I ruoli Branchu

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I ruoli Branchu

Messaggioda Triboulet » sab 27 feb 2010, 19:21

"Quando ho visto la signora Branchu ho pensato incarnasse la tragedia lirica. La sua voce di soprano di straordinaria potenza si è prestata come nessun altra ad accenti morbidi. Ha cantato pianissimo in modo irreprensibile, data l'estrema facilità di emissione della sua voce nel mezzo, e un attimo dopo, la stessa voce ha riempito coi suoi scoppi la vasta sala dell'Opéra riuscendo a coprire il più violento "tutti" dell'orchestra. I suoi occhi lampeggiavano scuri. E' riuscita ad ingannare se stessa dato che una volta sul palco, lei credeva fermamente di essere Alceste, Clitennestra, Ifigenia, la Vestale. Lei mi ha assicurato che in gioventù aveva una estrema facilità nella vocalizzazione che Garat il suo maestro le aveva impedito di sviluppare, avvertendola che se si fosse concentrata in questi studi non avrebbe cantato altrettanto bene a livello di stile. Declamava i versi con una purezza notevole, talento necessario per un buon cantante come per un buon compositore del grande genere drammatico. Ho assistito a una standing ovation un giorno in una serata benefica presso l'Opéra-Comique, che la vedeva nel ruolo delle donne Sylvain, un'opera Gretry, i cui dialoghi erano recitati."

(H. Berlioz - A TRAVERS CHANTS)

Queste le impressioni di Berlioz all'ascolto di una delle più grandi dive del periodo napoleonico. Per lei furono scritte le grandi opere di Spontini (Vestale, Cortez, Olimpia) ma fu pure grande interprete di Cherubini (Abencérages, Anacreon) e Gluck, nel quale sfoggiava un bruciante declamato alternato ad una purissima linea di canto. Lo stesso Berlioz doveva pensare a lei quando scrisse le parti di Didone e Cassandra.
Lei, vocalmente, è un po' l'antesignana della Dous-Gras mayerbeeriana e della Cinti-Damoreau delle grandi opere del Rossini francese e anticipa, per certi versi, il talento drammatico della Pasta.
Interessante la considerazione per la quale sacrificò uno studio votato al canto d'agilità per concentrarsi sull'approfondimento drammaturgico e l'aderenza alla parola scenica.
Penso sia interessante parlarne visto che l'argomento si collega sia al thread sulla Tebaldi che a discussioni di carattere più generale fatte di recente nel forum.

Storicamente le prime interpreti dell'era moderna a ripercorrerne le orme furono la Cerquetti, la giovane Tebaldi (che ho scoperto cantò pure Olimpia!) ma pure la Callas e la Gencer. A voi ora qualche considerazione e/o suggerimento di interpreti odierni o passati che potrebbero o avrebbero potuto incarnare con successo i ruoli scritti per la grande diva francese.

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Re: I ruoli Branchu

Messaggioda MatMarazzi » mer 03 mar 2010, 17:47

Caro Triboulet,
si è parlato dei ruoli Branchu e dei suoi legami con la Tebaldi nel thread del Fidelio, che trovi qui

http://www.operadisc.com/forum/viewtopic.php?f=4&t=548&hilit=branchu

Lei, vocalmente, è un po' l'antesignana della Dous-Gras mayerbeeriana e della Cinti-Damoreau delle grandi opere del Rossini francese e anticipa, per certi versi, il talento drammatico della Pasta.


Non sono del tutto d'accordo che dalla Branchu si sia arrivati alla Pasta, se non per il fatto che il fascino del "tragicismo" francese abbia finito per influenzare il romanticismo italiano.
In via diretta, secondo me, il modello Branchu è quello che ha condotto a ben altre vie: il soprano declmatorio wagneriano ne è stata la più autorevole conquista.
In questo senso (considerata la successiva spaccatura tardo ottocentesca fra soprani virtuosi post-belcantistici e soprani "declamatori") dovremmo mettere la primadonna dell'Academie Royal su un fronte opposto a quello della diva belliniana.

Storicamente le prime interpreti dell'era moderna a ripercorrerne le orme furono la Cerquetti, la giovane Tebaldi (che ho scoperto cantò pure Olimpia!) ma pure la Callas e la Gencer. A voi ora qualche considerazione e/o suggerimento di interpreti odierni o passati che potrebbero o avrebbero potuto incarnare con successo i ruoli scritti per la grande diva francese.


per la Tebaldi (e la Cerquetti) sono perfettamente d'accordo. Tanto che l'avevo già scritto nel thread che ho sopra menzionato.
per la Callas e la Gencer molto, ma molto meno.
La Gencer nei ruoli classico-francesi mi pare rovinosa, per questioni vocali, tecniche e soprattutto psicologiche.
La Callas rovinosa non è mai, ovviamente, ma se devo essere sincero della sua Vestale (come della sua Alceste e Ifigenia) me ne faccio poco.
Ifigenia è l'unico personaggio tragico-francese che salverei (perchè la maturità della Callas è tale da riuscire comunque a inventarsi qualcosa... e poi l'impatto visivo di questa Dea selenica, nei costumi di Visconti è tra le cose visivamente più belle di tutta la storia dell'Opera).
E tuttavia quando la sento in Gluck (come in Spontini) ho come la sensazione che più di tanto non possa dare.

Salutoni,
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Re: I ruoli Branchu

Messaggioda Triboulet » mer 03 mar 2010, 20:07

Grazie delle delucidazioni Mat, in realtà volevo mettere sul piatto l'argomento, che evidentemente avete già affrontato, anche per capirne io stesso qualcosa in più.
Quanto alle interpreti, ho citato semplicemente le principali che storicamente per prime hanno affrontato queste parti, o meglio quelle più famose! Lungi da me affermare che quelli siano "i modelli", dato che ho così pochi riferimenti che non saprei orientarmi.
Sono curioso poi di capire perchè la Callas in questi ruoli non ti convince, io la trovo grandiosa (così, molto a senso : Chessygrin : ), e non perchè sia la Callas (ci sono cose in cui mi piace molto meno). In qualche modo tanto in Gluck, quanto in Cherubini, Spontini o nella stessa Norma, c'era una dimensione grandiosa da tragedia greca classica che secondo me riusciva ad esprimere in maniera molto convincente. Sarà questo filo conduttore stilisticamente sbagliato il suo limite? Concettualmente però lo trovo avvincente (in questo senso rientra la Pasta nel discorso). A dispetto della sua natura da vocalista Pasta-style secondo me la Callas aveva un concetto di estetica molto essenziale e classicista (tra l'altro odiava proprio i bellissimi costumi di Ifigenia perchè secondo lei poco consoni a questa visione).

La Vestale della Gencer a me pare buona, semmai un po' tarda e magari psicologicamente fuori questo sì, ma non così terribile come fu la sua Medea (quella sì una delusione immensa).
Giacchè ci sono, se mi dai anche qualche riferimento discografico, così per capire in che direzione vanno sul serio questi ruoli...
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Re: I ruoli Branchu

Messaggioda MatMarazzi » dom 07 mar 2010, 14:02

Triboulet ha scritto:volevo mettere sul piatto l'argomento, che evidentemente avete già affrontato, anche per capirne io stesso qualcosa in più.


Hai fatto benissimo, Trib.
Dovremmo con insistenza parlare di questo repertorio, su cui continua a gravare un disinteresse inspiegabile, anche in epoca di rinascite come questa.
Non parlo di Gluck ovviamente, che da sempre affascina pubblico ed esecutori (e che oggi ha trovato in interpreti come Gardiner e Minkovski dei veri e propri "medium"). Parlo dei decenni a cavallo fra sette-ottocento, in cui - mentre l'Europa "napoleonica" si trasformarva e si avviava a un punto di non ritorno - la tragédie Lyrique diventava lentamente Grand-Opéra.
Tu ti chiedi, giustamente, quali possono essere le vocalità sopranili "storicamente" adatte a questo repertorio...
La risposta non è facile, semplicemente perché questo repertorio è stato eseguito solo saltuariamente, senza coerenza, senza specifico approfondimento.

Muti è stato l'unico finora a concentrarsi seriamente su queste opere.
Ma la sua ottica (potenziare al massimo la maestosità dell'affresco a danno di tutto il resto, ridurre tutto a un gigantesco "piedistallo") è troppo limitata per ridare vita al "neoclassicismo francese".
A parte lui comunque poco è stato fatto.
Mancando una tradizione interpretativa complessa, tu giustamente suggerisci di partire dai quei pochi (anzi quelle poche) che vi ci sono cimentate.

E allora la Callas (nella sua unica Vestale) è giusto citarla.
Quella Vestale rappresentò fra l'altro il suo primo incontro con Visconti, che - alle prese con una drammaturgia lontanissima dalla sua estetica e dai suoi gusti - seppe per lo meno evitare di cedere alla "grandeur" fine a se stessa, ed evocò, con le sue prospettive lineari, una romanità "astratta" e anti-colossal... nella quale non so come si trovarono Corelli e la Stignani - poverini - ma in cui la "nuova Callas" si trovò benissimo.
Le foto della divina in quell'allestimento sono stupefacenti: il personaggio è anche fisicamente esaltato in una classicità luminosa ma non scultorea, anzi femminile, fragile, disadorna.
Una sacerdotessa di luce che incede fragile e sicura fra le geometrie di corridoi prospettici.
Tanto di cappello a quella Vestale...

Eppure, dell'eredità Callas, non è a quella Vestale che si corre ogni minuto per riascoltarla.
In fondo si possono capire i rimbrotti dell'anziano Toscanini ("Ma non si capisce niente di quel che dice!"); alla fine si avverte la grandezza della Callas, ma forse non la rivelazione.
Non saprei come spiegarmi meglio...

Ammetto che la Tebaldi e la Cerquetti (l'una in Fernando Cortez , l'altra negli Abencerages e nell'aria di Agnes von Hohenstaufen) suonano oggi abbastanza museali, nella loro solennità edonistica, canoviana. La prima inoltre eccede un po' in sottolineature emotive, suo eterno tallone d'achille.
Eppure comunicano istintivamente a questa musica un'energia solare, una fragranza di luce e di ottimismo che secondo me sono più in sintonia con l'entusiasmo napoleonico, col sogno di un nuovo mondo che in quegli anni si respirava e che da questa musica (più o meno involontariamente) promana.

Cosa ci vorrebbe, in teoria, per i ruoli Branchu?
Non saprei che dire...
Da un lato, come tu affermi, l'eredita "gluckiana" dovrebbe condurci a una fissità spoglia e pregnante, di solennità e semplicità tragica.
E' l'implosione "emotiva" della cultura greca, in bilico fra umanità esaltata ed essenzialità ancestrale di grandi simboli.
Proprio ciò che tu giustamente esalti nel neoclassicismo sublimante della Callas

Triboulet ha scritto:In qualche modo tanto in Gluck, quanto in Cherubini, Spontini o nella stessa Norma, c'era una dimensione grandiosa da tragedia greca classica che secondo me riusciva ad esprimere in maniera molto convincente.
(cut)
A dispetto della sua natura da vocalista Pasta-style secondo me la Callas aveva un concetto di estetica molto essenziale e classicista

E questo va bene...
E tuttavia nelle opere gigantesche del Neoclassicismo francese (mi riferisco soprattutto a Spontini, ma anche al Cherubini "grande", quello dell'Academie Royale - non Medea per intenderci ma Demophon, Anacreon, Abencerages, Ali Baba) si sente anche dell'altro: un coté esplosivo, esaltato, fiabesco, risplendente, impreziosito da orchestrazioni di taglio sinfonista e proto-romantico.
Insomma una gioia di grandi respiri che non possono esaurirsi nel recupero severo ed essenziale della grecità.

Spesso si dimentica l'entusiasmo, la pienezza vitale che queste opere celano (proprio come i successivi Grand Opéra di Auber, Rossini e Meyerbeer).
Oppure, al contrario, si esalta solo questo aspetto: il coté grandioso e celebrativo (come fa Muti) col rischio di rendere ancora più improbabili (come in ogni affresco) l'ingessatura psicologica dei personaggi.

Occorrerebbe trovare la sintesi tra classicità e pulsazione romantica.
Fondere la capacità di scavo e di implosione classica (sul modello della tragedia greca) con l'esplosione radiosa di chi sta camminando su un terreno nuovo e respirando l'aria frizzante del futuro che incombe: il Romanticismo appunto, il sogno di un'Europea diversa...).

Vuoi un esempio di una Vestale per me efficace?
Ebbene... io ti suggerirei quella della RAI del 1970.
Non so quale genio allora ebbe l'idea di chiamare per il ruolo Gundula Janowitz.
Ascoltando lei ho la sensazione di penetrare finalmene in questo repertorio.

La Janowitz non è un fulmine di guerra, lo sappiamo.
Ma - come per il Radames di Lauri Volpi - il "suono" della sua voce è già di per sè rivelatore.
Non ti emoziona, forse (perché il suono non basta) ma ti fa capire la strada che andrebbe seguita.

Quel suono luminosissimo e freddo, dalla bellezza timbrica spoglia di ogni colore, dall'accento semplice e onesto, scevro di profondità oscure, ti comunica l'idea l'ideale di una sacralità tutta luce, come alonata di presenze celestiali. C'è in quel suono (che pure è composto, sobrio, quasi distante) qualcosa che scintilla, che comunica (come i diamanti di Ariane) la pura felicità di risplendere.
Ogni "sentimento" romantico è bandito dall'accento della Janowitz ed è sostituito da un'astrazione canoviana (ed è giusto: se si cerca di sviscerarli psicologicamente, questi personaggi denunceranno i loro cliché "piedistallosi"),ma allo stesso tempo è bandita ogni seriosità cupa e professorale delle interpreti troppo ossessionate dalla "sublimità" tragico-gluckiana.

Un altro esempio?
La Vestale di Rosa Ponselle.
Anche lì senti la sobrietà monumentale e sublimante che trovi nella Callas, ma il rigoglio festoso degli armonici, la pienezza sensuale e invitante di quel timbro succoso come un'anguria matura, l'appena accennato senso "colossal" del fraseggio... tutto ciò mi rivela ancora la "gioia di esserci" che la Ponselle comunica.
Nella giovane Tebaldi vestita anche ingeunamente da Olimpia e Imazily (nella Napoli e nella Firenze ancora fumanti dal tempo di guerra) ritrovo gli stessi slanci felici, come l'impalpabile splendore dei suoi pianissimi.
Ancora una volta prevale quel senso di verità e di festa (in senso melodrammatico, si intende) che vorrei trovare in questi titoli.

La Gencer?
Io francamente non amo la sua Vestale come non amo la sua celebratissima Alceste.
A mio avviso era incapace di calarsi nella "verità" di un ruolo; men che meno nella "festosità".
Viveva di maschere e contraffazioni. Nei ruoli "Ronzi" erano proprio le mistificazioni, le verità non dette, il culto della contraddizione a renderla vera.
Anche nel decadentismo avvolto di vapori liberty e pre-raffaeliti (Francesca da Rimini, Straniero di Pizzetti, Falena di Smareglia) la sua verità esplodeva dalla finzione.
Meno mi persuade nei ruoli classici. e questo vale anche per la sua Agnese di Hohenstaufen con Muti (lei che sarebbe andata benissimo come Ermengarda).

A Muti va il merito di aver "sognato" per la sua Vestale scaligera l'unica cantante che allora poteva rappresentare una vera "Branchu": Jessye Norman.
Ecco una a cui sarebbero stati da affidare uno per uno tutti i personaggi della Branchu.
Culto della grandezza ed eloquenza di verità in un mix perfetto.

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