Cendrillon (Massenet)

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Cendrillon (Massenet)

Messaggioda MatMarazzi » ven 21 set 2012, 15:40

Ho appena visto il video dell'allestimento londinese della Cendrillon del 2011, che riprendeva una produzione di Pelly del 2006 (Santa Fe).
Grande speranza per chi, come me, crede in una prossima rinascita del genio di Massenet.
Ancora più grande delusione: un fallimento completo è il meno che possa dire, almeno IMHO.

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Partiamo dal primo "colpevole", ossia Pelly.
Sono anni che penso, purtroppo, che il regista francese sia sopravvalutato.
E' arrivato il momento di smettere di far finta che non sia così.
Io stesso, dopo aver visto i suoi Platée, Orphée, Belle Helène (in video) e la Grande-Duchesse de Gerolstein (dal vivo), ero arrivato a credere che Pelly potesse essere - dopo Ponnelle - la prima risposta vera alla specificità del comico in musica.
Ora però, passati i primi entusiasmi, si sono susseguite talmente tante produzioni modeste da non poter più negare l'evidenza.
Abbiamo dato a Pelly troppe responsabilità: mentre in lui non dovevamo cercare altro che un regista preparato, effervescente, talora efficace (se l'opera lo aiuta) ma da non paragonare assolutamente ai grandi registi del nostro tempo.
Con Offenbach (e con Minkowski) tirava fuori il meglio di sé, anche perchè le operette di Offenbach non nascondono i propri meriti: è già tutto lì.
Il turbine del ritmo, l'irruenza della narrazione, la gioia della quadratura del comico, dei suoi stilemi, dei suoi tempi, l'evidenza delle psicologie.
Aggiungiamo la presenza di Minkowski, che esplodeva dalla fossa veri fuochi d'artificio, e il carisma di una Dessay o di quella "Maggie Smith dell'opera" che è Felicity Lott , e il gioco era fatto.

Nel mondo si è presto diffusa la convinzione che Pelly avesse i numeri per raggiungere tutte le frontiere del comico operistico: e anche noi ci abbiamo creduto.
Da Chabrier (Le Roi malgré lui) a Weill e Brecht (l'opera da quattro soldi e Sette Peccati capitali); da Strauss (Ariadne) a Janacek (la Piccola volpe astuta); dal Ravel dell'Ora Spagnola al Prokof'ev delle Melarance; dal Donizetti di Elisir d'amore e soprattutto della Fille du Regiment al Puccini di Gianni Schicchi.
Senza contare il salto nel "comico" per eccellenza del teatro "classique": la Platée di Rameau, seguita dalle Boreades (testo su cui si confrontò direttamente al "rivale" Carsen).
Mancano solo Falstaff e Meistersinger e il cammino è completato.
Addirittura si è voluto spingere Pelly in un terreno Massenet (Manon, Don Quichotte, Cendrillon) nella convinzione che la sua "francesità" potesse aiutarci a svelare i misteri di una drammaturgia in via di ridefinizione (con approdi addirittura a "classici" come Pelleas e Voix Humaine, decisamente poco probanti; tremo a pensare al prossimo Robert le Diable).

Eppure, regia dopo regia, si è fatto vieppiù evidente che le sue capacità di scavo drammaturgico fanno acqua, che la definizione psicologica è di rado più che rudimentale, e che tecnicamente i suoi spettacoli, nella migliore delle ipotesi, sono accettabili e funzionali (come ai tempi di Pizzi) ma incapaci di aprire orizzonti vasti e risolutivi.
Le Melarance ad esempio sono state per me la prima grande delusione; anche peggio l'Ora spagnola.
Non parliamo della Piccola Volpe Astuta a Firenze (probabilmente la più povera, insignificante realizzazione di quest'opera fra quelle che ho visto).

E la pluridecorata Fille du Regiment? Non è che abbiamo un po' sopravvalutato anche quella, magari per paura di ammettere che il nostro Pelly non fosse tutto questo prodigio?
Siamo obbiettivi. Quanto di quello spettacolo sarebbe sopravvissuto senza il genio di Natalie Dessay?
Se escludiamo appunto l'immagine trionfale della protagonista "maschiaccia", incerta nella sua sessualità (aspetto che credo dipenda più dalla Dessay che da Pelly), cosa è rimasto di quello spettacolo?
Forse l'ambientazione "pizziana" e "tirata via"?
O quel carro armato-tira applausi alla fine, degno di un avanspettacolo del dopo guerra?
O la sempliciona raffigurazione degli altri personaggi dell'opera?
E dire che la Fille potrebbe evocare ben altre dimensioni sul piano delle psicologie, ove i personaggi non vengano ridotti alle solite macchiette da commedia (ad esempio la Berkenfield e Sulpice risultavano tanto più interessanti e complessi nel modesto allestimento genovese di Sagi).
Questa riduzione delle psicologie a mascherine da recite scolastiche è una costante di Pelly, vera per il Gianni Schicchi come per l'Elisir d'amore e, purtroppo, con esisti spesso spaventosi.
Personaggi struggenti come il Guardiacaccia e il Maestro di Scuola della Volpe Astuta (che con Jones e Nordey assumevano rilievo e commozione tali da farti stare male) con Pelly altro non erano che i soliti buffi da commedia. Per forza ci si annoiava...

Anche tecnicamente gli spettacoli di Pelly fanno troppo spesso acqua.
E' vero che un livello minimo di accettabilità lo garantiscono. Ed è vero che facilmente ci troverai la coreografia divertente e la gag "carina".
Ed è anche vero che quando l'indiavolato ritmo di un Offenbach trascina tutto, Pelly sa evitare di "frenare" e anzi si mantiene all'altezza.
Ma quando l'opera non può essere solo "messa in immagini" ma pretende un impegno drammaturgico, Pelly crolla.
La sua Ariadne (ammettiamolo una buona volta) è una roba dozzinale paragonata ai capolavori di un Guth o di un Carsen.
E temo che anche la sua Traviata (tra le righe... lo ha ammesso anche la Dessay) non avesse nulla di interessante.

Proprio la Traviata (e il simbolone becero, scemo direi, delle croci) ci permette di illustrare un altro limite tecnico di Pelly.
Ossia la tendenza a schiacciare i suoi spettacoli sotto il peso di simboloni facili e onnipresenti (proprio alla Pizzi per intenderci) intorno a cui far girare tutto il resto.
Nel caso del noioso Don Quichotte, come di questa brutta Cendrillon, il simbolo è un "librone" (udite, udite).
Sai l'originalità di "spiegarci" che dietro a Don Quichotte e alla Cenerentola vi sono monumenti letterari...

Il simbolo-librone poteva funzionare negli anni 80, come scappatoia per falsi registi, ma oggi, nell'era delle regie, esso si rivela subito per quello che è: un paravento che non porta alcun progresso anzi blocca lo sviluppo drammaturgico, narrativo e psicologico di un allestimento.
Oltre a non servire a niente (perché, ripeto, non c'è bisogno che Pelly ci ricordi che dietro a Cendrillon c'è il racconto di Perrault) imprigiona la vicenda, livella le situazioni e comprime i contrasti.
E soprattutto porta al naufragio i testi drammaturgicamente più complessi, come quelli di Massenet.
La drammaturgia di Massenett è tanto più difficile proprio perché la sua complessità è ben nascosta sotto una superficie di apparente banalità.
Il vero regista dovrebbe squarciare il velo "facile" della superficie e rivelare tutto quello che Massenet affidava al "non detto", alla paura del dire, ossia le angosce del tramonto di una civiltà, la lucidità con cui il nuovo è temuto, descritto, accarezzato, odiato. Se c'è un compositore che incarna gli aspetti più tremendi del naturalismo questo è proprio Massenet, perché - a differenza di Zola - egli non li esplicita, ma li nega, li contraddice. Quello di Massenet è il razionalismo che fugge la ragione, sogna l'altrove, che teme la vita.
Tutte le paure del '900 sono alluse nelle sue opere.
A fronte di ciò, le rassicuranti idiozie ammanite da Pelly per tutta l'opera, ben compresse dallo schiacciasassi del "simbolone" idiota, sono il peggior tradimento possibile a Massenet.
Poi che qualche gag funzioni (come il balletto sbilenco durante la festa a corte o la sfilata delle aspiranti principesse alla fine) e che alcuni effettini - le fate con l'abat-jour - siano graziosi... lo posso ammettere.
Ma questo non ci salva, ai miei occhi, da uno dei peggiori fallimenti registici che abbia visto negli ultimi tempi
Inutile dire che non c'è un personaggio che non sia risolto in stereotipi e macchiette.
Per tutto il tempo, fra uno sbadiglio e un altro, ci tocca sorbettarci coristi che ballonzolano in buffonate " a ritmo" che potrebbero ricordare quelle di un film di Stanlio e Olio, caricature per nonne come quella di Madame de la Haltière e rassicuranti banalizzazioni come il buon vecchio papà Pandolfe che pare direttamente uscito da un film di Shirley Temple.
Quando le sorellastre saltellano a tempo (si siede l'una, si alza l'altra, si fanno eco con le loro scemenze) io non pensavo tanto a un'imitazione di Ponnelle (che però applicava questi stilemi a Rossini e non a Massenet, e soprattutto lo faceva quarant'anni fa), quanto ai vecchi allestimenti di Turandot all'Arena di Verona, che trasformavano i tre ministri in Qui, Quo, Qua.
Trovo incredibile che qualcuno ancora pensi che ...tutto ciò sia divertente.

Ovvio che in un contesto simile nessun interprete riesca a lasciare una traccia di personaggio.
La Di Donato, anche se soffre un po' la tessitura per lei un po' troppo acuta, canta come un angelo; filati, liquidità di legato e incanto a ogni nota.
Questo non la salva dall'essere una Cendrillon insopportabile; è triste vedere quell'americanona franca e soddisfatta, dai fianchi opimi e dall'orrida frangetta da "il tempo delle mele", abbozzare musetti da brava bambina e a pose ingenuone che non avremmo tollerato - trent'anni fa - in una Freni.
La Coote è ammirevole, come ogni volta che canta ruoli en travesti, per l'efficacia con cui fa l'uomo. :)
E non solo è molto più uomo lei di cento tenori, ma riesce persino a rappresentare un uomo "sexy" (cosa difficilissima per una donna).
E non di meno cosa fa di diverso rispetto alle sue solite incarnazioni?
Neanche per un attimo abbiamo l'illusione di intuire le grandi responsabilità di questo Principe "charmant" (un tempo incarnato da gente come Mary Garden e che dovrebbe rappresentare il corrispettivo francese di Oktavian).
Anche Ewa Podles canta benissimo, ma bastano cinque minuti perché la sequela di smorfie, buffonate e idiozie a cui è costretta ci faccia passare la voglia di darle retta.
E dire che il suo personaggio, Madame de la Haltière, la matrigna cattiva, fu scritta per quella stessa Blanche Deschamps-Jéhin per cui erano stati inventati ruoli enormi (e tragicissimi) come Hérodiade dello stesso Massenet, la pazza Margared del Roi d'Ys o la Madre nella Louise di Charpentier (e che impersonò la prima Ortruda a Parigi).
Il suo personaggio dovrebbe atterirre, spaventare... evocare il male di una borghesia malsana, rantolante nell'invidia, soffocata nella paura del fallimento, ansiosa di umiliare e distruggere.
E invece abbiamo la solita simpatica vecchietta che fa tante facciotte divertenti e tanti bei numeri buffi...
Lafont, dal canto suo, ha sempre il solito carisma, ma oltre a essere troppo vecchio e scassato per la parte del padre, è a sua volta lasciato, scenicamente, alla più detestabile convenzionalità.

L'unica che scenicamente funziona (ed è vocalmente accettabile) è Eglise Gutierrez nella parte della fata; canta meglio che a Parigi nella Muta di Portici e conquista per quel suo atteggiarsi a Sharon Stone del melodramma (fra l'altro con generoso sfoggio dell'eroico davanzale). Ma la parte della fata sarebbe da destinarsi a una grande primadonna virtuosa, che lei non è ancora (e difficilmente sarà).

Quanto a Bertrand de Billy, è ammirevole l'eclettismo di cui dà prova e, tutto sommato, non dirige male.
Si resta col sospetto però che non abbia riflettuto troppo su ciò che distingue l'universo sonoro di Massenet da quello di altri compositori coevi.
E' brillante e cadenzato come se stesse dirigendo il Pipistrello e contribuisce (co fallimento della regia) ad annegare la produzione in una genericità inutile e irritante.

Personalmente sconsiglio a tutti l'acquisto del DVD, ma sarei curioso di conoscere altre impressioni.
Salutoni,
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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda pbagnoli » ven 21 set 2012, 17:03

Confesso di non averlo visto.
Su Pelly mi ero fatto un'idea un po' migliore, e proprio per due di quegli spettacoli di cui parli - Fille e Orphèe - che ho amato immensamente e che amo tuttora.
Pur essendo disposto a convenire sul fatto che facesse premio su tutto la straordinaria fisicità e il carisma di Natalie Dessay, ho sempre riconosciuto a Pelly una simpaticissima e fresca vena creativa, una notevole capacità di catturare l'attenzione dello spettatore e un adeguato mipongopochiproblemi che, evidentemente, non può soddisfare completamente lo spettatore più smaliziato ma che in certi spettacoli ha un benefoco aspetto disintossicante.
Mi va benissimo proprio su spettacoli un po' disimpegnati, come quelli di cui parlavo; mi mancano le idee su altri spettacoli come, per esempio, il Pelléas che non ho ancora visto.

Sulla DiDonato.
Per me è una delle realtà più importanti del nostro tempo: l'ho detto più e più volte e lo confermo anche se non ho visto questo spettacolo. Canto spettacolare, sempre pieno di joye de vivre e tecnicamente ferratissimo (non dimentichiamoci che ha in repertorio anche ruoli barocchi); spavalderia e simpatia; colori vocali caldissimi e emissione "piena". Insomma, un'artista spettacolare, una di quelle che mi fanno sbarellare. Come sai, io l'ho vista dal vivo solo una volta, a Milano nell'Alcina: piacque immensamente a tutti. No, scusa, quasi tutti: c'era quello là, l'illuminato, che diceva che se una è un soprano deve fare Tosca, Violetta, Mimì, non Alcina... :lol: :lol: :lol:
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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda MatMarazzi » ven 21 set 2012, 18:13

pbagnoli ha scritto:Confesso di non averlo visto.
Su Pelly mi ero fatto un'idea un po' migliore, e proprio per due di quegli spettacoli di cui parli - Fille e Orphèe - che ho amato immensamente e che amo tuttora.
Pur essendo disposto a convenire sul fatto che facesse premio su tutto la straordinaria fisicità e il carisma di Natalie Dessay, ho sempre riconosciuto a Pelly una simpaticissima e fresca vena creativa, una notevole capacità di catturare l'attenzione dello spettatore e un adeguato mipongopochiproblemi che, evidentemente, non può soddisfare completamente lo spettatore più smaliziato ma che in certi spettacoli ha un benefoco aspetto disintossicante.
Mi va benissimo proprio su spettacoli un po' disimpegnati, come quelli di cui parlavo; mi mancano le idee su altri spettacoli come, per esempio, il Pelléas che non ho ancora visto.

Sulla DiDonato.
Per me è una delle realtà più importanti del nostro tempo: l'ho detto più e più volte e lo confermo anche se non ho visto questo spettacolo. Canto spettacolare, sempre pieno di joye de vivre e tecnicamente ferratissimo (non dimentichiamoci che ha in repertorio anche ruoli barocchi); spavalderia e simpatia; colori vocali caldissimi e emissione "piena". Insomma, un'artista spettacolare, una di quelle che mi fanno sbarellare. Come sai, io l'ho vista dal vivo solo una volta, a Milano nell'Alcina: piacque immensamente a tutti. No, scusa, quasi tutti: c'era quello là, l'illuminato, che diceva che se una è un soprano deve fare Tosca, Violetta, Mimì, non Alcina... :lol: :lol: :lol:


Pietro,
non è in discussione la bravura della Di Donato.
Lo è semmai la sua efficacia in un ruolo come questo e soprattutto in una produzione come questa, dove il personaggio non è filtrato da alcuna prospettiva critica e psicologica da parte del regista.
E per quanto riguarda Pelly, non vedo come il "mipongopochiproblemi" possa essere disintossicante, se il risultato è una Cendrillon noiosa, puerile, che non sta in piedi.
Anche perché non è possibile far ben qualcosa (un trattato di fisica teorica, come una regia di Massenet) senza porsi dei problemi.
L'unica cosa che pone pochi problemi è ciò che è fatto male, superficialmente e grossolanamente.

Salutoni,
Mat
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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda pbagnoli » ven 21 set 2012, 19:08

MatMarazzi ha scritto:
E per quanto riguarda Pelly, non vedo come il "mipongopochiproblemi" possa essere disintossicante, se il risultato è una Cendrillon noiosa, puerile, che non sta in piedi.
Anche perché non è possibile far ben qualcosa (un trattato di fisica teorica, come una regia di Massenet) senza porsi dei problemi.
L'unica cosa che pone pochi problemi è ciò che è fatto male, superficialmente e grossolanamente.

In tempi di crisi, con pochi fondi a disposizione, ritengo che qualunque produzione artistica risponda a determinate esigenze.
Fatti salvi e imprescindibili non solo i gusti di ognuno, ma anche quei pochi dati oggettivi che possiamo estrapolare, la mia personalissima opinione è che se c'è un Pelly, è perché qualcuno lo apprezza.
Perché si apprezza un Pelly, o un McVicar di cui abbiamo parlato anche recentemente, che - oggettivamente - si pongono meno problemi rispetto a un Carsen, un Jones, un Tcherniakov o un Warlikowsky?
Io credo che sia perché una certa quota di pubblico - probabilmente non banale - ha bisogno di disintossicarsi di lavori che, anche se più appaganti, lo impegnano maggiormente. E' un concetto che avevamo già affrontato nei mesi scorsi, se ricordi.

Quando fumavo la pipa, fumavo quasi esclusivamente le splendide mixtures inglesi: prevalentemente Balkan Sobranie, nettamente il mio preferito, ma anche Dunhill, Capstan e altri ancora. Erano eccezionali: appaganti, pieni, corposi, ricchi di Virginia Old Belt (ho sempre detestato le mixtures riempite con Burley) e Latakia siriano, ma anche non banalissimi da fumare.
Sarà stato per questo che ogni tanto sentivo il bisogno di roba meno impegnativa come il semplice trinciato Italia? La consideravo una simpatica fumata di disimpegno. E - sono convinto - che i maestri tobacconist italiani, pur mettendoci impegno nel prepararlo (quando ne rinnovarono la ricetta negli Anni Settanta, proposero due miscele a gruppi di fumatori di pipa e scelsero quello che era stato apprezzato maggiormente), so per certo che non hanno mai avuto in mente di preparare la risposta italiana al Balkan Sobranie :D
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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda MatMarazzi » ven 21 set 2012, 21:26

Be' Pietro, o mi spiego male o capisco male quello che scrivi.
Io ho solo detto che forse dovremmo rimettere sul tappeto la questione della capacità tecnica di Pelly.
E ho fatto l'esempio con una regia che mi sembra mal riuscita.
Tutto qui.
E' come se avessi detto che, secondo me, Filippeschi non è poi così bravo nel Guglielmo Tell.

Al che tu mi rispondi che
1) se Filippeschi ha cantato Arnoldo vuol dire che almeno a qualcuno doveva piacere (che sarà anche vero, ma di questo passo nessuna critica è più autorizzata; sapessi a quanta gente il Don José di Kaufmann piace ancora tanto!)
2) che ogni tanto la gente ha bisogno di riposarsi dal sentir cantare "troppo bene" (come fanno quei saccentoni e concettosi di Gedda, Kunde, Merritt) e vuol riposarsi, rilassarsi, rigenerarsi con l'Arnoldo di Filippeschi.

Che posso dire? Che secondo me non è affatto vero che un "canto fuori posto" come quello di Filippeschi nel Guglielmo Tell possa risultare più riposante e rigenerante di altri cantanti più musicali, espressivi e tecnicamente adeguati.
Anzi: è vero il contrario.
Così come non è vero, sempre secondo me, che una regia d'opera fatta male (non importa se profonda o poco profonda, se intellettuale o non intellettuale, se facile o difficile) possa risultare più rilassante e piacevole di una fatta bene.
Per me è vero il contrario. Una cosa brutta resta brutta.

Se invece il punto è che secondo te, la Cendrillon di Pelly non è affatto brutta, come invece è parsa a me, allora perfetto: guardala e poi spiegami dove sbaglio. Così almeno potremo tornare in topic.


Salutoni,
Mat

PS: detto questo, le immagine dei tabacchi sono molto belle! :) Grazie.
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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda pbagnoli » ven 21 set 2012, 22:47

MatMarazzi ha scritto:Io ho solo detto che forse dovremmo rimettere sul tappeto la questione della capacità tecnica di Pelly.
E ho fatto l'esempio con una regia che mi sembra mal riuscita.
Tutto qui.

No, amico mio: non hai proprio detto così.
Tu hai detto cose tipo:
Sono anni che penso, purtroppo, che il regista francese sia sopravvalutato

le sue capacità di scavo drammaturgico fanno acqua, che la definizione psicologica è di rado più che rudimentale, e che tecnicamente i suoi spettacoli, nella migliore delle ipotesi, sono accettabili e funzionali (come ai tempi di Pizzi) ma incapaci di aprire orizzonti vasti e risolutivi.

Questa riduzione delle psicologie a mascherine da recite scolastiche è una costante di Pelly, vera per il Gianni Schicchi come per l'Elisir d'amore e, purtroppo, con esisti spesso spaventosi

Anche tecnicamente gli spettacoli di Pelly fanno troppo spesso acqua

Proprio la Traviata (e il simbolone becero, scemo direi, delle croci) ci permette di illustrare un altro limite tecnico di Pelly.
Ossia la tendenza a schiacciare i suoi spettacoli sotto il peso di simboloni facili e onnipresenti (proprio alla Pizzi per intenderci) intorno a cui far girare tutto il resto

...continuo?...
Non credo che serva: mi basta.
Questa - a meno che sia io a non capire la tua prosa solitamente chiarissima, ma non credo: sono stanco, non rincoglionito - è una stroncatura bella e buona di tutto ciò che riguarda Pelly, non solo della Cendrillon.
E fin qui va benissimo: non solo è tuo diritto in quanto fruitore, ma si dà il caso che io ti riconosca capacità più uniche che rare di "decifrare" uno spettacolo teatrale.
Tu per me sei un'autorità sul tema. Ti credo incondizionatamente.
Per il resto - se permetti - mi affido ai miei gusti: e alcuni degli spettacoli di Pelly che ho visto mi sono piaciuti.
Mi sono sembrati chiari, lineari, al limite anche un filino didascalici, no problem, facili da fumare: come il trinciato Italia, appunto.
Tu li metti in discussione, a me sono piaciuti.
Potrebbe finire qui?
No, perché io - improvvidamente, lo riconosco - cerco di dare una spiegazione al motivo per cui Pelly coesiste in un ambiente che, idealmente, dovrebbe dare accoglienza solo a Jones, Carsen, Guth, talvolta Tcherniakov.
Apriti cielo.

MatMarazzi ha scritto:Al che tu mi rispondi che
1) se Filippeschi ha cantato Arnoldo vuol dire che almeno a qualcuno doveva piacere (che sarà anche vero, ma di questo passo nessuna critica è più autorizzata; sapessi a quanta gente il Don José di Kaufmann piace ancora tanto!)
2) che ogni tanto la gente ha bisogno di riposarsi dal sentir cantare "troppo bene" (come fanno quei saccentoni e concettosi di Gedda, Kunde, Merritt) e vuol riposarsi, rilassarsi, rigenerarsi con l'Arnoldo di Filippeschi.

Dunque, ricapitoliamo.
1) la proposizione che tu fai è assolutamente corretta: evidentemente Filippeschi piaceva. Peccato che piacesse a (quasi) tutti sessant'anni (diconsi: 60)fa e, oggi, quasi a nessuno; peccato che nel frattempo il linguaggio espressivo sia cambiato; peccato che siamo arrivati a Kunde (e, temo, forse anche a Flòrez) passando attraverso Gedda e Merritt.
Sessant'anni, Matteo.
Io, invece, stavo parlando di artisti contemporanei, che vivono e agiscono nello stesso periodo, epoca e area culturale. Solo, si esprimono in linguaggi diversi.
Uno ti piace, l'altro no.
A me - per quello che ho visto - piacciono entrambi.
Punto.
Ah, è vero: non ho visto la Cendrillon! Be', di questo parlerò quando e se la vedrò; se me la sconsigli, probabilmente non la vedrò.
Per inciso: anche se non ho capito cosa c'entri in questo discorso (a proposito di OT), credo che Kaufman sia uno dei più grandi Artisti della storia della rappresentazione del teatro d'opera. E lo dico nonostante non mi sia piaciuta per niente la sua ultima registrazione
2) per me il canto di Filippeschi è inadeguato alle esigenze del ruolo. Oggi - dopo Merritt - la mia affermazione ha un suo perché; ai tempi, sessant'anni fa, mi avrebbero spernacchiato. Tant'è vero che ci montarono intorno una registrazione. Una registrazione che oggi, personalmente, mi fa schifo.
E lascerei perdere concetti molto pericolosi come "bello" o "brutto", altrimenti davvero non la finiamo più.
Ma andiamo avanti

MatMarazzi ha scritto:Che posso dire? Che secondo me non è affatto vero che un "canto fuori posto" come quello di Filippeschi nel Guglielmo Tell possa risultare più riposante e rigenerante di altri cantanti più musicali, espressivi e tecnicamente adeguati.

Non potrei essere più d'accordo con te.

MatMarazzi ha scritto:Così come non è vero, sempre secondo me, che una regia d'opera fatta male (non importa se profonda o poco profonda, se intellettuale o non intellettuale, se facile o difficile) possa risultare più rilassante e piacevole di una fatta bene.
Per me è vero il contrario. Una cosa brutta resta brutta.

Ripeto, Matteo: teniamoci lontani dal bello e dal brutto.
Stiamo al pratico.
Tu ritieni - e giustamente, secondo me - che Jones, Carsen, Guth e qualcun altro (fra cui io metto anche Tcherniakov, tu un po' meno) siano i massimi registi d'opera di oggi.
Io sono d'accordo con te, a parte il fatto che Jones non mi emoziona sempre, ma questo è probabilmente - anzi, sicuramente - un limite mio.
Anzi, facciamo così: partiamo dal mio limite. Vuoi?
Io sono l'utente medio, quello non in grado di emozionarsi come te al Peter Grimes di Jones (tanto per stare a uno spettacolo recente che ci ha visti un po' in disaccordo).
Siamo usciti in tre, io, Beck e Maugham, in discreta difficoltà nel decifrare tutti i simboli dello spettacolo. E siamo persone - chi più, chi meno - abituati alla semeiotica di uno spettacolo teatrale.
Immagina qualcuno ancora meno abituato di noi nel decifrare questi segni: sarà uscito piuttosto disorientato, ne convieni?
E allora: non pensi che la maggior semplicità - attenzione: semplicità! Non parlo di bellezza! - della Fille di Pelly o del Trovatore e dell'Adriana di McVicar sia una fisiologica risposta, una sorta di feedback positivo, di fronte alla polisemia di uno spettacolo più difficile da decifrare?
Può darsi - come dici tu - che Pelly sia più sprovveduto di Jones nella tecnica registica. Ripeto: non ho le tue competenze sul tema, ti rispetto come un'autorità, non discuto.
La mia domanda è: perché (mi) piacciono gli spettacoli di Pelly? Perché al pubblico piace l'Adriana di McVicar (a me no, come sai), al punto di dire - come ho letto altrove, su altro forum - "finalmente uno spettacolo che si capisce"?
Risposta: non perché sono più "belli" o "stilisticamente azzeccati", ma perché sono semplici: chiari, immediati, fruibili, comprensibili a tutti senza mediazioni.
Sia chiaro: dovessi scegliere il botteghino davanti cui fare la fila di notte al freddo, nonostante le mie difficoltà sceglierei Jones a occhi chiusi; ma mi sembra di capire anche le ragioni dell'esistenza di un Pelly o di un McVicar.
Se poi mi dici che questa Cendrillon è brutta, ti credo: lo sai che mi sono sempre fidato dei tuoi gusti...

Ma Filippeschi non c'entra un cippone: non mi menare per le tolle. Astuzia è questa del tuo pensier.
Stiamo in topic, Ampio Messere : Andry :

Visto che hai gradito le foto precedenti, ti allego la foto della London Mixture, probabilmente il mio tabacco Dunhill preferito: un po' frizzantino sulla lingua per i Virginia, ma favoloso:
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Quest'altro invece, inglesissimo anche lui, oltre a essere ricchissimo di splendidi Virginia maturi, è addizionato di Perique, un tabacco-condimento come il Latakia (come sai, la classica mixture inglese non è aromatizzata artificialmente e impiega solo Virginia di vario grado di maturazione e provenienza aggiunti di Latakia o, molto più raramente, appunto di Perique) che cresce solo in Louisiana. Assieme al Dunhill Elizabethian Mixture - a mio gusto molto meno caratterizzato, e per giunta mai venduto in Italia, io lo trovai in Svizzera - era l'unico con questa combinazione.
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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda MatMarazzi » sab 22 set 2012, 9:39

pbagnoli ha scritto:
MatMarazzi ha scritto:Io ho solo detto che forse dovremmo rimettere sul tappeto la questione della capacità tecnica di Pelly.
E ho fatto l'esempio con una regia che mi sembra mal riuscita.
Tutto qui.

No, amico mio: non hai proprio detto così.
Tu hai detto cose tipo:


Seguono cinquanta citazioni (praticamente tutto il mio post) che confermano esattamente che avevo "proprio detto così".
Ossia che avrei voluto (e mal me ne incolse) rimettere sul tappeto la questione della capacità tecnica di Pelly.
Evidentemente ci sono nomi su cui aprire un dibattito è difficile anche su Operadisc.


Per il resto - se permetti - mi affido ai miei gusti: e alcuni degli spettacoli di Pelly che ho visto mi sono piaciuti.
Mi sono sembrati chiari, lineari, al limite anche un filino didascalici, no problem, facili da fumare: come il trinciato Italia, appunto.
Tu li metti in discussione, a me sono piaciuti.
Potrebbe finire qui?
No, perché io - improvvidamente, lo riconosco - cerco di dare una spiegazione al motivo per cui Pelly coesiste in un ambiente che, idealmente, dovrebbe dare accoglienza solo a Jones, Carsen, Guth, talvolta Tcherniakov.
Apriti cielo.


Bene. Quello odierno è un ambiente che accoglie anche Alvarez e la Devia.
Ma, essendo quelli nomi meno "graditi" da noi, si possono impunemente contestare senza che nessuno monti edifici teoretici per giustificarne il ruolo nella cultura musicale del nostro tempo.
Va bene: vorrà dire che la prossima volta che contesterai Alvarez e la Devia non ti dimenticherai di aggiungere la funzione estetica e culturale che essi pure svolgono in un ambiente che, idealmente, dovrebbe dare accoglienza solo alle Dessay, alle Denoke e alle Westbroek.

evidentemente Filippeschi piaceva. Peccato che piacesse a (quasi) tutti sessant'anni (diconsi: 60)fa e, oggi, quasi a nessuno; peccato che nel frattempo il linguaggio espressivo sia cambiato; peccato che siamo arrivati a Kunde (e, temo, forse anche a Flòrez) passando attraverso Gedda e Merritt.
Sessant'anni, Matteo.


IO ci andrei piano a dire che Filippeschi piacesse quasi a tutti sessant'anni fa, solo perché gli facevano fare Guglielmo Tell.
Sarebbe come dire che a quasi tutti noi, oggi, piacciono Fraccaro, Giordani e Ventre, visto che - ai nostri anni - li fanno cantare.
Ma poiché il mio era solo un esempio, inutile insistere su questo punto.

Uno ti piace, l'altro no.
A me - per quello che ho visto - piacciono entrambi.
Punto.


Be'... a dire il vero "mi piace. punto" non sarebbe l'obbiettivo di Operadisc.
L'obbiettivo sarebbe quello di analizzare sui fatti (ossia sui segni) il valore dei diversi contributi.


Ah, è vero: non ho visto la Cendrillon!

Già... E, mi par di capire, nemmeno il Don Quichotte, nemmeno la Volpe Astuta, nemmeno le Melarance.

Per inciso: anche se non ho capito cosa c'entri in questo discorso (a proposito di OT), credo che Kaufman sia uno dei più grandi Artisti della storia della rappresentazione del teatro d'opera. E lo dico nonostante non mi sia piaciuta per niente la sua ultima registrazione


C'entra come c'entravano le tue difese di Pelly.
E' come se - a fronte del tuo impegno a valutare l'ultimo Don José di Kaufmann con un'obbiettività critica che sicuramente ti è costata (visto che sappiamo quanto apprezzi il grande tenore) - qualcuno ti avesse risposto che Kaufmann comunque piace a tanta gente e che secondo lui - avendolo magari ascoltato in un disco o due soltanto - è bravissimo.
O come se, facendogli tu notare che in quella nota di Carmen è tirato via e che in quell'altra spinge grezzamente, lui ti avesse risposto: "e allora? Ma perché dobbiamo puntare sempre al tenore raffinato? Non c'è forse diritto d'asilo nella nostra epoca per il tenore che bercia e basta? Non è forse più rilassante? Non è come fumare un taglio di tabacco meno raffinato ma di maggior soddisfazione?".
Sì, ora che mi ci fai pensare tutto questo non c'entra molto....

E lascerei perdere concetti molto pericolosi come "bello" o "brutto", altrimenti davvero non la finiamo più.
Ma andiamo avanti

Lasciamo perdere concetti come "bello o brutto" e ne teniamo altri come "mi piace. punto"?
Però...

Stiamo al pratico.

Magari! Se fossimo rimasti al pratico, ora staremmo discutendo dei dettagli registici della Cendrillon, o, se preferisci, della Fille du Regiment. Insomma staremmo valutando sui fatti la tecnica registica di Pelly.

Tu ritieni - e giustamente, secondo me - che Jones, Carsen, Guth e qualcun altro (fra cui io metto anche Tcherniakov, tu un po' meno) siano i massimi registi d'opera di oggi.
Io sono d'accordo con te, a parte il fatto che Jones non mi emoziona sempre, ma questo è probabilmente - anzi, sicuramente - un limite mio.
Anzi, facciamo così: partiamo dal mio limite. Vuoi?
Io sono l'utente medio, quello non in grado di emozionarsi come te al Peter Grimes di Jones (tanto per stare a uno spettacolo recente che ci ha visti un po' in disaccordo).
Siamo usciti in tre, io, Beck e Maugham, in discreta difficoltà nel decifrare tutti i simboli dello spettacolo. E siamo persone - chi più, chi meno - abituati alla semeiotica di uno spettacolo teatrale.
Immagina qualcuno ancora meno abituato di noi nel decifrare questi segni: sarà uscito piuttosto disorientato, ne convieni?


Io ho portato venti persone a vedere quel Peter Grimes.
Erano tutti commossi ed esaltati, come raramente mi è capitato di vederli.
Ma non è quello il punto.
Il punto è che da tre post cerco di farti capire che io non sto contestando molte regie di Pelly perché sarebbero "facili" (come vuoi che io dica), ma perché "tecnicamente deboli" (come invece ho detto).
L'ho ripetuto in tutte le salse, ma evidentemente non riesco a spiegarmi.
Tu continui come niente fosse col tuo teorema del "Pelly facile" (ed è per questo che lo odierei) contro il "Jones difficile" (ed è per questo che lo amerei).
Dopo aver ripetuto un numero sufficiente di volte che il problema è un altro (e che ci possono essere regie "facili e perfette" e altre "difficili e scadenti" e che quel che interessa me è solo la qualità tecnica, non la difficoltà o semplicità), non so più come esprimere il concetto.
Sembra quasi che tu rifiuti di intenderlo perché così è più facile farmi passare per quello che contesta Pelly solo perché non è astruso e intellettuale (come i registi che piacerebbero a me).
E così il discorso sull'analisi tecnica di Pelly va a farsi benedire....
Peccato.

Salutoni,
Mat
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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda Tucidide » sab 22 set 2012, 13:13

Di regia, come sapete, so poco o nulla, ma quel poco che ho visto di Pelly mediamente mi è piaciuto senza farmi gridare al miracolo.
Volevo chiedere con precisione a Mat che cosa intenda lui per "limiti tecnici": nel post iniziale li esemplifichi così:

Anche tecnicamente gli spettacoli di Pelly fanno troppo spesso acqua.
E' vero che un livello minimo di accettabilità lo garantiscono. Ed è vero che facilmente ci troverai la coreografia divertente e la gag "carina".
Ed è anche vero che quando l'indiavolato ritmo di un Offenbach trascina tutto, Pelly sa evitare di "frenare" e anzi si mantiene all'altezza.
Ma quando l'opera non può essere solo "messa in immagini" ma pretende un impegno drammaturgico, Pelly crolla.
La sua Ariadne (ammettiamolo una buona volta) è una roba dozzinale paragonata ai capolavori di un Guth o di un Carsen.
E temo che anche la sua Traviata (tra le righe... lo ha ammesso anche la Dessay) non avesse nulla di interessante.

Proprio la Traviata (e il simbolone becero, scemo direi, delle croci) ci permette di illustrare un altro limite tecnico di Pelly.
Ossia la tendenza a schiacciare i suoi spettacoli sotto il peso di simboloni facili e onnipresenti (proprio alla Pizzi per intenderci) intorno a cui far girare tutto il resto.
Nel caso del noioso Don Quichotte, come di questa brutta Cendrillon, il simbolo è un "librone" (udite, udite).
Sai l'originalità di "spiegarci" che dietro a Don Quichotte e alla Cenerentola vi sono monumenti letterari...


Eppure, sbaglierò io, a me questi paiono, come forse anche a Pietro, limiti "contenutistici", non tecnici (da qui la definizione di Pelly "facile").
In altre parole, i simboloni facili e didascalici non sono a mio avviso limiti tecnici, ma contenutistici. Al limite, volendo proprio essere cattivi :D , potremmo dire che le regie di Pelly sono vuoti cosmici con dentro qualche simbolone. Ma anche così estremizzato, resterebbe un limite contenutistico, non tecnico.
Pelly, a livello di tecnica pura, mi pare ottimo. Per come cura i movimenti, fa interagire i cantanti, gestisce le masse, ammicca in modo anche un po' maramaldo al pubblico solleticando la sua pruderie, restando lontano dalle sbracate di un Bieito. E tu stesso, Mat, lo ammetti, anche se sminuisci i pregi tecnici di Pelly dando i meriti ai compositori, ai librettisti, agli interpreti (insomma, a tutti meno che a lui). Dici che le regie offenbachiane di Pelly funzionano perché in Offenbach è tutto lì, non c'è quasi niente da fare. Vogliamo scommettere che Pier'Alli, pur con Minkowski, la Lott e la Dessay, non avrebbe tirato fuori spettacoli come quelli di Pelly? :wink:
Forse dovremmo intenderci su che cosa sia la tecnica registica. Di Zeffirelli tu contesti forse la tecnica, perché mette la paccottiglia sberluccicosa nella scena del Trionfo dell'Aida? Io direi che non si tratta di un limite tecnico ma contenutistico: la sua paccottiglia la sa preparare e mettere in scena benissimo, ed è uno dei registi più capaci da questo punto di vista. Il guaio è che tolta la paccottiglia, messa in scena in modo tecnicamente superbo, spesso non c'è molto altro.

Baricco scrive tecnicamente molto bene: si può dire che sappia gestire tutti i registri e le risorse espressive della scrittura moderna. In questo è uno degli autori migliori che si possano leggere oggigiorno (e la critica gliene dà atto). Peccato che i suoi romanzi letti finora mi abbiano dato l'idea di un vuoto cosmico. Che devo dire allora? Che Baricco non sa scrivere, cioè che è tecnicamente incapace? Mentirei spudoratamente.

Postilla finale su questo DVD. Non l'ho ancora preso ma sono stato più volte tentato ogni volta che riempivo il carrello di Amazon :mrgreen: Non è escluso che in uno dei prossimi acquisti ci scapperà anche questo. Chiarisco che il motivo principale per cui lo potrei comprare ha un nome e un cognome: Joyce Di Donato. Tu mi dici che canta benissimo, in modo talvolta addirittura incantevole, e io, che mi sto assaporando in questi giorni "DivaDivo" appena comprato, non stento a crederci. Poi però mi dici che è insopportabile. :shock: Ora... temo di non essere ancora arrivato ad un punto tale per cui possa dire di una stessa cantante contemporaneamente che canta da dio ed è insopportabile. Forse ci arriverò. : Thumbup : Lascia pure che sia pingue e opima, che sia poco credibile. Se canta veramente in modo incantevole (e ci credo)... mi accontento! : Sailor :
Il mondo dei melomani è talmente contorto che nemmeno Krafft-Ebing sarebbe riuscito a capirci qualcosa...
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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda pbagnoli » sab 22 set 2012, 13:27

Matteo,
premesso che come ti ho già detto:
a) non ho visto questo video
b) riconosco la tua superiorità, non solo rispetto a me, ma anche rispetto a (quasi) chiunque altro io conosca nel decifrare i segni di uno spettacolo e di una regia teatrale
c) pur non emozionandomi, mi piacciono maggiormente gli spettacolo di Jones rispetto a quelli di Pelly
tutto ciò premesso, dicevo, il mio scopo non è quello di dimostrare né la superiorità tecnica di chicchessia, né la superiore bellezza degli spettacoli di Tizio rispetto a Caio.
No, quello che mi interessa è ben altro: è capire perché un regista così deficitario dal punto di vista tecnico ha non solo un suo spazio nel panorama artistico odierno, ma anche una sua credibilità e un suo seguito.
Diversamente, a meno che non sia proprietario della Virgin, mi riesce difficile capire come mai uno sfigato di queste proporzioni sia stato registrato così tante volte.
E questo, questo desiderio di capire e di non ragionare per preconcetti - ammettilo! - "fa" molto Operadisc...

Ora, io non ho i mezzi per fare un'analisi tecnica come la tua, ma l'argomento - come vedi - mi incuriosisce.
Quello che io ti chiedo è quindi proprio questo: se Pelly è così tanto grezzo e ingenuo nei contenuti e nella tecnica come dici tu (e non ho motivo di dubitare della tue parole):
:arrow: perché piace al pubblico?
:arrow: perché ha un suo spazio?
:arrow: perché registrano i suoi spettacoli almeno tanto quanto quelli di altri registi?
Queste sono le domande cui vorrei che tu dessi una risposta; evitando se puoi, magari, di farmi notare ironicamente che non ho visto nemmeno il Don Quixote, l'Amore delle tre Melarance e la Piccola volpe astuta. Vorrei avere più tempo a disposizione per tutto quello che mi piace, ma purtroppo non mi è possibile e mi devo accontentare :cry:
La mia teoria è che - soprattutto in tempi così difficili, in cui spendere una ghella in più per qualcosa che vende già di per se stesso pochissimo può essere insostenibile - se registrano Pelly, vuol dire che Pelly ha un mercato.
Che a qualcuno piace, così come a qualcuno - tanti, evidentemente - piace Alvarez o la Devia (peraltro diversissimi fra loro, e non accomunabili in un unico intento).
Io posso sostenere che Alvarez non mi piace perché è la negazione di tutto ciò che io cerco in un artista; ma mi incuriosisce capire cosa ci trovino gli altri, quelli che lo osannano.
Posso pensare, azzardare che sia per il fascino da macho latino: non sarà completamente vero, ma è un passo in avanti.
Per la Devia - per me inconcepibile nella sua inesistenza di interprete - mi accontento di chi sostiene che è una macchina di suoni perfetti.
Adesso ti chiedo: Pelly, che mercato ha? A chi piace?
A gente che se ne infischia delle sue carenze tecniche registiche?
A gente che si accontenta delle sue tematiche facili e piacione?
A gente cui tali tematiche facili e piacione piacciono proprio (un po' come i cinepanettoni di Boldi e De Sica Jr)?

Forse sono io che non riesco a farmi capire.
Se fossimo al cinema, ti direi che non c'è solo l'immenso Ingmar Bergman; c'è anche Castellano & Pipolo, con il loro "Grand Hotel Excelsior" che probabilmente ha incassato più de "La fontana della vergine" e "Luci d'inverno" insieme. E questo nonostante il divario fra l'immensa bravura tecnica di Bergman e la maggior semplicità di approccio dei registi italiani.
Casualmente, io sono fruitore di entrambi.
Quello che voglio dire è: non è che nonostante le tue sacrosante osservazioni sui deficit tecnici di Pelly, in realtà c'è per lui uno spazio così rilevante da far adombrare il sospetto di una precisa richiesta di mercato?...
E questo, a prescindere da concetti come "bello" o "brutto"; che hanno la loro sacrosanta valenza e che io stesso ho spesso utilizzato, ma che volevo momentaneamente lasciare da parte per evitare che ci portassero ancora più lontani

IO ci andrei piano a dire che Filippeschi piacesse quasi a tutti sessant'anni fa, solo perché gli facevano fare Guglielmo Tell.
Sarebbe come dire che a quasi tutti noi, oggi, piacciono Fraccaro, Giordani e Ventre, visto che - ai nostri anni - li fanno cantare.
Ma poiché il mio era solo un esempio, inutile insistere su questo punto

PS: Filippeschi, come ben sai, non aveva registrato solo il Guglielmo Tell; aveva partecipato per esempio anche come protagonista nella prima registrazione di Norma della Callas; era dentro molte delle più importanti produzioni del suo tempo.
Perché? Spiegamelo tu.
A questo punto sono curioso di conoscere il tuo punto di vista
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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda Maugham » sab 22 set 2012, 14:17

pbagnoli ha scritto:Siamo usciti in tre, io, Beck e Maugham, in discreta difficoltà nel decifrare tutti i simboli dello spettacolo. E siamo persone - chi più, chi meno - abituati alla semeiotica di uno spettacolo teatrale.


Entro solo di sfuggita solo per sottolineare questo punto. (OT)
Eh no, Pietro. Personalmente non ho trovato nessuna difficoltà a decifrare quel Peter Grimes sotto il profilo simbolico. E nemmeno sotto quello linguistico. Addirittura ho trovato così poche difficoltà nel leggere quello spettacolo da dire, come ricorderai quella sera in macchina, che, trattandosi di Jones, forse mi era sfuggito qualcosa. Mi sembrava stranamente "lineare".
Fine dell'OT.

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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda pbagnoli » sab 22 set 2012, 18:21

Maugham ha scritto:
Entro solo di sfuggita solo per sottolineare questo punto. (OT)
Eh no, Pietro. Personalmente non ho trovato nessuna difficoltà a decifrare quel Peter Grimes sotto il profilo simbolico. E nemmeno sotto quello linguistico. Addirittura ho trovato così poche difficoltà nel leggere quello spettacolo da dire, come ricorderai quella sera in macchina, che, trattandosi di Jones, forse mi era sfuggito qualcosa. Mi sembrava stranamente "lineare".
Fine dell'OT.

WSM

Hai ragione, scusa: mi ricordavo male io :oops:
Evidentemente il problema era solo mio
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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda MatMarazzi » sab 22 set 2012, 19:37

pbagnoli ha scritto:No, quello che mi interessa è ben altro: è capire perché un regista così deficitario dal punto di vista tecnico ha non solo un suo spazio nel panorama artistico odierno, ma anche una sua credibilità e un suo seguito.
Diversamente, a meno che non sia proprietario della Virgin, mi riesce difficile capire come mai uno sfigato di queste proporzioni sia stato registrato così tante volte.
E questo, questo desiderio di capire e di non ragionare per preconcetti - ammettilo! - "fa" molto Operadisc...


Diciamo che possono esserci tante ragioni che assicurano il successo di un regista.
Nel caso di Pelly, una potrebbe essere che, vedendo i primi spettacoli, ci eravamo tutti (me compreso) fatti un'idea di un certo tipo.
L'impressione che aveva lasciato con Orphé e Platée... e ci metto dentro anche la Belle Helene (che tuttora restano i suoi spettacoli più riusciti) era di un giovane assai più che promettente, anzi, di uno dei gioielli del bouquet che, in quegli anni, stava venendo fuori.
Poi, sai com'è la gente... Quando si comincia a dire "quello è un genio", costa una certa fatica tirarsi indietro. :)

Anche perché devi considerare che il lancio strepitoso del giovane Pelly era avvenuto nella Francia degli anni '90, che allora era la punta di tutte le tendenze operistiche del mondo, il meglio di tutte le avanguardie.
Era lì che si giocava il destino dell'Opera ed essere un enfant prodige a Parigi significava riconoscimento assicurato nel resto del mondo.

Aggiungiamo che Pelly sa farsi ben volere da tutti. Sembra un'idiozia, ma non lo è.
I direttori artistici lo adorano, perché il suo nome mette d'accordo gli avanguardisti e i conservatori.
Gli avanguardisti lo hanno adottato e guai a chi lo tocca; i conservatori sanno che con lui non corrono rischi.
Deve poi essere una persona molto piacevole, visto che alcuni colleghi, pur di lavorare con lui, sono disposti a tirare fuori i pugni. Come ricorderai la Dessay ha stracciato un contratto con la Scala, quando fu annullata la coproduzione della Fille; e al Met rischiò l'incidente diplomatico quando tentò di imporre Pelly nella Lucia e nella Sonnambula.

Metti insieme tutto e potremmo spiegarci come mai la sua carriera è decollata.
Inoltre non stiamo parlando di un beduino: la mia tesi è che non si possa paragonare ai "grandi", non che non sia bravino anche lui.

Adesso ti chiedo: Pelly, che mercato ha? A chi piace?
A gente che se ne infischia delle sue carenze tecniche registiche?
A gente che si accontenta delle sue tematiche facili e piacione?
A gente cui tali tematiche facili e piacione piacciono proprio (un po' come i cinepanettoni di Boldi e De Sica Jr)?


Spesso la gente non è in grado di formulare un giudizio razionale su una regia.
O meglio: lo sa fare benissimo, ma in modo subliminale! :)
Tempo fa ho fatto l'esempio con il Don Giovanni di Tcherniakov e la Clemenza di Tito di Mc Vicar, due spettacoli che ho visto a Aix a un anno di distanza.
Il Don Giovanni ha travolto gli spettatori: eccitati, attentissimi, coinvoltissimi. Eppure alla fine hanno fischiato come pazzi.
La Clemenza di Tito (accademica e insignificante) di Mc Vicar li ha fatti dormire. Però alla fine hanno applaudito.
Chiunque, subliminalmente, avrebbe ammesso che Cerniakov batteva (in quel caso) Mc Vicar tre a zero.
Razionalmente però non lo avrebbero ammesso.

Spesso gli applausi (o fischi) o i commenti del "dopo-recita" non sono un buon termometro per giudicare quanto il pubblico abbia apprezzato una regia.
Alla loro base vi sono infatti, talvolta, motivazioni più "morali" che tecniche ("hai tradito Mozart e io ti fischio!")
Quello che conta è il livello di coinvolgimento e partecipazione (o di sonno) che il pubblico manifesta durante l'allestimento.
Da quello puoi capire - secondo me - se la regia ha funzionato tecnicamente o no.

Sai qual'è un ottimo stratagemma per capire l'impatto di una regia sul pubblico?
Chiedi a qualcuno poco esperto (al termine dello spettacolo ) cosa ne pensa non della regia, ma dell'opera che ha appena sentito.
Se ti diranno che è noiosa, nella maggior parte dei casi è stata noiosa la regia o in generale l'interpretazione. :)
Dopo la terribile Clemenza di Tito di Mc Vicar c'è stato un socio Wanderer che ha commentato: "questa volta il "mio" Mozart mi h proprio deluso: quest'opera non sta in piedi". :)
Nientemeno!
E dopo la Volpe Astuta a Firenze diretta da Ozawa e con la regia di Pelly... ci fu una socia (inesperta ma tutt'altro che stupida) che sentenziò che lo spettacolo era "bellissimo", ma che quell'opera era proprio misera: praticamente un'operetta.
Ed era la Piccola Volpe Astuta.
Dentro di me ho pensato "Pelly! Complimenti! Janacek ringrazia!".


Se fossimo al cinema, ti direi che non c'è solo l'immenso Ingmar Bergman; c'è anche Castellano & Pipolo, con il loro "Grand Hotel Excelsior" che probabilmente ha incassato più de "La fontana della vergine" e "Luci d'inverno" insieme. E questo nonostante il divario fra l'immensa bravura tecnica di Bergman e la maggior semplicità di approccio dei registi italiani.


E rieccoti! :)
Ancora tiri in ballo non la qualità tecnica, ma il grado di "intellettualità".
Proprio non vuoi capire che non è questo il punto del mio discorso! :)
Io parlo solo di efficienza tecnica, tu invece parli di (sedicente) profondità di contenuti.
Facciamo un altro esempio, sempre col cinema. Ti va?
Mettiamo sui piatti della bilancia una commedia di Dino Risi e un pappone filosofico-politico di Gianni Amelio.
Io affermo che la commedia di Dino Risi è un capolavoro tecnico, mentre il pappone di Gianni Amelio è fermo all'ABC della tecnica cinematografica.
A farmi amare il primo e contestare il secondo non è la profondità dei contenuti, ma la qualità della realizzazione.
Poi, naturalmente, potrei sbagliare. Un esperto di cinema potrebbe farmi notare tutte le meraviglie tecniche di Amelio e tutte le cadute di Dino Risi.
E io ne sarei felice; perché è di quello che dovremmo parlare.
Ho chiarito il mio pensiero?

Una risposta veloce anche a Tucidide.

I simboloni facili e didascalici non sono a mio avviso limiti tecnici, ma contenutistici. Al limite, volendo proprio essere cattivi , potremmo dire che le regie di Pelly sono vuoti cosmici con dentro qualche simbolone. Ma anche così estremizzato, resterebbe un limite contenutistico, non tecnico.


Normalmente i limiti tecnici (e questo vale per ogni attività umana) non si percepiscono su ciò che qualcuno fa; si possono invece desumere su ciò che uno "non fa".
Che un cantante non sia in grado di eseguire i trilli, non lo percepisci sentendolo semplicemente cantare (non fa trilli, ok, ma questo non prova che non li sappia fare).
Se però ti esegue "Ah si ben mio" spianando quelli che Verdi ha scritto, allora avrai la prova che non li sa fare.
Ovviamente questa sua mancanza la potrà percepire solo qualcuno che conosce "Ah sì ben mio" e sa che in quel brano sarebbero richiesti dei trilli.
L'ascoltatore normale non se ne accorge.
Allo stesso modo le mancanze di Pelly non si colgono da quello che fa in questa Cendrillon, ma da quello che evita accuratamente di fare.

Ed ecco perché il "simbolone" del libro diventa un problema tecnico, assai più che contenutistico.
Il simbolo onnipresente che informa di sé tutta la drammaturgia è infatti uno schiacciasassi: condiziona la scenografia impedendole di "diversificarsi", di descrivere contesti diversi, di moltiplicarsi in prospettive diverse (che non devono essere necessariamente quelle del libretto, ma che non dovrebbe nemmeno essere una sola).
Il regista che adotta questo stratagemma è come se "si legasse le mani da solo". E' come se dicesse al pubblico "Ok, come vedete non ho perso un secondo a ragionare sullo spazio, sui diversi piani della narrazione, sulle intersezioni spazio-temporali della vicenda... e come potevo? Il simbolone del libro - fondamentale! - mi ha legato le mani".
E il pubblico perdonerà.
Peccato che, legandosi le mani da solo, Pelly abbia evitato appunto una parte complicatissima del suo lavoro: che è quella di progettare e costruire gli spazi e le prospettive teatrali a fini narrativi e poetici.
In pratica ha spianato i trilli.
Poi, per imbrogliare le carte, ti fa muovere le quinte, ti illumina le stelline (sulla carta da parati) a evocare un cielo, ti fa apparire una stanzina da letto; ma una delle difficoltà di Cendrillon è stata accuratamente aggirata.

Altro esempio: la recitazione.
Ok. Possiamo far passare per una scelta "contenutistica" l'aver fatto a meno dell'aspetto "realistico" dell'opera e aver risolto la recitazione in caricatura.
Ma anche in questo caso, la scelta contenutistica diventa una scappatoia tecnica.
Infatti è molto più difficile "costruire" operisticamente una recitazione realistica. Ne sa qualcosa Cerniakov, che lavora sugli attori-cantanti come in un film davanti alla cinepresa, costruendo ogni espressione e ogni movimento sull'andamento della musica.
Specie perché l'opera non è cinema e la fruizione teatrale non è quella della telecamera.
E così lavorare sulla recitazione diventa doppiamente faticoso, complesso. Occorre che il "gesto" (apparentemente naturale) sia inserito in uno spazio, visibile da lontano, inquadrato in una soluzione di luce, geometricamente corrispondente al gesto degli altri attori.
Molto più semplice imbastire una recitazione fatta di stereotipi buffi (smorfie, saltelli a tempo, coreografie grottesche) anche se in questo modo ucciderai Massenet e la sua poetica.
Infatti non solo avrai spianato ancora una volta i trilli, evitando le vere difficoltà del tuo lavoro, ma potrai far passare la tua scarsità tecnica per "scelta contenutistica".

Forse dovremmo intenderci su che cosa sia la tecnica registica. Di Zeffirelli tu contesti forse la tecnica, perché mette la paccottiglia sberluccicosa nella scena del Trionfo dell'Aida? Io direi che non si tratta di un limite tecnico ma contenutistico: la sua paccottiglia la sa preparare e mettere in scena benissimo, ed è uno dei registi più capaci da questo punto di vista. Il guaio è che tolta la paccottiglia, messa in scena in modo tecnicamente superbo, spesso non c'è molto altro.


Mettere in scena della paccottiglia (o anche delle belle scenografie) non è che una minuscola parte del lavoro che è richiesto a un regista.
A lui spetta di svolgere i fili della narrazione, imbastire l'architettura visiva nel suo evolvere, relazionare movimenti ed espressioni in perfette (ancorché spesso invisibili) geometrie.
Al regista musicale, poi, spetta di far marciare tutto questo su ritmi e atmosfere che altri (il compositore) hanno stabilito, anzi valorizzando ogni nota e ogni colore della musica.
Che Zeffirelli, nonostante le sue tremila regie d'opera, non abbia mai imparato a farlo è evidente.

temo di non essere ancora arrivato ad un punto tale per cui possa dire di una stessa cantante contemporaneamente che canta da dio ed è insopportabile. Forse ci arriverò. Lascia pure che sia pingue e opima, che sia poco credibile. Se canta veramente in modo incantevole (e ci credo)... mi accontento!


Sono abbastanza afflitto di constatare che, dopo anni e anni che partecipi ai nostri dibattiti, siamo ancora fermi qui.
Alla Caballé che fa tante notine carine, anche se distrugge musicalmente e teatralmente Leonora e Violetta.
Pensavo che in questi anni ci avessi seguito in un tipo di approccio che si sforza di distinguere fra Arte e piacevolezza.

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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda Riccardo » dom 23 set 2012, 19:04

MatMarazzi ha scritto:Spesso la gente non è in grado di formulare un giudizio razionale su una regia.
O meglio: lo sa fare benissimo, ma in modo subliminale!
Tempo fa ho fatto l'esempio con il Don Giovanni di Tcherniakov e la Clemenza di Tito di Mc Vicar, due spettacoli che ho visto a Aix a un anno di distanza.
Il Don Giovanni ha travolto gli spettatori: eccitati, attentissimi, coinvoltissimi. Eppure alla fine hanno fischiato come pazzi.
La Clemenza di Tito (accademica e insignificante) di Mc Vicar li ha fatti dormire. Però alla fine hanno applaudito.
Chiunque, subliminalmente, avrebbe ammesso che Cerniakov batteva (in quel caso) Mc Vicar tre a zero.
Razionalmente però non lo avrebbero ammesso.
Spesso gli applausi (o fischi) o i commenti del "dopo-recita" non sono un buon termometro per giudicare quanto il pubblico abbia apprezzato una regia.
Alla loro base vi sono infatti, talvolta, motivazioni più "morali" che tecniche ("hai tradito Mozart e io ti fischio!")
Quello che conta è il livello di coinvolgimento e partecipazione (o di sonno) che il pubblico manifesta durante l'allestimento.
Da quello puoi capire - secondo me - se la regia ha funzionato tecnicamente o no.

Profondamente d'accordo con queste tue osservazioni.

Le allargherei anche agli altri aspetti di una rappresentazione oltre a quelli visivi.
E aggiungerei che il giudizio "subliminale" normalmente viene a galla a distanza di tempo, proprio nel momento in cui le pressioni "morali" date dalla contingenza evaporano a vantaggio di uno sguardo più distaccato e dunque più obiettivo.
Ich habe eine italienische Technik von meiner Mutter bekommen.
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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda beckmesser » lun 24 set 2012, 10:59

Io ho visto questa Cendrillon dal vivo a Bruxelles, qualche mese fa, con altro cast: in effetti è uno spettacolo tutt’altro che memorabile, ma non mi sentirei di arrivare ad una stroncatura così netta. O meglio, se i parametri sono quelli che indichi, allora credo che dovremmo stroncare tutto Pelly. In particolare, quando dici:

MatMarazzi ha scritto:La drammaturgia di Massenett è tanto più difficile proprio perché la sua complessità è ben nascosta sotto una superficie di apparente banalità.Il vero regista dovrebbe squarciare il velo "facile" della superficie e rivelare tutto quello che Massenet affidava al "non detto", alla paura del dire, ossia le angosce del tramonto di una civiltà, la lucidità con cui il nuovo è temuto, descritto, accarezzato, odiato. Se c'è un compositore che incarna gli aspetti più tremendi del naturalismo questo è proprio Massenet, perché - a differenza di Zola - egli non li esplicita, ma li nega, li contraddice. Quello di Massenet è il razionalismo che fugge la ragione, sogna l'altrove, che teme la vita. Tutte le paure del '900 sono alluse nelle sue opere.


mi sembra molto interessante e corretto, ma mi sembra altrettanto evidente un’altra considerazione, ossia: è chiaro che a Pelly di tutto ciò non interessava nulla, lui partiva da un’altra premessa; per lui la Cendrillon di Massenet non è nulla più che una fiaba, un gioco, e quello voleva rappresentare. Certo, è enormemente riduttivo, ma se quello è il punto di partenza il risultato non è poi così male. E d’altro lato, se contestiamo la povertà dell’assunto di base, allora dovremmo stroncare, come ho già detto, tutto quello che Pelly ha fatto, il suo Offenbach in primis.
La sua Grande-Duchesse è fenomenale solo se accettiamo le premesse di Pelly, ossia che l’opera di Offenbach è un simpatico e innocuo divertimento. Perché se guardassimo a quello che in realtà potrebbe essere in realtà (almeno per me), allora non ci siamo: manca del tutto quella goccia di acido (giusto una goccia, ma deve esserci) che faccia percepire come dietro quella bonaria comicità si annidi la constatazione (mai la denuncia: in questo sta la grandezza di Offenbach…) che guerre vere, dove morivano migliaia di uomini, venivano decise con criteri non molto più seri di quelli alla base della guerra di Fritz…
Quando voglio sentirmi in pace col mondo, metto spesso il dvd della Vie parisienne di Pelly ma, anche lì, sono ben conscio che si tratta di una gioco strepitoso e poco più: Pelly non riesce mai a far percepire il senso di vuoto che si annida dietro i personaggi di Offenbach che, nella sua raffigurazione, potrebbero benissimo essere i personaggi di un ipotetico “Natale a Parigi nel 1860” dei fratelli Vanzina.
Voglio dire: il mondo poetico di Offenbach era semplificato quanto quello di Massenet (forse anzi di più, dato che considero il primo molto più complesso del secondo). E allora perché gli Offenbach ci sembrano ottimi spettacoli e quelli di Massenet no (solo buoni secondo me e pessimi secondo te)?
A mio parere (e qui sono d’accordo con Tucidide) il problema è di contenuto, non di tecnica. La tecnica di Pelly era talmente strepitosa ed innovativa che quando fece i suoi primi botti con Offenbach ci fece passare sopra i vuoti di contenuto. Dopo anni che viene riproposta sempre simile applicata a Donizetti, Massenet, Verdi e magari fra poso a Meyerbeer, il senso di scarsa sostanza, di molto fumo e poco arrosto, comincia a trapelare…

Comunque sono d’accordo: a questo punto Pelly non lo metto fra i primissimi. Però mi sembra comunque un po’ più che “bravino”. Diciamo che si può dire di lui quello che Maugham (non il nostro, quello vero) diceva di sé: il primo fra i secondi…

Saluti,
Beck
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Re: Cendrillon (Massenet)

Messaggioda DottorMalatesta » mar 25 set 2012, 9:59

Entro in punta di piedi in questa discussione, intimorito dalla altissima qualitá delle argomentazioni ;-)
Di Pelly non ho visto la Cendrillon, ma vi assicuro che la sua Manon alla Scala é stata una delle piú grandi delusioni degli ultimi tempi (non ultimo per`il forfait della splendida :cry: :cry: :cry: :cry: ). Il fatto é che da Pelly mi aspettavo una regia in grado di sottolineare il non-detto di Massenet, anziché la solita cartolina idiota formato famiglia in vacanza.
E questo é tutto quello che mi sento di dire su Pelly e Massenet.
Per quanto riguarda il Pelly regista di opere comiche, io lo trovo comunque validissimo. Concordo con Mat che un regista dovrebbe sottolineare il "sottesto", approfondire le implicazioni psicologiche delle vicende o dei personaggi senza farle annegare in una poltiglia di simboli giustapposti senza alcun criterio. Se ci riesce, bene, anzi benissimo. Ma perchè non considerare l´opera comica semplicemente come un divertissement, cioé, etimologicamente, come un´evasione? Se il gioco teatrale tiene, se il pubblico ride E con Pelly lo fa), allora il regista ha fatto il suo dovere…
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