente incancellabile e oggettivo.

E' interessante poi, leggere cosa ne pensavano i diretti interessati, cioè gli autori, in merito a tagli e adattamenti. Verdi prescriveva addirittura contrattualmente l'integrità assoluta del testo, vietava abbassamenti di tono (celebre il caso di "Celeste Aida") e proibiva puntature e cambi di tempo addirittura, tanto da minacciare di adire a via legale verso i teatri che non si fossero attenuti alle sue prescrizioni (purtroppo gli sforzi furono vani, vista l'impossibilità dell'autore di seguire ogni messa in scena, e visto il disinteresse di Casa Ricordi, preoccupata solo dei denari che quelle opere fruttavano). Di Donizetti esistono lettere infuocate contro teatri e cantanti che sostituivano arbitrariamente brani, o li abbassavano o li tagliavano. Rossini idem, anche se con ironica rassegnazione (si dice che quando il direttore dell'Opéra gli comunicò tutto entusiasta che avrebbero rappresentato l'Atto II del Guglielmo Tell, Rossini, ormai in età avanzata e abituato ad ogni genere di scempio sulle sue opere, rispondesse con ironico stupore: "Come? L'INTERO secondo atto!?!"). Tutto ciò è tramandato in lettere e resoconti che chi sostiene la legittimità di certa tradizione, insiste ad ignorare...

Comunque il discorso è davvero complesso.
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Messaggioda teo.emme » lun 08 ott 2007, 20:31

beckmesser ha scritto: Concordo che allo stato attuale il discorso delle rielaborazioni (e, più in generale, delle edizioni) è uno dei più interessanti, ma credo che per affrontarlo sia necessario tenere presente che la piena coscienza della differenza fra edizione e rielaborazione è qualcosa di molto recente (ed intendo proprio qualche decennio).


Vero, è discorso difficile e molto tecnico, ma io non mi riferivo tanto a questioni editoriali e critiche (quali la predisposizione di un testo autentico, la ripulitura di certa prassi, le varianti, etc...) quanto alle grandi rielaborazioni di compositori che, adattando opere molto risalenti nel tempo, allora semi scomparse, ne hanno permesso la riscoperta o garantito la sopravvivenza. Mi riferisco al Boris Godunov orchestrato da Rimsky-Korsakov, al Gluck revisionato da Berlioz, al Bach di Schumann, all'Idomeneo e all'Ifigenia rielaborati da Strauss, al Weber completato da Mahler, anche Monteverdi nelle rielaborazioni di Orff e in quelle di Henze.
teo.emme
 

Messaggioda MatMarazzi » lun 08 ott 2007, 22:01

Riccardo ha scritto:A me non convince così tanto questa tesi per cui i tagli degli anni '50 e '60 sarebbero da accettare storicamente.
Perché storicamente si può accettare praticamente tutto, già solo per il fatto che è esistito :(


So bene che su questo punto, Ric, sei un po' talebano. :)
ll rapporto opera-pubblicazione-tradizione-rappresentazione è una delle più affascinanti e multiformi espressioni della storia operistica.
Tranciare un segno "sbagliato" su ciò che (oggi!) non condividiamo più è limitante.
Proprio come l'evoluzione della tecnica di canto, proprio come l'allargamento del repertorio operistico a generi che con l'opera non c'entravano nulla (dalle cantate, alle passioni, persino il musical antico: tutto oggi si vede nelle stagioni d'opera), proprio come le prassi filologiche, il diapason, gli strumenti moderni o antichi... anche il rapporto col testo passa attraverso "convenzioni" che sono importantissime e interessantissime, ma interessanti proprio nel loro fluire storico.
Come diceva Teo.Emme (e alla fin fine anche Beckmesser) non me la stento di rimproverare una storia plurisecolare di rapporti testo-esecuzione per una questione di principio (il rispetto dell'autore).

Tanto per fare un esempio: io (oggi!) non ammetterei mai di sentire un'opera tradotta: SOLO in lingua originale, fosse anche russo o ceco.

La spaccio per una atto di supremo e doveroso rispetto all'autore... in realtà è solo una convenzione nella quale, è vero, mi riconosco pienamente.
E che non mi costa nemmeno troppa fatica.

Eppure nel cinema, nella letteratura mi vanno benissimo le traduzioni e addirittua i doppiaggi (che sono snaturanti mille volte più di un taglio).
Incoerenza?
No, è solo un'altra convenzione (per cui, chissà perchè il rispetto dell'autore va a balengo) dovuta al fatto che quando vado al cinema o leggo un libro il linguaggio è molto più complesso, indecifrabile rispetto all'opera e ...più veloce (un libretto con testo a fronte e un sottotitolo a teatro sono molto meglio fruibili che in un libro o in un film).

Quando (e non ci vorrà molto) i nostri nipotini parleranno l'inglese molto meglio dell'italiano, qualcuno di loro si scandalizzerà perché quei "cialtroni dei nonni" guardavano i film di Hitchkock doppiati in italiano! E leggevano Joyce in traduzione!!
ORRORE!!!! :)

Salutoni
Matteo

PS: l'argomento è stupendo! continuate così!
E tu Beckmesser tienici informati su quando uscirà il libro di Gosset in ...traduzione italiana! ;)
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Messaggioda Riccardo » lun 08 ott 2007, 23:22

MatMarazzi ha scritto:Eppure nel cinema, nella letteratura mi vanno benissimo le traduzioni e addirittua i doppiaggi (che sono snaturanti mille volte più di un taglio).
Incoerenza?

A te vanno benissimo Matt! Ma un appassionato di cinema come noi lo siamo di opera non si sognerebbe mai di vedere un film di Orson Welles o di qualunque altro storico attore con il doppiaggio.
O meglio, non si sognerebbe mai di non guardarlo anche in originale e eventualmente di ragionare sul doppiaggio come un altro pezzo della creazione artistica, slegata comunque dalla matrice originale del film.

Ecco che l'appassionato di cinema vorrà sentire le voci originali perché sono quelle VERE, associate alle immagini. Magari le vedrà con i titoli se non conosce la lingua, ma intanto afferrerà il fraseggio, lo stile e le inflessioni autentiche degli attori (e se non sono gli stessi attori che recitano, chi previsto dal regista per la parte parlata). Le sovrapposizioni tradotte, utilissime, a volte anche di altissima levatura artistica, saranno altra cosa dal film originale.

La questione del doppiaggio è molto insidiosa; può snaturare o comunque alterare, in meglio o in peggio, un'interpretazione; la può dissociare.
Puoi facilmente ripensare a Della Jones cantare sopra la Von Otter, se non ricordo male il tuo esempio :)

Per non parlare poi dei lungometraggi animati, dove il doppiaggio riveste un peso ancora maggiore! Il discorso sarebbe lunghissimo, interessantissimo e fuori tema, ma pensa ai capolavori Disney ai quali viene rifatto oggi il doppiaggio per renderei personaggi più attraenti al pubblico moderno (in particolare infantile).

Certo che tutto questo snatura molto di più i testi rispetto ai tagli nell'opera.
Ma il punto che io contesto non sono tanto i tagli in sé, quanto quelli fatti senza motivo. Un taglio per serie ragioni interpretative, registiche mi sta bene. Il problema è che alcuni interpreti del belcanto continuano ad effettuare questi tagli "di tradizione", che sono ingiustificati proprio perché di tradizione.
"Taglio perché una volta tagliavano".

L'alterazione del testo, in questo modo, non diventa un codice espressivo nei confronti del pubblico, ma è incrostazione che altera la sostanza della musica.

Certo Matteo, l'argomentazione che, in fondo, tutto appartiene al fluire e al mutare dei momenti e dei gusti la puoi sempre portare.

Così però, (e tanto più) devi farti anche piacere la Carmen della Baltsa e la Tosca di Pavarotti. :)
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Messaggioda teo.emme » lun 08 ott 2007, 23:43

Riccardo ha scritto: Ma il punto che io contesto non sono tanto i tagli in sé, quanto quelli fatti senza motivo. Un taglio per serie ragioni interpretative, registiche mi sta bene. Il problema è che alcuni interpreti del belcanto continuano ad effettuare questi tagli "di tradizione", che sono ingiustificati proprio perché di tradizione.
"Taglio perché una volta tagliavano".

L'alterazione del testo, in questo modo, non diventa un codice espressivo nei confronti del pubblico, ma è incrostazione che altera la sostanza della musica.


In questo senso sono d'accordissimo con te, e mi iscrivo pure io tra i "talebani" (se proprio si voglion chiamare così) dell'integrità testuale. Il taglio, oggi soprattutto, è sempre ingiustificato, a maggior ragione se è imposto dal regista. L'opera si basa su un testo scritto, non è un canovaccio da commedia dell'arte. E da quel testo non si dovrebbe prescindere. Stesso discorso per la "tradizione" (Furtwangler disse che la tradizione è l'ultimo brutto ricordo dell'ultima brutta recita a cui si assiste...e in fondo ha ragione), tagliare oggi la scena della torre in Lucia di Lammermoor è pura idiozia, così come tagliare le cabalette di Leonora nel Trovatore, o le seconde strofe delle arie di Violetta, o tutti, dico TUTTI, i duetti baritono/tenore della Forza del Destino (come fece quello pseudo direttore di Oren a Genova).

Ma se guardo a produzioni e incisioni di 50 anni fa non posso usare lo stesso metro di giudizio per ciò che riguarda l'integrità testuale. Allora nessuno si poneva il problema, anzi, non era per nulla un problema. E allora che fare? Rifiutare le incisioni della Callas in blocco perchè tagliate? Non credo.

Si deve aver un approccio storicista, e contestualizzare quei tagli - che restano brutti, sbagliati e censurabili - in un'epoca in cui erano scontati. Certo ci sono eccessi ingiustificabili anche per l'epoca: la Bolena con Callas/Gavazzeni è poco più di una selezione. Ma anche la tanto celebrata Semiramide con la Sutherland è martoriata da tagli eccessivi.

Io non difenderò mai i tagli - che come potete leggere dai miei precedenti interventi, venivano proibiti dagli stessi autori - ma mentre quelli di oggi sono ingiustificabili, quelli del passato sono comprensibili in un'ottica storica. Tutto qui.

Poi sul fatto che oggi certi scempi gridano vendetta e che sarebbe ora di presentare le opere integralmente (soprattutto il belcanto. che è il più martoriato), e che certa becera tradizione andrebbe cassata senza pietà, siamo tutti d'accordo.

Un'ultima considerazione: allora, pur se tagliate, le opere venivano interpretate da gente come la Callas, Sutherland, Gencer, lo stesso Gavazzeni, tagliatore spietato, ma grande direttore etc.... oggi, oltre al taglio, ci dobbiamo cuccare pure mediocri cantanti e battisolfa del livello di Oren...
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Messaggioda Riccardo » mar 09 ott 2007, 0:01

teo.emme ha scritto:Rifiutare le incisioni della Callas in blocco perchè tagliate? Non credo.

Non credo nemmeno io.

Ma se devo proprio essere sincero sincero, quando ho voglia di sentire qualcosa che mi soddisfi davvero in questo repertorio, la Callas per forza di cose la lascio stare.
Storica fin che vogliamo (e sono il primo a sostenerlo), ma mancano dei pezzi... Diamine mancano dei pezzi!! Mica è uno scherzo!

La cosa che più mi fa arrabbiare è che la Callas, li avesse fatti tutti i pezzi, mica sarebbe stata meno brava o non avrebbe potuto perseguire la sua interpretazione dei personaggi!

Perché poi io non parlo solo e, forse nemmeno tanto, dei numeri interi, quanto proprio di quegli odiosi taglietti che sono vere e proprie incrostazioni ereditate dai battisolfa d'inizio secolo: scelte stupide e insignificanti tantopiù perché piccole. Parlo di due battute qui e due là che prolungano il respiro di una cadenza o di un concertato (sentirne uno intero di Donizetti è impresa quasi disperata).
E non sono nemmeno imputabili al regista, perché la maggioranza nemmeno se ne accorge.

teo.emme ha scritto:Il taglio, oggi soprattutto, è sempre ingiustificato, a maggior ragione se è imposto dal regista.

Tutto sommato io qui sono più morbido. Se la mano del regista è geniale, ma geniale davvero, io sarei quasi disposto ad accettarlo.
Il discorso è che non avviene praticamente mai, perché questo stesso repertorio - con la scusa che il belcanto basterebbe a sé stesso - è quello più solitamente martoriato da regie inesistenti (Miller), coreografiche (Pizzi&co.), effettistiche (De Hana), o scandalistiche (alla tedesca).
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Messaggioda teo.emme » mar 09 ott 2007, 0:21

L'esempio della Callas era, appunto, solo un esempio tra i tanti.

Certo anche a me infastidiscono quei tagli, a maggior ragione - come dici bene tu - perchè quei tagli sono fatti per cantanti come la Callas, la Sutherland..che ben avrebbero potuto reggere l'opera integrale. Spesso poi erano incise in studio, quindi il problema della lunghezza o dell'affaticamento, neppure dovrebbe porsi.

Spiace, è vero, ma purtroppo resta così. In questo caso mi accontento (si fa per dire) e comprendo che storicamente non si poteva chiedere di più.

E' inteso che resta uno sbaglio! Voglio essere chiaro.

Ben pù grave è però, farlo oggi...quando nulla lo può spiegare!!!!

Ps: anche io, tra i tanti tagli, detesto maggiormente quelli fatti all'interno del numero musicale..sono i più fastidiosi e subdoli!

Sui tagli imposti dal regista io, invece, sono intransigente: per me sono intollerabili. Il regista si occupi di mettere in scena quello che è scritto, e se non ha idee per sfruttare tutta la musica composta, allora forse è meglio che cambi mestiere, no?
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Messaggioda beckmesser » mar 09 ott 2007, 9:47

Tanto per fare un esempio: io (oggi!) non ammetterei mai di sentire un'opera tradotta: SOLO in lingua originale, fosse anche russo o ceco.

La spaccio per una atto di supremo e doveroso rispetto all'autore... in realtà è solo una convenzione nella quale, è vero, mi riconosco pienamente.


Mah, su questo ho qualche perplessità… O meglio, in linea teorica sono d’accordo, ma in pratica ho il sospetto che con la rigorosa fedeltà linguistica ormai invalsa ci siamo persi più di quanto si è guadagnato, nel senso che intere “tradizioni” (termine orrendo, ma non mi viene di meglio) esecutive, con riferimento a determinati repertori, si sono perse. Voglio dire, abbiamo dovuto aspettare un’incisione di Domingo per ri-accorgerci che Tristan può essere cantato con stile diverso da quello invalso finora e più vicino a moduli, diciamo così, italiani. Allo stesso modo, per riallacciarmi a quanto discusso altrove, è vero che nessuno ha finora dimostrato che Clitemnestra può essere cantata con stile “belcantista”, ma è anche vero che nessuna grande “belcantista” ci ha mai seriamente provato, e ciò per il semplice motivo che nessun mezzosoprano abituato a incassare milioni cantando Eboli, Azucena o Santuzza si sarebbe mai messo a studiare la parte in lingua originale. Eppure, la curiosità di cosa una tizia come la Verrett avrebbe cavato da quel personaggio a me resta…

Anche perché, in fin dei conti, l’idea che le proprie opere fossero tradotte era accettata (e non subita) persino da gente come Wagner, non proprio malleabile in termini di difesa delle proprie opere. Proprio in questi giorni mi è ricapitato sotto mano un epistolario di Strauss e mi sono imbattuto in una lettera che mi era sfuggita. Strauss descrive un’esecuzione del Tristano a Bologna (era la prima italiana, diretta da Martucci…) e scrive: ”Una cosa è degna di nota: tutti gli elementi di belcanto che esistono in Tristan non mi si erano mai rivelati e mai ne ho avuta chiara coscienza come a Bologna. Non so se questo sia dovuto alla lingua italiana, oppure alla magnifica maniera di legare e al canto d’alta scuola che rende intelligibile anche la minima parola del testo, ma certo, a dirla in breve, l’intero Tristan di Bologna mi è apparso la più splendida opera belcantistica che esista”. Temo che questa componente si sia abbastanza persa…
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Messaggioda MatMarazzi » mar 09 ott 2007, 10:37

beckmesser ha scritto:che ... sia necessario tenere presente che la piena coscienza della differenza fra edizione e rielaborazione è qualcosa di molto recente (ed intendo proprio qualche decennio).


Mi aggancio al tuo discorso, Beckmesser, per tentare di dire quello che intendo sottolineando la relatività delle convenzioni che regolano il rapporto fra lo spartito (e il libretto) e l'esecuzione "interpretativa" che ad esso si ispira.

Quello che vorrei sottolineare è che in realtà l'allestimento di un'opera (o di una sinfonia, o di una pièce teatrale), insomma ciò che per semplicità chiamiamo "interpretazione", è in realtà un atto creativo autonomo a tutti gli effetti.
Esso produce segni (nel caso di un'opera suoni e immagini in successione) che prima non c'erano.
Prima c'erano segni di altra natura (segni scritti).

Lasciamo perdere per un attimo la complessità e la mutevolezza di questi segni scritti (come dicevi tu stesso, il problema è serissimo: non è sempre facile - come per noi adesso, con le nostre belle edizioni critiche - leggere "bene" i segni scritti dell'autore).
Ma concentriamoci piuttosto sul fatto che comunque, anche disponendo di un testo scritto chiarissimo e filologicamente indiscutibile, l'atto "creativo" di un interprete (che - lo ripeto - "crea" segni nuovi) resta fondamentalmente autonomo rispetto al testo da cui parte, o per lo meno.... regolato da convenzioni che variano a seconda dei tempi e delle epoche e che vanno storicamente inquadrate e comprese.

Purtroppo la generale tendenza è quella di scambiare le convenzioni di oggi (quelle a cui abbiamo giustamente aderito) per "leggi" universali.
E' una tendenza diffusissima in tutte le epoche.

Ma farei un esempio.


Cinquanta/ottanta anni fa il rispetto dello spartito era più libero, i tagli praticati, i libretti tradotti...
in compenso nessuno si sarebbe sognato di ambientare una vicenda in epoche diverse da quelle prescritte dal librettista (le convenzioni di allora non lo avrebbero permesso).
Oggi invece una convenzione largamente diffusa e accettata (da me, per esempio e penso anche da te e da moltissima gente) consiste nel lasciare mano libera al regista nella ricontestualizzazione della vicenda, nella manipolazione dei registri, nell'alterazione anche profonda dei contenuti.
La prassi è tanto più sorprendente quando ad avallarla sono i più estremisti dei direttori "filologici" coma Jacobs fanatici del segno scritto, cultori dell'edizione critica, esegeti della prassi storica (altre convenzioni del nostro tempo) e che poi si appoggiano invariabilmente alle messinscena più estremiste e sconcertanti.

Ma è veramente un'incorenza?
Così sostengono in genere i "passatisti", ossia quelli legati alle convenzioni del passato, i quali non sentono affatto il bisogno di strumenti originali e rielaborazioni filologiche e meno ancora di regie meta-interpretative.
Opposto (ma secondo me ugualmente discutibile) è l'atteggiamento dei "presentisti" che rimproverano con eguale disinvoltura alle interpretazioni del passato lo scarso rispetto del testo e la... banalità rassicurante degli allestimenti scenici! :)

L'unica seria risposta all'apparente incoerenza è nelle varie convenzioni che vengono di volta in volta adottate dalla comunità dei fruitori.
L'unica incoerenza vera è in chi (passatista o presentista) trasforma le convenzioni del suo tempo (a cui ha aderito senza alcun merito, semplicemente lasciandosi trasportare dalla corrente storica) in "leggi" universali che dovrebbero regolare il mondo dell'opera e nella fattispecie quell'affascinante processo creativo che è la trascodificazione di segni letterali in atto teatrale.

Resta il fatto che le convenzioni non sono mai "arte".
E che è (per me) mille volte meglio una grande intepretazione che non segue le convenzioni (o che segue quelle della propria epoca) piuttosto che una brutta interpretazione scrupolosissima nell'aderire ai precetti in voga.

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Messaggioda MatMarazzi » mar 09 ott 2007, 11:00

Riccardo ha scritto:A te vanno benissimo Matt! Ma un appassionato di cinema come noi lo siamo di opera non si sognerebbe mai di vedere un film di Orson Welles o di qualunque altro storico attore con il doppiaggio.


Ma non è vero, Ric! :)
L'appassionato di cinema di oggi si vede un'enorme quantità di film doppiati, mentre noi appassionati d'opere non sentiamo praticamente più in nessun teatro un'opera tradotta (a meno che certe dive non abbiano voglia di studiare Jenufa in ceco! :) )
E se questo è vero oggi, figurati dieci anni fa, quando non esistevano i comodi e rassicuranti DVD con i sottotitoli in settemile lingue diverse.
E poi vorresti dire che uno non può amare la letteratura se non legge i testi tutti in edizione critica e in lingua originale (che invece gli operomani di oggi sono abituati a pretendere)?

Insomma, ammetti che queste diverse forme artistiche sono tuttora regolate da convenzioni diverse.

Ora ti faccio una domanda.
Ti capiterà di andare al cinema con i tuoi amici, naturalmente.
E ovviamente vedrai i film doppiati.
Sinceramente ogni volta che esci dal cinema gridi allo scandalo?
Ti metti a fare il pistolotto ai tuo compagni di serata su.. quanto è importante la lingua originale, su quanto sia necessario alla comprensione del film....
Rispondo io: no!
O magari lo farai una volta, quando - nel bar dopo il cinema - tu e i tuoi amici capitate a parlare dell'argomento.

Metti invece di andare all'opera a vedere un Tannhauser in "italiano".
Lì si che urlaresti allo scandalo.
Lì si che faresti pistolotti di mezz'ora sotto i portici della Scala sulla mostruosità appene perpetrata... sull'assurdità indecente di simili operazioni oggi!
Come minimo verresti qui sul forum a scrivere dieci post sull'assassioni di Wagner!

E tutto non per altro, ma perché le convenzioni accettate per la fruizione del cinema e quelle dell'opera sono diverse.
In futuro cambieranno, e dopo cambieranno ancora, è il loro destino.

Ma il punto che io contesto non sono tanto i tagli in sé, quanto quelli fatti senza motivo. Un taglio per serie ragioni interpretative, registiche mi sta bene.


Io invece contesto il taglio in sè!
Vorrei sentire solo edizioni ultraintegrali, su strumenti originali, col diapason originale e con gli stilemi esecutivi che (oggi) riteniamo quelli giusti.
Ma affermo che questa non è la legge! E solo una convenzione che NON HO CREATO IO, ma tipica del mio tempo, a cui mi sono perfettamente assuefatto e che amo.

Il problema è che alcuni interpreti del belcanto continuano ad effettuare questi tagli "di tradizione", che sono ingiustificati proprio perché di tradizione.

la Tradizione è una cosa nobilissima, che si fonda su evoluzioni e strappi.

"Taglio perché una volta tagliavano".

Non è molto diverso da "non taglio perchè oggi va di moda non tagliare"
Sono punti di vista che possiamo sposare o rigettare. In tutti i casi sono scelte (degli interpreti ma anche nostre). Non dogmi.
almeno per come la vedo io.

Certo Matteo, l'argomentazione che, in fondo, tutto appartiene al fluire e al mutare dei momenti e dei gusti la puoi sempre portare.
Così però, (e tanto più) devi farti anche piacere la Carmen della Baltsa e la Tosca di Pavarotti. :)


E questo chi l'ha detto?
L'affermazione della relatività delle convenzioni non significa che non esistano chiavi di lettura e di valutazione.
Guarda che le convenzioni servono proprio a questo. Ad avere punti di riferimento (non postulati o teoremi) da cui partire per analizzare l'oggetto.
Certo che se valuti un oggetto del passato con le convenzioni di oggi, sei destinato a non goderne... ma di questo abbiamo già LUNGAMENTE discusso! :)

Salutoni
Matteo
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Messaggioda MatMarazzi » mar 09 ott 2007, 11:23

beckmesser ha scritto: in linea teorica (sulla lingua originale) sono d’accordo, ma in pratica ho il sospetto che con la rigorosa fedeltà linguistica ormai invalsa ci siamo persi più di quanto si è guadagnato, nel senso che intere “tradizioni” (termine orrendo, ma non mi viene di meglio) esecutive, con riferimento a determinati repertori, si sono perse.


Carissimo Beck (posso chiamarti così?) :)
mai essere contestato mi ha fatto più piacere. :)

Perchè è vero: le convenzioni non sono mai completamente giuste o compeltamente sbagliate, sono sempre frutto di esigenze storiche serie e rispettabili.
E quindi la convenzione di tradurre le opere era (in passato e in certi contesti) ugualmente rispettabile di quella (attuale) di lasciarle in lingua originale.

Potrei andare oltre rispetto alle tue interessantissime osservazioni e farti l'esempio del Verdi come veniva cantanto in Germania fra le due guerre: i nostri poveri italiani sparivano al confronto, anche i migliori.
E tutto questo si è perso con la prassi della lingua originale...

Poi ci sono i casi assurdi anche oggi, per cui - intolleranti sulla lingua originale - tolleriamo di sentire Medea in italiano, considerato che quella che noi sentiamo è in realtà l'elaborazione in tedesco di un'opera in francese.

E ciononostante io sposo la covenzione della lingua originale. Mi ci riconosco (hic et nunc), con tutti i suoi limiti.
E' parte del mio tempo e del mio modo di fruire (oggi) dell'opera.

Salutoni
Mat

PS: anche la questione del Wagner all'italiana è interessante.
Fu anticipata da un trhead su Borgatti ma si potrebbe riprendere!
Esistono tantissimi settantotto giri che si potrebbero tirare in ballo.
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